Aleppo: vietato parlare delle vittime dei ribelli

Aleppo

foto: upload.wikimedia.org

Non esistono parole per descrivere quanto stia succedendo ad Aleppo. È dall’inizio della guerra in Siria che Aleppo fa da scenario ad atrocità indicibili, e negli ultimi giorni la situazione è ulteriormente peggiorata. Ma oltre agli atti di guerra, quello che dovrebbe far vergognare è il modo in cui l’informazione mainstream sta trattando l’argomento.

I media occidentali, o almeno una grossissima fetta, infatti, funzionano in un modo davvero bizzarro. Se avviene un attacco ad un ospedale di Medici Senza Frontiere si accusa il Presidente della Siria Bashar al-Assad, e poca importa che il governo di Damasco abbia smentito che a compiere il bombardamento sia stato un suo aereo (all’agenzia Sana, ripresa da Askanews, una fonte militare ha detto: «Non esiste alcun fondamento di verità nelle notizie fatte circolare dai canali complici del crimine di spargere il sangue siriano, secondo le quali l’aviazione avrebbe preso di mira un ospedale nel quartiere al Sukkary nella città di Aleppo»). Se invece i cosiddetti ribelli uccidono otto persone che si erano recate ad una moschea di Aleppo, o se i ribelli bombardano zone di Aleppo controllate dall’esercito governativo, provocando così diverse morti, allora si fa finta di nulla.

Perché accade tutto questo? Perché i ribelli, all’Occidente e ai suoi alleati in Medio Oriente, piacciono, e anche parecchio, I ribelli vogliono rovesciare il legittimo governo siriano. E cos’è questo se non l’obiettivo dichiarato di Arabia Saudita, Qatar, Turchia, Stati Uniti e Francia? E allora le grandi potenze e i media occidentali ai ribelli gli perdonano tutto, anche l’uccisione di persone innocenti (come quelle che hanno perso la vita in questi giorni ad Aleppo) che con la guerra e le sue ragioni non hanno nulla a che fare. L’importante è che facciano il lavoro sporco e alla fine portino a Riyad e Washington D.C. la testa di Assad su un vassoio d’argento.

Giacomo Cangi

@GiacomoCangi

foto: upload.wikimedia.org

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