Alberto Sordi, la grande vita dell’ottavo Re di Roma

Alberto Sordi sindaco: era il 15 giugno del 2000, giorno del suo ottantesimo compleanno

Roma – Era il 24 febbraio 2003, una giornata piuttosto fredda, con la temperatura massima di poco superiore ai 7 gradi. In quel giorno, a 82 anni, lasciava l’esistenza terrena Alberto Sordi, autentica e indimenticabile leggenda del cinema italiano.

Figlio di un musicista e di un’insegnante di scuola elementare della Ciociaria, Alberto fu sin dalla tenera età attratto dal mondo dello spettacolo, e seguendo in parte le orme del padre iniziò a cantare e incidere dischi, salvo poi lasciare l’amatissima Roma per Milano, dove frequentò l’Accademia dei Filodrammatici, salvo poi venirne espulso per il suo marcato e inconfondibile accento capitolino.

La recitazione si alternò per anni, durante la Seconda guerra mondiale e immediatamente dopo, alla musica, ma fu la prima a prevalere quando, nel 1952, Federico Fellini lo chiama come protagonista de “Lo sceicco bianco”. Da qui inizia l’incredibile e inarrestabile cavalcata di Albertone, così veniva chiamato a Roma, tra via delle Zoccolette e via Druso, dove spese la giovinezza e l’età adulta, fino alla morte.

Sordi ha saputo, nei decenni, rappresentare l’italiano medio, nei pregi e nei difetti: lo rivediamo verace nel Tassinaro, quando “raccomanda” il figlio, laureato ma senza lavoro, all’allora premier Giulio Andreotti, e lo impariamo ad amare nella celeberrima scena degli spaghetti di Un americano a Roma, quando si avventa con foga inusitata su un piatto di “maccheroni”.

Una rappresentazione caricaturale ma straordinariamente realista dei vizi e dei difetti di un paese che, pur nella ricerca del boom economico e di una vita nuova, fatica ad abbandonare i costumi che lo hanno caratterizzato, e continuano a farlo tutt’ora. Così, la commedia all’italiana di Sordi diventa in tutto e per tutto una narrazione sociologica, scevra di qualsiasi intento moralizzatore o indottrinante, ma semplice e allegra, carica invece di un buonismo di fondo che si fa vivo nello spettatore immedesimato. Ma Sordi è anche un indagatore di realtà psicologiche e umane più complesse e crude: così, il dottor Tersilli di Villa Celeste è il simbolo evidente dell’egoismo dei ricchi e dei potenti, che quasi schifano la povertà, la miseria e la normalità, e tentano con ogni mezzo a loro disposizione di isolarsi da una società alla quale, pur senza saperlo, appartengono con tutte le scarpe.

Un momento delle riprese del Marchese del Grillo. Vicino a Sordi, il popolare sindaco di Roma Petroselli (Wikipedia)

La definitiva incoronazione come “personaggio italiano” è però, a pur sindacabile giudizio di chi scrive, con Il marchese del Grillo: è in quella frase, «io so io, e voi non siete un cazzo!», che si concentra tutto il valore di Sordi, come attore e come narratone del malcostume italiano. Una pellicola straordinaria nel suo approccio alla storia, la narrazione dell’annosa Questione Romana che vide i francesi sequestrare Pio VII, grazie all’implicita collaborazione del marchese che, abbandonando la sua guarnigione nel turno di guardia, riesce a far penetrare le truppe napoleoniche nel Quirinale.

Così, Onofrio del Grillo combatte quella lontananza del papato e dell’aristocrazia dal popolo, pur essendo egli stesso aristocratico e papalino, a colpi di battute e azioni sconce. In questo sovvertire le gerarchie, frequentare i bassi borghi e donne di per nulla comprovata morale, il Sordi-marchese apre uno scenario sulle debolezze dell’uomo, da qualsiasi classe sociale esso provenga, e in qualsivoglia modo tenti di giustificare la sua appartenenza alla nobiltà alla quale tutti noi aspiriamo.

Al di là della mera narrazione della sua straordinaria carriera, ciò che emerge dell’ottavo re di Roma – in barba a tutti coloro che hanno usato questa espressione per personaggi del mondo calcistico certo meno meritevoli – è quel profilo popolare, lontano dall’immagine del divo di hollywoodiana memoria, capace di un sapiente connubio tra fama e umiltà. Così, col passare degli anni diventa un ideale ambasciatore dell’Urbe nel mondo, e proprio la Città Eterna lo omaggia, per i suoi ottant’anni, donandogli la guida della città per un giorno, conscia che se si fosse candidato alla sua guida, gli avversari si sarebbero ritirati in segno di rispetto reverenziale.

Anche dopo dieci anni, così come accade per i grandi suoi colleghi come Vittorio De Sica e Marcello Mastroianni – compagni di vita e avventure – la memoria del grande Albertone è viva, più viva che mai, e tale rimarrà, come l’aura che circonda il suo straordinario personaggio, costruito lungo tutto il corso della vita.

Stefano Maria Meconi

@_iStef91

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