A lezione di coscienza con Il Teatro Degli Orrori

Quando la musica pretende con forza il suo fondamentale ruolo di vettore culturale

di Stefano Gallone

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Il Teatro degli Orrori

Era il non lontano 10 novembre 1995, quando Ken Saro Wiwa, poeta, scrittore e politico nigeriano, da sempre attivista in difesa dell’ambiente e a favore delle rivendicazioni delle popolazioni del Delta del Niger, venne condannato a morte e rapidamente giustiziato tramite impiccagione “a sangue freddo”. Titola proprio così il nuovo lavoro del Teatro Degli Orrori, l’alternative rock band italiana senza dubbio più valida sul panorama indipendente attuale, nata dalle ceneri non ancora spente dei venerabili One Dimensional Man.

Ma non si tratta soltanto di un disco e non si tratta soltanto di una rock band. Il discorso è sicuramente ben più ampio se si considera la mole esponenziale di energia da palcoscenico direttamente proporzionale al carico di impegno sociale, civile, a tratti politico ma soprattutto umano ed esistenziale che contraddistingue il quartetto veneto dal resto della marmaglia underground. Un concerto del Teatro Degli Orrori non è mai solo ed esclusivamente un concerto rock. “Ci piaceva citare Artaud perché avevamo in mente di fare un concerto rock che non sia soltanto un concerto rock ma qualcosa di più”, spiega Pierpaolo Capovilla, frontman del quartetto veneto nonché splendido quarantenne ruggente, puntualizzando la necessità di trasmissione di un messaggio globale che va ben oltre i finti interessi extramercantili: “siamo un gruppo rock ma quello che cerchiamo di fare nelle canzoni è di dire qualcosa, basta con queste canzoncine stupide che non dicono niente!”, invoca a chiare lettere.

Ciò che forse un tantino stupisce è che siamo qui a parlarne come se si trattasse di breaking news, quando, per contro, dovrebbe essere una situazione (non uno stratagemma!) consueta e di salvifico uso comune. Andando a cercare i motivi principali per cui, al giorno d’oggi (ma già da un bel po’ di anni a questa parte), nell’agglomerato di masse e cumuli di ossa unidirezionali che costituiscono la sfacciatamente consumista società moderna, va ben poco di moda, rendendosi scarsamente redditizio, il comunicare lanciando messaggi di riflessione umana (riflessione vera, non finto perbenismo da canzoni per beneficenza!), si nota fin troppo chiaramente il non marginale difetto esistenziale che permette, alla faccia di chi ci tiene davvero, di operare per un qualunquismo ingannevole con pochi precedenti.

È da ricercare nelle fondamenta di una generazione intera il motivo per cui maledire dall’alto di un palco di legno assassini legalizzati o ottusità mentali troppo facilmente manipolabili diventa una forma di accusa di terrorismo psicologico verso chi, contrariamente, mira a far cadere almeno un briciolo di paraocchi prendendo brandelli della realtà più amara, oscura e tangibile per sbattertela, finalmente, in faccia senza mezzi termini, senza darti vie di scampo. Il risultato, a volte, altro non è che, come capitato all’ottimo Pierpaolo, il sentirsi dire, durante una considerazione introduttiva su Ken Saro Wiwa, “meno chiacchiere! Musica!”. Ed è per questo motivo che in molti ci accingiamo a sostenere la causa di questi eterni ed agguerriti ragazzi, affinché continui a maturare la non morta speranza di fare della musica di nuovo (come fino a trent’anni fa, prima che il pop distruggesse ogni forma di comunicazione sincera) un mezzo universale di diffusione culturale.

In un’epoca di grandi fratelli e superenalotti, sembra sopravvivere e scalpitare rumorosamente, sotto il lussuoso, variopinto ed ipnotico tappeto mediatico, un solido strato di polvere stanca di passare inosservata per far spazio a saturazioni cerebrali.

Il Teatro degli Orrori in concerto

Il Teatro degli Orrori in concerto

Il Teatro degli orrori reagisce, urla, scalpita, spacca corde alla Jesus Lizard o Melvins e dissemina watt come se il pubblico fosse un campo fertile di ribellione, interagendo per ricevere da esso un immediato contrattacco. Crea spunti di partenza, fa domande, pretende risposte. Si pone gli stessi interrogativi del fantomatico protagonista della delicatissima “Io ti aspetto”, la traccia di apertura del nuovo devastante lavoro, quell’uomo perennemente in attesa di una consorte che, molto probabilmente, non tornerà mai, vittima di qualcosa di davvero brutto accaduto in strada (potenziale metafora, forse, dello “stupro” culturale al quale la massa si sottopone in maniera assolutamente consenziente). Inneggia ad una solida e convinta vendetta in passaggi come la title track “A sangue freddo” (“Ladri in Limousine! Pagherete tutto e pagherete caro!”), la cruda “Padre nostro” (“Sia fatta la tua volontà come in cielo così in terra, la fuoriserie ed il guard rail abbreviano l’attesa in un baleno”) o la promettente “Mai dire mai” (“Nella vita quel che arriva arriva te lo prendi eccome, a parte qualche significativa eccezione”). “Ci vuole qualcosa di diverso“ sembra essere, insomma, la principale fonte di divulgazione culturale per i quattro veneti, oltre che pilastro portante di quelle necessarie controculture inavvertitamente sotterrate dalle esigenze di mercato.

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