A serious man: l’incubo dell’uomo medio

I fratelli Coen continuano a spiazzare pubblico e critica stravolgendo i canoni espressivi propri del cinema

Locandina

È scientificamente provato, si sa, che i famosissimi fratelli hollywoodiani hanno ormai come obiettivo l’intento di smontare il cinema per farne, in barba ad un secolo intero di invenzioni stilistiche, una macchina inespressiva, inconcludente e assolutamente priva di giustificazioni. La forte dose nichilista che contraddistingue la coppia sembra aver preso piede nel contesto di una continua rivisitazione di generi che mira a non lasciare più nemmeno l’aria nel barattolo delle invenzioni per il grande schermo. Il cinema, in sostanza, viene condotto senza via di scampo verso un universo di consapevole e professionale autoeliminazione di senso che, pellicola dopo pellicola, vorrebbe incoronarsi come nuovo pilastro portante del moderno racconto per immagini.

“Prendi con semplicità tutto quello che ti accade”, recita la citazione iniziale, prima di introdurre lo sguardo spettatoriale in un contesto quasi del tutto privo di fattori spaziotemporali, assolutamente fuori dalla storia narrata, ammesso che ce ne sia una. Il film, fatto tesoro metaforico del prologo iniziale, sembra avere l’intenzione di esporre le sfortunate e tragicomiche vicende dell’ebreo professor Larry Gopnik (un ottimo Michael Stuhlbarg dai tratti di un Robin Williams vuoto ed impacciato), un uomo comune al quale, lebowskyanamente, capita tutta una lunga ed incredibile serie di controversie pur senza aver commesso alcuna infrazione (“io non ho fatto niente”, ripete a più riprese): la moglie, di punto in bianco, vuole il divorzio, costringendolo a vivere in uno squallido motel di periferia, il figlio rockettaro intesta a lui il cospicuo pagamento di una lunga serie di dischi in uscita (siamo negli anni ’60 e Santana “Abraxas” fa faville) e chi più ne ha più ne metta. Se aggiungiamo anche una dose di finto rafforzamento spirituale ad opera di presunti rabbini, allora la cosa si fa ancora più paradossale e lucidamente delirante.

Ma è proprio questo caos di eventi (amplificato da inquadrature a tratti sbilenche ed inclinate e spiegato da un quaderno denso di scritti disordinati o da una tv che trasmette l’immagine di un cervello in ebollizione) che mette in scena, in linea del tutto trascendentale, il vero caos di riferimento, ossia quello dell’individuo che sceglie di pagare il biglietto per assistere alla proiezione, proveniente da una mezzora di ricerca di un parcheggio o dai gas di scarico quotidianamente respirati nel disperato tentativo di una passeggiata salutare verso il cinema prescelto.

Joel ed Ethan Coen

Il film intero, di conseguenza, altro non è che un lento e burrascoso scivolare dell’individuo (cinematografico e non) in una ineluttabile spirale di involontaria ed ingiustificabile distruzione. Tema tipico dei Coen, anche quando ciò che i due fratelli hanno proposto sullo schermo non aveva altra ragione se non il non avere una ragione. Ma stavolta il discorso sembra avere una chiave di lettura, almeno ad una prima ipotesi. E, se una chiave di lettura c’è, questa sembra puntare il dito direttamente nei confronti dello spettatore, quel particolare individuo medio che, dopo una giornata di lavoro “serio”, pretende di assistere ad una commedia brillante che gli faccia dimenticare il peso dell’esistenza. Per contro, i due fratelli, sadici da questo punto di vista, fanno di questa loro notevole nuova pellicola un vero e proprio sogno ad occhi aperti, un incubo che ha come protagonista principale colui che si accomoda tranquillamente nella sala buia e che porta con sé, nel suo inconscio, praticamente tutto ciò che accade sullo schermo. È un’ipotesi che deriva dal finale inatteso e bruscamente troncato proprio nel suo divenire, così come gli incubi peggiori (anche quelli del protagonista) portano al risveglio affannato proprio nel loro culmine più tragico e pauroso. È incredibile come una brutta notizia e una terribile situazione meteorologica permettano di mandare in frantumi un evento nel suo più prossimo divenire, facendo dei due registi forse uno dei più alti esempi attuali di Dio Cinema che tanto si diverte a giocare coi suoi personaggi calandoli in una spirale di situazioni senza motivo e senza ritorno.

Una scena del film

Così come citato da alcuni personaggi, il concetto del “non si può sempre ottenere la risposta a tutto” sembra estendersi a livello universale, quindi anche sottoforma di concetto cinematografico oltre che esistenziale. È quanto sta alla base del cinema dei Coen a partire dall’inattivo ed inetto “Uomo che non c’era”, passando per la totale assenza motivazionale di quel “Non è un paese per vecchi” senza capo né coda, facendo tesoro dell’idea di un continuo bisogno di semplicità in uno contesto globalmente complesso. Se il cinema, quindi, parla anche della vita quotidiana, perché fare film semplici e futili se il contesto di riferimento prosegue la sua corsa verso il nulla? Ai posteri l’ardua sentenza.

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Una risposta a A serious man: l’incubo dell’uomo medio

  1. avatar
    Laura 14/12/2009 a 18:48

    Fratelli Coen…una garanzia che vale sempre il costo del biglietto.

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