Afghanistan: lunga strada per la pace

Roma – Sono passati quasi undici anni dall’inizio dell’operazione Enduring Freedom in Afghanistan, partita in seguito agli attentati alle Torri Gemelli dell’11 settembre 2001. Operazione militare che segue una guerra civile infinita con varie invasioni straniere, tra i quali quella dell’Unione Sovietica durata dieci anni (1979 – 1989). Dopo che i soldati sovietici sono usciti dal territorio afghano la situazione nel Paese è peggiorata fino all’arrivo al potere dei Talebani, movimento islamico radicale che ha trasformato l’Afghanistan in un Paese medioevale e ha ospitato alcune basi di addestramento di Al Qaeda.

Secondo il documento finale redatto in occasione della riunione Isaf - International security assistance force – tenutasi a Lisbona nel 2010 e gli accordi presi nel summit della Nato a Chicago nel 2012, nel 2013 le forze Nato cominceranno a ritirarsi, fino a lasciare completamente il Paese nel 2014. Questi accordi prevedono che all’inizio del 2014 tutto il territorio afghano debba essere sotto il controllo delle forze Nato per poi passare, nel corso dell’anno, esclusivamente alle forze di sicurezza afghane. Gli Usa hanno garantito aiuti finanziari e militari per altri dieci anni, aiuti il cui ammontare è in discussione proprio in questi giorni.

Il 7 luglio 2012 Hillary Clinton, durante una sua visita a sorpresa a Kabul, ha dichiarato che l’Afghanistan è «il maggiore alleato non-Nato» degli Stati Uniti. L’8 luglio a Tokyo ha avuto luogo una conferenza internazionale per discutere il futuro dell’Afghanistan e i Paesi partecipanti hanno promesso al presidente afghano Hamid Karzai quattordici miliardi di dollari. Il presidente americano Barack Obama ha sottolineato che «ci aspettano tempi difficili e sfide importanti».

Nonostante il programma della Nato sia teso alla preparazione dell’esercito Afghano – Afghan national army – e della polizia è piuttosto difficile valutare se le forze afghane saranno pronte a fronteggiare il terrorismo da sole, soprattutto perché, a parte il livello di professionalità, ci sono seri problemi di corruzione, di tribalismo o, addirittura, di connivenza con i terroristi.

L’economia afghana, basata soprattutto sulla produzione illegale di oppio, crea legami stretti tra la criminalità organizzata, le organizzazioni terroristiche e le forze dell’ordine. Nonostante fino a ora le forze internazionali sembra abbiano ottenuto successi importanti contro i talebani, il rischio che la situazione crolli, dopo che la Nato avrà lasciato il territorio afghano, è molto elevato.

L’Afghanistan potrebbe diventare una tessera del domino fino a provocare una reazione a catena in un’intera regione dell’Asia Centrale. Tutti gli Stati della regione sono nati come risultato di processi politici dall’inizio del XX secolo e non trovano corrispondenza con la mappa etnica. I principali popoli sono divisi tra i Paesi: tajiki (Afghanistan – 4 milioni, Tajikistan – 3,5 milioni), turkmeni (Afghanistan – 0,5 milioni, Turkmenistan – 2 milioni, Iran – 0,7 milioni), beluji (Iran – 1 milione, Afghanistan – 170 mila, Pakistan – 3,1 milioni), addirittura i pushtu, i cui rappresentanti hanno sempre avuto maggior peso politico in Afghanistan (8 – 9 milioni), hanno una grande enclave in Pakistan (13 – 14 milioni).

Questo mosaico etnico rappresenta una bomba innescata pronta a esplodere sopratutto perche nel 2010 – 2011, dopo aver perso le elezioni parlamentari, l’elite pushtu ha iniziato ha spingere per l’idea di creare il Pushtunistan,  uno Stato che unirebbe l’etnia pushtu per ora divisa. Il progetto Pushtunistan, insieme con il Kurdistan - ora in fase di realizzazione da parte degli USA in Iraq – ed il Belujistan potrebbero creare una situazione simile a quella della ex-Yugoslavia con la frantumazione del Paese e un caos controllato al posto della pace. L’instabilità nella regione dell’Asia Centrale potrebbe favorire gli Stati Uniti indebolendo i suoi avversari principali cioè Russia, India e Cina.

Questa ipotesi di divisione dell’Afghanistan potrebbe essere estesa anche alle ex Repubbliche Sovietiche (Kirghizistan, Uzbekistan, Tagikistan, Kazakistan, Turkmenistan) e provocherebbe, in caso di conflitto interno, – secondo i patti dell’Organizzazione del trattato di sicurezza collettiva – il coinvolgimento della Russia. A tal proposito fa molto riflettere il fatto che l’Iran stia ora trattando per ottenere un posto quale osservatore proprio presso il Csto.

Il dottor Alexander Knyazev, noto esperto kirghizo dell’Afganistan, definisce le operazioni Nato in Afghanistan e Iraq come componenti di un piano strategico tendente a riformare il Medio Oriente: «Dall’inizio del 2011, negli eventi in Maghreb e Medio Oriente - la Primavera araba - si può vedere la trasformazione della parte ovest della regione. Dopo l’inevitabile divisione della Libia, l’attenzione principale si sposta su Siria ed Iran. Il probabile coinvolgimento della Turchia nel conflitto siriano, qualunque sia l’esito finale, porterebbe alla creazione del Kurdistan

Questa ipotesi trova conferma proprio in questi giorni con il coinvolgimento della Turchia nel conflitto siriano. Resta solo da sperare che l’Afghanistan, essendo un incrocio di così tanti interessi geopolitici, raggiunga la pace e la crescita economica tanto sperata dal suo popolo.

Anastasia Samaeva

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