Al McDonald’s arriva McItaly: il sapore italiano anche al fast-food

La cucina italiana entra a far parte della grande catena americana McDonald’s

di Claudia Landolfi

Carne, olio extravergine d’oliva, Asiago Dop, bresaola della Valtellina Igp, pancetta della Val Venosta, grano saraceno, cipolle di Tropea e carciofi romani. Ecco i nuovi ingredienti, firmati made in Italy, che entreranno a far parte della cucina del McDonald’s.

L’iniziativa è stata lanciata in questi giorni dalle cucine del fast-food di Piazza di Spagna. Ad aprire la campagna due testimonial d’eccezione, Luca Zaia, Ministro delle politiche agricole alimentari e forestali,  e l’amministratore delegato di McDonald’s Italia, Roberto Masi. Protagonisti della giornata due nuovi panini e un’inedita insalata preparati esclusivamente con alimenti provenienti dalle nostre terre. Per ora il progetto interesserà unicamente la penisola italiana, ma i suoi promotori sono fiduciosi e sperano di poter allargare presto il nuovo menù a tutto il mercato mondiale.

“Questo nuovo panino ha grandi ambizioni – dice il ministro Luca Zaia – a partire da quello di movimentare mille tonnellate di nostri prodotti in un mese per un controvalore di 3,5 miliardi di euro. E poi – continua Zaia – siamo per la tutela del Made in Italy, per la difesa della nostra identità, e proprio per questo non possiamo fermarci alle modalità di distribuzione. Dobbiamo guardare alla qualità, globalizzando il gusto italiano e dando una svolta identitaria alla nostra agricoltura”.

Nonostante i buoni auspici del Ministro, l’iniziativa fa storcere un po’ il naso a chi di gusto e tradizioni se ne intende. In effetti mal si sposa la parola globalizzazione con ciò che annovera il tradizionale, e se resta indiscussa la manovra commerciale, che sicuramente porterà i suoi benefici, qualche dubbio solleva l’idea di qualità “brandizzata” sotto il marchio McDonald’s. L’Italia è da sempre conosciuta nel mondo per il suo alto profilo culinario, e vien da chiedersi, se non ci fossero canali alternativi per sponsorizzare e risollevare le sorti del mercato alimentare italiano. La globalizzazione è il segno della standardizzazione, e nonostante i tempi corrano in quest’unica direzione, sarebbe forse il caso di rinunciare a questa corsa per puntare piuttosto sull’etica della qualità che ha sempre contraddistinto il nostro territorio.

Oggi, è quanto mai difficile avvicinare le nuove generazioni all’amore per il tradizionale ed al recupero di una preparazione artigiana. In quest’ottica la manovra appare come uno scivolone verso il basso. Oltre tutto, la “qualità” è sempre stato l’ultimo vagone in coda nel regime McDonald’s, e vien difficile immaginare sorte diversa per quello che riguarderà le future pietanze servite nel fast-food, pure se di origine italiana. Il trasporto su larga scala del sapore nostrano rischia di abbassare miseramente il livello qualitativo, e la cattiva fama che con sé porta il marchio Mc, non fa sperare nulla di buono.

È del 2004 la produzione di un film-documetario, “Super Size Me”, diretto e interpretato da Morgan Spurlock. Il regista si presta ad un esperimento, filmando se stesso, durante trenta giorni consecutivi di alimentazione forzata di McDonald’s. Il risultato di questa indagine porta a degli effetti disastrosi, incidendo gravemente sulla salute fisica e psichica dello stesso regista. Spurlock si trovò a provare improvvisi e repentini cambi d’umore, disfunzioni sessuali e danni al fegato, i quali lo portarono in condizioni critiche alla fine dell’esperimento. A detta dei tre diversi medici che lo visitarono (e che compaiono nel film) la causa di tali problemi fu l’eccessiva quantità di calorie assunte, in aggiunta alla grande quantità di caffeina ingerita e soprattutto agli zuccheri e grassi contenuti nei cibi. L’intento di questo film-maker era quello di esplorare l’enorme potere che la cultura del fast-food ha nell’incoraggiare un’alimentazione povera per massimizzare il proprio profitto.

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