Agorà: Ipazia, i cristiani e la fine del mondo antico

Nei cinema italiani l’ultima fatica dell’acclamato regista di The Others e Mare dentro. Un’opera costosa, poderosa e carica di ambizione, interpretata da un’impeccabile Rachel Weisz

 di Daniela Dioguardi

Locandina

In un tempo come il nostro, in cui è possibile, in un batter d’occhio, raggiungere livelli vertiginosi di popolarità, toccare il cielo con un dito e magari rimanerci tre metri sopra, è molto facile diventare preda di veri e propri deliri di onnipotenza. E pare che tale sorte sia toccata anche al pluripremiato regista spagnolo Alejandro Amenabar.

Il suo nuovo lavoro, Agorà, uscito nelle sale italiane venerdì 23 aprile, a sua detta nasce dalla volontà di trasmettere, attraverso il cinema, un profondo amore per la scienza e per l’astronomia, tanto che il progetto iniziale era quello di abbracciare 2000 anni di storia, mettendo in evidenza ogni singola tappa del passaggio dal sistema geocentrico alla teoria della relatività. Ma poi, un giorno, il regista si è imbattuto nella figura di Ipazia e ne è rimasto folgorato. La sua storia avrebbe potuto rappresentare qualcosa di più di un semplice racconto biografico: sarebbe diventata metafora e specchio di un mondo scomparso ma in cui non possiamo fare a meno di rintracciare le nostre radici. Il mondo antico.

391 DC – Ad Alessandria d’Egitto, centro culturale di prima importanza del mondo ellenistico nonché sede della prestigiosa Biblioteca, vero e proprio scrigno del sapere antico, Ipazia (Rachel Weisz), filosofa neo-platonica e astronoma, trasmette ai suo discepoli la conoscenza, non esitando a insinuare in loro quel “benefico dubbio” che ha permesso alla scienza di evolversi nel corso dei secoli. Intanto la città si trasforma. Sotto la giurisdizione dell’imperatore cristiano Teodosio, Alessandria sta per essere travolta dall’arrivo del cristianesimo e delle sue frange più estremiste e intolleranti come la setta dei “parabolani”, pronta a combattere il paganesimo tramite la facile arma della violenza senza scrupoli.

Quando diverrà chiaro che a rischio non è solo il credo pagano ma l’intero sapere antico che si appresta a essere cancellato o aggiogato ai “dogmi” della nuova fede, Ipazia si autoproclamerà  custode di quel mondo di cui è figlia, chiedendo sostegno ai suoi allievi. Questi ultimi tuttavia, con l’andare del tempo, abbracceranno la religione cristiana, spinti per lo più da opportunismo, visto che la conversione sarà una conditio sine qua non per l’accesso alle più importanti cariche istituzionali.

Così, né l’affetto di Sinesio (Rupert Evans), divenuto vescovo di Cirene, né l’imperituro amore del prefetto Oreste (Oscar Isaac), tantomeno la violenta passione di Davo (Max Minghella), giovane schiavo innamorato della sua padrona ma profondamente attratto dalla filosofia dell’uguaglianza predicata dai parabolani, riusciranno a impedire la morte di Ipazia, condannata per “empietà” alla lapidazione dall’ormai inarrestabile vescovo Cirillo (Sami Samir), dichiarato post mortem santo e dottore della Chiesa.

 

Alejandro Amenabar

Amenabar sceglie di ambientare il suo ultimo film in un tempo e in un luogo particolarmente significativi in quanto da considerare “di transizione”. L’Alessandria d’Egitto del IV secolo DC non è solo la culla della cultura ellenistica, già di per sé affascinante in quanto frutto dell’incontro fra la civiltà greca e le civiltà del Mediterraneo e del Vicino Oriente, ma è anche un fiorente centro commerciale (quindi crocevia di culture) posto sotto la giurisdizione provinciale di un Impero Romano in fase decadente e sempre più sottomesso all’influenza della Chiesa.

Se poi si aggiunge che la protagonista della storia narrata è una donna colta, indipendente e libera pensatrice, nonostante gli atavici e improbabili tempi, non sarà difficile capire che di spunti estremamente interessanti il film ne offre tanti. Ma così tanti da sfociare nell’eccesso che trasforma l’ambizione in presunzione.

Può un pur affermato cineasta raccontare eminentemente, in poco più di due ore, della morte inesorabile del mondo antico, del conseguente arrestarsi dell’evoluzione del sapere scientifico, dell’avvento violento del cristianesimo, degli incalcolabili danni dei fanatismi e degli integralismi religiosi, della vita di una donna che sostenne l’eliocentrismo mille anni prima che fosse accettato, conquistando la libertà attraverso il sapere a cui votò la vita, e della passione travolgente di uno schiavo che invece ancorò la sua esistenza semplicemente alle scelte della sua padrona?

Può darsi. Ma non è il caso di Alejandro Amenabar.

Quella che poteva diventare un capolavoro si riduce infatti a un’opera mediocre e terribilmente retorica. Tutte le tematiche richiamate all’attenzione dello spettatore vengono proposte in modo incredibilmente didascalico: il racconto diventa spiegazione e tutto ciò che doveva essere pretesto artistico, metafora, diviene mera rappresentazione. Non vi è in Agorà un messaggio forte, preminente ma neanche un principio di problematicità in grado di oleare e accendere le menti. La sensazione è piuttosto quella di entrare in contatto con tanti bei temi “accumulati”  piuttosto che finemente intrecciati, tanto coinvolgenti quanto di fatto incapaci di stupire.

 Tuttavia lo scaltro Amenabar ha saputo rispolverare il suon talento proprio all’ultimo secondo: la rappresentazione della morte di Ipazia, condensata nei minuti finali, è da considerare, senza ombra di dubbio, la scena più bella, significativa, e toccante dell’intero film. In essa è presente tutto lo strazio e l’impotenza di una civiltà che muore per mano di un nemico che vince con la violenza, ma soprattutto in essa è rintracciabile l’ineffabile sgomento di “quell’antica civiltà” affogata nel silenzio perché concepiva il sapere a misura d’uomo, perchè non ammetteva dogmi ma vedeva nella ragione, nel dubbio, il grande motore dell’umana conoscenza.

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