Afghanistan: le elezioni, la violenza, la sicurezza e il futuro

Il processo elettorale come cartina al tornasole della futura stabilità del Paese

di Francesca Penza

Afghanistan

Come già l’anno scorso in occasione delle elezioni presidenziali, l’Afghanistan si è di nuovo imposto all’attenzione dei media e quindi del mondo occidentale. Le elezioni legislative per il rinnovo di 249 membri della Camera bassa del Parlamento hanno portato una nuova serie di violenze in tutto il paese.

Gli attentati e le azioni di destabilizzazione sono iniziate parallelamente alla campagna elettorale – partita lo scorso 23 giugno – con un susseguirsi dei uccisioni e rapimenti messi in atto dai talebani, nel tentativo di ostacolare il regolare svolgimento delle elezioni.

Nonostante gli attentati ai danni di elettori e candidati, sabato scorso il 40% della popolazione si è recato alle urne per scegliere tra i 2447 candidati – di cui 405 donne – tutti indipendenti, perché quasi tutti i partiti politici sono esclusi dal processo elettorale per arginare, il più possibile, tensioni di carattere etnico. Nello scacchiere internazionale queste elezioni hanno un significato importante e ancora più importante è la questione della sicurezza.

Il bilancio degli attentati è pesante: 150 seggi colpiti nelle varie zone del Paese ed una serie di episodi concentrati nel periodo della campagna elettorale. Tre scrutatori sono stati trovati morti nel nord del Paese: erano stati sequestrati da un gruppo di talebani poche ore dopo l’apertura dei seggi. Otto bambini sono morti in seguito alla deflagrazione di un razzo, inizialmente inesploso, lanciato dai talebani.

Oltre alle centinaia di vittime civili, da non dimenticare sono i 25 soldati dell’Isaf caduti dall’inizio di settembre. A chiudere la triste serie un italiano, il Tenente del 9° Reggimento Paracadutisti Col Moschin Alessandro Romani, morto lo scorso 17 settembre.

Eppure sembra che gli episodi di sangue siano diminuiti rispetto alle elezioni dello scorso anno e questo indicherebbe che la resistenza talebana sia in effetti stata ridotta.

Il Generale David Petraeus – da giugno al comando delle forze Usa in Afghanistan –  riguardo alle elezioni legislative, ha dichiarato: “É un’ottima opportunità per il Paese e per reintegrare nella società persone che ora ne sono ai margini” ribadendo così l’importanza del reinserimento degli insorti come appoggio alla strategia militare e della presenza di ufficiali di enormi competenze strategiche, i noti Petraeus’ Thinkers, attenti a tutte le forme di rapporto con popolazioni e gruppi locali.

Tutto il mondo guarda all’Afghanistan e alla capacità del presidente Hamid Karzai di mantenere la situazione sotto controllo. Ad osservare lo sviluppo degli eventi sono soprattutto i Paesi alleati e gli Stati Uniti.

Il nuovo approccio militare statunitense, molto più soft rispetto a quello del precedente comandante Generale McChrystal, prevede una più stretta cooperazione tra civili e militari, nelle zone che presentino un maggior rischio di guerriglia e ribellione.

L’idea di Karzai di “aprire un dialogo con gli oppositori, anche talebani, che accettino di rispettare la Costituzione del paese”, si colloca quindi in un quadro più ampio, un tentativo di ristabilire e mantenere la democrazia nel Paese.

Valutare il processo elettorale afghano usando le categorie che siamo soliti usare per definire le elezioni nei Paesi occidentali sarebbe un grosso sbaglio. I nostri standard non sono adeguati alle circostanze, al luogo e al momento storico.

Gli elementi fondamentali da considerare sono la sicurezza e la corruzione e, sotto questi aspetti, le ultime elezioni sembrano essere un passo avanti rispetto alle presidenziali del 2009. Del resto i brogli elettorali sono stati previsti e le stesse modalità di voto e di trasporto delle schede – spesso giorni di viaggio a dorso di mulo prima di giungere a Kabul per lo spoglio – non garantiscono l’assoluta regolarità delle consultazioni.

Ma la percentuale di affluenza alle urne sembra essere sfalsata: la Commissione Elettorale Afghana Indipendente ha ridotto il numero degli aventi diritto al voto a 11,5 milioni contro i 17 milioni del 2009, per cui la percentuale del 30% indicherebbe comunque un numero di votanti inferiore di circa un milione a quello delle elezioni presidenziali.

La reale affluenza sarebbe del 24%, come riporta solo l’agenzia Associated Press, ma  anche questo dato – sebbene risulti più probabile del 40% ufficializzato dai maggiori mezzi di comunicazione occidentali – potrebbe non corrispondere alle realtà, dato che molti osservatori dichiarano una netta discrepanza tra il numero dei cittadini entrati nei seggi ed il numero delle schede uscite dalle urne.

In tutto l’Afghanistan decine di casi di schede materializzate dal nulla, di seggi chiusi dopo sole quattro ore, di urne già piene prima dell’apertura dei seggi.

Voto in Afghanistan

A denunciare la situazione è la Free and Fair Election Foundation of AfghanistanFefa – nel rapporto in cui prende in esame diversi punti: sicurezza, affluenza, pressioni ed irregolarità elettorali, amministrazione dei seggi e personale impiegato, voce con una sezione dedicata a sottolineare la mancanza di personale femminile.

Nelle conclusioni si leggono le perplessità dell’organo sullo svolgimento delle operazioni elettorali oltre ad un richiamo alla Comunità internazionale perché sostenga gli organi preposti al monitoraggio e denuncino l’irregolarità della consultazione.

Il rapporto della Fefa è lo specchio di un Paese che il mondo non vuole vedere e che nasconde dietro al simulacro di una precaria, ma comoda e rassicurante, democrazia.

Foto: www.nato.int; www.elezioninews.it; www.t1.gstatic.com/images?q=tbn:DY_dT0mCAX6ZPM; http://www.g8italia2009.it

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