Afghanistan: dieci anni di guerra

Il dislocamento delle truppe Isaf e i comandi provinciali aggiornati al 20 ottobre 2011 (i dati subiscono variazioni di giorno in giorno): 130638 uomini, provenienti da 49 Paesi diversi. Gli Stati con il maggior numero di uomini impegnati sul fronte afghano sono: Stati Uniti (90000), Regno Unito (9500), Germania (5000), Italia (3953) e Francia (3932). Differente la suddivisione delle provincie per quanto concerne i Prt - Provincial Reconstruction Teams - il principale strumento della Nato per aiutare il governo afgano a recuperare la propria influenza sulle province e a ristabilire condizioni ottimali al mantenimento della pace, anche affiancando e integrando gruppi di civili e di personale militare.

Roma – «Di tutti i nemici della libertà pubblica, la guerra, forse, è quella che più deve essere temuta perché include ed incoraggia il germe di ogni altro. Madre degli eserciti, la guerra stimola i debiti e le tasse, noti strumenti per condurre i molti sotto il dominio dei pochi. In guerra, inoltre, il potere discrezionale dell’esecutivo viene ampliato».

Queste parole, scritte più di due secoli fa dal quarto presidente degli Stati Uniti James Madison, trovano immediato riscontro nella situazione degli stessi Stati Uniti – ma non solo – dei nostri giorni, soprattutto dopo quell’11 settembre che ha portato la Storia in una direzione in realtà abbastanza prevedibile.

La conseguenza più pesante, e che ancora condiziona molte vite, dell’attentato al World Trade Center è stata l’inizio della “guerra al terrore” ovvero l’inizio del conflitto in Afghanistan, un Paese in cui si combatte da dieci anni, in cui la fine delle ostilità sembra lontana e in cui sono scesi in campo notevoli interessi. Le critiche, da più parti, non sono mancate e non mancano.

La guerra è iniziata il 7 ottobre del 2001, nemmeno un mese dopo il crollo delle Twin Towers, ma la rapidità dell’azione non deve stupire: gli Stati Uniti possono vantare l’apparato militare più organizzato e meglio equipaggiato del mondo, con la possibilità di intervenire in qualsiasi angolo del pianeta in poche ore.

Tralasciando l’evoluzione e le tappe del conflitto – che per questioni di spazio non potrebbero essere presentate in modo davvero esauriente in questa sede – è soprattutto interessante esaminare l’attuale status del conflitto, le condizioni in cui versa l’Afghanistan, e gli interessi che sono entrati in gioco o che, come sostengono alcuni, hanno realmente spinto la Nato – leggi “Stati Uniti” – a invadere l’Afghanistan.

Dopo dieci anni di guerra l’Afghanistan è ben lontano dall’ordine e dalla pace. La strategia di counterinsurgency messa in opera dalle forze della Coalizione ha solo parzialmente sortito gli effetti desiderati: se da un lato il numero di insorti è stato ridotto è anche vero che spesso i miliziani che l’Isaf si trova a dover fronteggiare non sono riconducibili né ad Al Qaeda né alle formazioni a essa affiliate, ma sono cani sciolti, gruppi (poco) organizzati che agiscono di propria iniziativa, rappresentando in realtà un vero e proprio elemento di disturbo.

Nonostante l’apertura di Karzai, deciso a trovare un accordo con gli oppositori, anche talebani, purchè disposti a rispettare la Costituzione e a lavorare per il ripristino della pace e della vita democratica del Paese, gli scontri tra le forze di sicurezza afgane e gli insorti continuano, gli attentati si susseguono e aumenta il bilancio dei morti, sia civili che militari.

Paradossalmente col passare del tempo la sicurezza in Afghanistan diventa un concetto sempre più relativo: un rapporto presentato al Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite riferisce che nei primi otto mesi di quest’anno gli episodi di violenza sono aumentati del 40% rispetto ai primi otto mesi del 2010, mentre le vittime civili sono salite del 5%. I dati sono allarmanti, soprattutto considerando che, secondo quanto riportato dall’Afghanistan Right Monitor, lo scorso anno è stato il peggiore per quanto riguarda morti e feriti tra i civili: 2421 afghani morti e 3270 feriti a causa del conflitto, cioè ogni giorno sono morti più di sei civili e più di nove sono rimasti feriti.

Le statistiche riportate dal Guardian nel marzo 2011 relative alle vittime civili e alle cause dei decessi e dei ferimenti. I dati sono relativi al primo semestre del 2010 - l'anno che fino ad oggi ha segnato il maggior numero di morti - ed evidenziano il costante aumento delle vittime tra la popolazione non combattente. Il 2011 rischia di superare il primato del 2010 e divenire l'anno nero del conflitto in Afghanistan.

In totale i morti sono stati circa 67 mila: quasi 2600 soldati Nato, 10 mila uomini delle forze di sicurezza afghane, circa 38 mila guerriglieri, 15 mila civili e 1800 contractors. Questo secondo le stime ufficiali riferite dall’Onu, dalla Nato, da Human Right Watch e dalla Croce Rossa, mentre fonti ufficiose parlano del doppio delle vittime.

E la guerra non è ancora finita: la morte di Osama bin Laden non ha risolto tutti i problemi – nessuno in verità – e le forze in campo – a partire dal governo di Karzai, fino alle Nazioni Unite – sembrano non avere la minima idea di come ripristinare la sicurezza, anche perché dal precario equilibrio afghano sono in molti a guadagnare.

Chi invece non ci guadagna sono i cittadini di tutti gli Stati coinvolti nelle operazioni, costretti in un modo o nell’altro a sostenere le spese belliche di una guerra che non capiscono, che non vogliono e che porta via – a volte per sempre – i loro figli.

La situazione dei civili afghani non è di certo migliore: l’Alto patronato Onu per i i Rifugiati – l’Unhcr – hanno contato, negli ultimi cinque anni, circa 730 mila sfollati, di cui 350 mila sono tutt’ora nella stessa condizione. Anche altri indicatori sociali sono preoccupanti, primo fra tutti il tasso di povertà, salito dal 23% al 36%. Il tasso di mortalità infantile è salito di due punti, collocandosi sul 149 per mille, il tasso di alfabetizzazione ha perso tre punti ed è sceso al 28%. Ovviamente è calata anche la speranza di vita: mentre in Italia si vive in media fino a 81 anni, in Afghanistan si muore a 44, due anni prima rispetto al 2001.

In questi dieci anni sono stati raccolti circa 40 miliardi di dollari di aiuti che però si sono persi nella fitta rete di corruzione e rapporti clientelari che

Il logo di Isaf - International Security Assistance Force - la missione di supporto al governo afghano che opera su mandato delle Nazioni Unite. La scritta in lingua pashtu (si legge "Komak wa Hamkari") vuol dire "Aiuto e Cooperazione".

imbriglia il Paese. Il denaro destinato alla popolazione si è trasformato in guadagni per le aziende occidentali che si occupano di sicurezza e per le organizzazioni internazionali che operano sul territorio, non escluse le sempre discusse e non sempre degne d’encomio Ong.

La corruzione – che caratterizza da sempre i governi di alcune regioni mediorientali a causa della loro genesi e del loro sviluppo – il peggiorare delle condizioni di vita, la permanenza prolungata delle truppe – non sono mancati terribili crimini di guerra – l’incapacità di Karzai di sganciarsi dai magnati della guerra e dell’oppio a cui è legato anche grazie a comprovati brogli elettorali, hanno portato la popolazione afghana a mutare atteggiamento nei confronti dei soldati schierati su tutto il territorio, ormai visti come il braccio armato delle istituzioni che affamano il popolo e ne impediscono la rinascita.

Proprio l’oppio è al centro di molte polemiche: essendo l’Afghanistan un Paese privo di grandi risorse minerarie, molti sostengono che il conflitto serva essenzialmente a difendere il primato afghano nella produzione ed esportazione del prezioso papavero, primato che rende l’oppio la principale fonte d’entrate del Paese e che rappresenta un succulento bottino su cui il governo corrotto e alcuni Paesi della coalizione non avrebbero esitato a mettere le mani.

Dal 2001 la produzione di oppio in Afghanistan ha superato quella del periodo del regime Talebano. Nel 2000 erano dedicati al papavero da oppio solo 82 mila ettari di terreno, grazie soprattutto alla scelta del Mullah Omar di bandirne la coltivazione, invece oggi gli ettari sono 123 mila e nel 2007 hanno raggiunto il picco di 193 mila. A questo si aggiunge il fatto che, nel frattempo, sono nati laboratori clandestini che sintetizzano l’oppio e lo trasformano in eroina, producendone circa 400 tonnellate ogni anno. Con le condizioni di vita che peggiorano, la produzione d’oppio ed eroina che aumenta e la conseguente facilità con cui si reperisce la droga, in Afghanistan è aumentato il numero dei tossicodipendenti, che attualmente sono 350 mila – su una popolazione totale di poco meno di 890 mila abitanti – e il conseguente aumento del rischio di diffusione dell’Aids. All’oppio si aggiunge la coltivazione di cannabis, il cui ultimo raccolto, di straordinaria entità, ha portato l’Afghanistan a essere il primo Paese produttore ed esportatore della pianta e dei suoi derivati.

Quanto frutta in totale tutta questa droga? Di certo moltissimo, visto che il giro mondiale dell’eroina vale più di 70 miliardi di dollari l’anno. Una cifra a cui non si può resistere e – secondo quanto alcune inchieste giornalistiche hanno riportato e secondo quanto la Storia ha confermato nel corso degli anni – che vedrebbe il diretto coinvolgimento della Cia nella gestione del mercato mondiale della droga e, ovviamente, nell’amministrazione della risorsa sul suolo afghano.

Alla luce di questi interessi, della volontà degli Stati Uniti di mantenere il controllo su una regione strategica –

Una coltivazione di papavero da oppio in Afghanistan

l’Afghanistan è tra l’Iran e il Pakistan, due Paesi preoccupanti, turbolenti e legati all’ex Unione Sovietica – e dell’incapacità delle Nazioni Unite e del governo afghano di imprimere al Paese la svolta necessaria alla costituzione di una democrazia – attenzione a non farsi confondere dalle categorie tipiche delle democrazie occidentali – il summit di Lisbona in cui doveva stabilirsi la famosa exit strategy per l’Afghanistan sembra più che mai una beffa.

Non stupisce quanto pubblicato dal Telegraph – imbeccato dal consigliere per la Sicurezza del presidente Karzai, Rangin Dadfar Spanta – circa un accordo tra il governo Usa e quello di Kabul. Un patto strategico che permetterebbe a truppe statunitensi di restare in Afghanistan fino al 2024 e non solo a quelle con il compito di addestrare le truppe locali, ma anche alle Forze speciali e all’Aviazione in pieno assetto. L’accordo non è stato ancora firmato, ma potrebbe essere siglato a dicembre nel corso della conferenza di Bonn sull’Afghanistan, rimescolando le carte delle trattative con i talebani, ma anche dei rapporti – tutt’altro che rilassati – che gli Stati Uniti intrattengono con i governi di Teheran e di Islamabad.

Ancora una volta il nodo centrale della vicenda sono gli Stati Uniti con i loro interessi strategici e la loro forza, ma oggi più che mai gli americani sono insoddisfatti. Il popolo non vede la necessità della guerra in Afghanistan, soprattutto alla luce della crisi economica che dal 2008 mina le economie di tutto il mondo (e che per alcuni è stata causata dall’11 settembre) e anche Obama deve parte della sua impopolarità alla sua gestione della guerra, così come Bush venne pesantemente attaccato dai cittadini dopo aver riportato agli onori della cronaca – pur parafrasandolo – un pensiero di Nixon (probabilmente il presidente meno amato nella storia degli Stati Uniti): «Non è illegale perché lo ha deciso il presidente» per giustificare la sua posizione sul conflitto afghano.

La guerra continua, così come continuano le menzogne e i brogli, mentre la stampa è spesso incapace – o pagata perché lo sia – di riportare la verità, tanto da divenire uno dei più criticati protagonisti del conflitto afghano.

Francesca Penza

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