Alice in Chains: ‘The Devil Put Dinosaurs Here’. La recensione

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La copertina di 'The Devil Put Dinosaurs Here' (foto via: en.wikipedia.org)

Gli Alice in Chains sono uno dei gruppi più importanti ed influenti usciti dal grosso calderone musicale definito (superficialmente) grunge. Rispetto agli illustri colleghi Pearl Jam, Nirvana e Soundgarden, gli Alice in Chains sono il gruppo che più si avvicina ai canoni dell’hard rock/heavy metal, pur non disdegnando alcuni (peraltro molto riusciti) passaggi acustici. Di tempo ne è passato dall’esordio Facelift del 1990 e dal successo definitivo con Dirt (1992), uno degli album simbolo del movimento grunge. Marchio di fabbrica della band di Seattle l’incredibile voce di Layne Staley, al di là delle notevoli capacità di songwriting di Jerry Cantrell e della precisione della granitica sezione ritmica formata da Mike Inez e Sean Kinney.

Layne Staley, come tutti sanno, viene stroncato da un’overdose nel 2002, dopo almeno un decennio di pesante dipendenza degli stupefacenti. La storia degli Alice in Chains però non si ferma e William DuVall viene chiamato per sostituire Staley, potendo vantare un timbro vocale molto simile al suo illustre predecessore. Il risultato è il buon Black Gives Way to Blue, uscito nel 2009, che ha dimostrato come le qualità degli Alice in Chains siano rimaste intatte in tutti questi anni.

C’è da sottolineare come la band di Seattle abbia optato per una soluzione “facile”, ovvero la scelta di un cantante con un timbro molto simile a Staley e la prosecuzione di un sound cupo che ha fatto scuola e ha creato un vastissimo seguito di fan. La morte di Staley insomma non ha portato alla sperimentazione di nuove sonorità, bensì alla scelta di un suo “clone” vocale e alla prosecuzione di un sound vincente. Esce quindi in questi giorni The Devil Put Dinosaurs Here, quinto album in studio degli Alice in Chains, il secondo con DuVall alla voce. Una conferma di quanto scritto fino ad ora: un album di buona musica che farà sicuramente felici tutti i fan degli Alice in Chains.

Il trittico di apertura è granitico: Hollow è pesante, cupa e ossessiva, costruita su un unico ma azzeccato riffone. Pretty Done si muove grazie a una ritmica più dinamica e complessa, frutto dell’ottimo lavoro di Cantrell in fase di arrangiamento. Stone viene trascinata da un pesante riff chiuso che si apre in un ritornello di più ampio respiro seguito da un efficace assolo di chitarra: una soluzione da sempre molto usata dagli Alice. Voices è uno di quei brani semi acustici che gli Alice in Chains hanno sempre saputo scrivere con molta maestria: un brano ben riuscito, con una ritmica compatta ed efficace, che potrebbe far parte tranquillamente di  Jar of Flies o Sap.

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Gli Alice in Chains (foto via: grungereport.net)

Si prosegue con la titletrack The Devil Put Dinosaurs Here, un lungo brano evocativo e sinistro forte di un arrangiamento molto denso e di un ottimo lavoro a due voci, da sempre uno dei marchi di fabbrica della band di Seattle. Lab Monkey è un trascinato lamento sincopato con un ritornello più serrato che dona dinamismo ad un pezzo altrimenti troppo statico. Low Ceiling è un buon brano che strizza l’occhio all’hard rock di Facelift. Discorso simile per la successiva Breath on a Window, altro brano dinamico con una seconda metà più profonda ed evocativa.

Si prosegue quindi con Scalpel, altro ottimo semi acustico molto melodico e “arioso”, forte di un finale in lento crescendo. I sette minuti di Phantom Limb iniziano con un granitico ed ossessivo riff, seguito poi da una parte più macchinosa e trascinata, che anticipa un altro ottimo assolo di Cantrell, e una successiva ripetizione delle prime due parti, in una chiusura perfetta del cerchio. Hung on a Hook è un altro brano che porta l’inconfondibile marchio degli Alice in Chains, costruito su un cupo arpeggio. Chiude l’album Choke, una triste ballata di grande spessore.

The Devil put Dinosaurs Here è l’ennesima conferma di una band che ha fatto la storia del rock duro degli ultimi 20 anni. L’incolmabile vuoto lasciato da Layne Staley viene in qualche modo tamponato dalla voce molto simile di William DuVall, da un Jerry Cantrell in grande spolvero in fase di songwriting e da una sezione ritmica basso-batteria precisa che rappresenta una sicurezza.

Questa nuova prova discografica non sarà al livello di Dirt (e come potrebbe esserlo?), ma vanta, come affermato dallo stesso Cantrell, tutte le sfumature musicali presentate dagli Alice durante la loro carriera: riffoni cupi e ossessivi; passaggi acustici; il tradizionale lavoro a due voci e qualche strizzatina d’occhio qua e là all’hard rock. Il tutto compone così un album di tutto rispetto che non farà certo cambiare idea a chi non ha mai gradito il sound degli Alice in Chains, ma che invece rappresenterà un motivo di gioia per tutti i fan storici della band di Seattle.

Alberto Staiz

Foto homepage: www.antiquiet.com

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