Acta o non Acta? L’UE ha deciso. Per il no

Strasburgo - 478 voti contrari, 39 favorevoli e 165 deputati astenuti: è con questi numeri che il Parlamento Europeo ha respinto, il 4 luglio scorso, il Trattato anti-contraffazione o Acta. Facendo tirare un sospiro di sollievo al popolo della rete.

Acta o non Acta? Negoziato già a partire dal 2008 tra Ue, Stati Uniti, Australia, Canada, Giappone, Messico, Marocco, Nuova Zelanda, Singapore, Corea del Sud e Svizzera l’ACTA – Anti-Counterfeiting Trade Agreement – nasceva dalla necessità di tutelare adeguatamente i diritti di proprietà intellettuale e industriale su internet. Un deciso scacco alla pirateria e alla contraffazione online che però solleva dubbi. E provoca l’insurrezione del web.

Pro-Acta e Anti-Acta. Che l’Acta possa rappresentare un unico e univoco linguaggio internazionale di lotta alla pirateria è l’obiettivo esplicito dei sostenitori e fautori del trattato. E che tra le lobby del copyright e quelle del service provider – da sempre in contrasto – l’Acta possa fungere da giusto intermediatore, uno degli scopi del documento. Ma il trattato si presta a ulteriori differenti interpretazioni, molte di queste tutt’altro che rassicuranti, a partire proprio dall’accusa di voler “imbavagliare” la rete.

Limiti e limitazioni. Tra i limiti del documento proprio la posizione assunta nei confronti dei service provider, ovvero motori di ricerca e social network: vengono difatti chiamati in causa nel trattato, che li vorrebbe maggiormente responsabilizzati riguardo la violazione dei copyright. Inevitabile non pensare alla forte limitazione di espressione che ne deriverebbe per utenti e internauti, stretti nella pressa di potenti diritti. Altrui. E a rischio di controllo da parte dei promossi “sceriffi” di Internet. Ciò va a unirsi alla proposta di legge per la regolamentazione del diritto d’autore, che però fin da subito ha incontrato difficoltà e ben tre no al Parlamento, tanto da scoraggiare la stessa Neelie Kroes, vice Presidente della Commissione Europea e responsabile per l’Agenda Digitale, pro Acta.

La minaccia bavaglio incombe. E Il web non ci sta. In quel che sembra sempre più assumere carattere di mera tutela di interessi puramente commerciali, la rete ferita si mobilita: Avaaz, comunità globale la cui mission risiede nella partecipazione politica collettiva, dà il via ad una raccolta online di firme che presto raggiunge cifre imponenti. Sono due milioni e quattrocentomila i sonori rifiuti pervenuti che piovono sull’Acta e vanno a sommarsi alle richieste di molti cittadini europei rivolte ai rispettivi rappresentanti nel Parlamento affinchè premano perché non venga fatto passare il trattato. Lo spettro della censura di Internet spaventa, e i detrattori del documento combattono a suon di manifestazioni, appelli online e atti dimostrativi in tutta Europa.

“Hello democracy-Goodbye Acta”, recitavano i cartelli sfoggiati con soddisfazione da alcuni dei deputati che il 4 luglio hanno stroncato l’Acta e «Sono molto felice che il Parlamento abbia deciso di seguire la mia raccomandazione di respingere Acta» è stata l’affermazione del relatore David Martin (gruppo S&D, UK) subito dopo il voto, a riprova del turbamento provocato da un trattato che si poteva prestare a disambigue letture. «Sosterrò sempre le libertà civili rispetto alla protezione del diritto di proprietà intellettuale», ha aggiunto, sostenendo allo stesso tempo l’importanza per l’Ue di trovare altre vie tramite le quali tutelare i diritti in rete. La sfida non sarà semplice: i sostenitori dell’Acta sembrano decisi a dare battaglia e uniti nel sostenere che «Con questa decisione sull’Acta, l’Ue ha perso un’occasione per tutelare le sue industrie creative e innovative nel contesto del mercato internazionale».

L’Acta andrà avanti senza l’Ue, fa sapere Alan C. Drewsen a nome dell’International Trademark Association, mentre l’italiana Fimi-Confindustria aggiunge che questo risultato «È la dimostrazione dell’isteria collettiva di una politica che corre dietro alle istanze populistiche del web» in quanto «tutte le previsioni normative incluse nell’accordo bocciato oggi, sono già state recepite dall’ordinamento italiano nel 2006, con il decreto di attuazione della direttiva 2004/48/Ce in materia di tutela dei diritti di proprietà intellettuale».

Restano, ad ogni modo, significativi l’esito e la risonanza della questione ed il fatto che il voto di mercoledì implica che né l’Ue né i suoi Stati membri potranno far parte dell’accordo.

Foto: ANSA, guardian.co.uk

Valentina Medori

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