‘9’, la recensione del nuovo album dei Negrita

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I Negrita (foto via: facebook.com/negritaband)

I Negrita rappresentano una delle realtà più importanti del rock Made in Italy. Su questo c’è assolutamente poco da discutere. Di acqua ne è passata molta sotto i ponti, da quel lontano marzo del 1994 quando la band aretina pubblicò l’esordio discografico: venti e più anni, nei quali i Negrita hanno attraversato diverse fasi musicali e hanno conquistato la penisola grazie a una proposta musicale mai scontata, frutto di capacità, impegno e passione.

9 - Oggi esce 9, nona fatica discografica in studio dei Negrita. Orfani dello storico bassista Franco Li Causi, che ha lasciato nel 2013, la band si racchiude oggi attorno alla voce di Pau e alle affiatate chitarre di Drigo e Mac: tre membri sempre presenti che rappresentano il nucleo attorno al quale i Negrita si sono sempre mossi. Dopo la svolta latina di metà anni 2000 e il ritorno a sonorità più rock con Dannato Vivere (e con l’ottima raccolta di rivisitazioni in chiave acustica Deja Vu), i Negrita tornano, con 9, a quel bel rock che ha caratterizzato la prima fase della loro carriera, senza tuttavia archiviare le molteplici influenze e i differenti stili che hanno caratterizzato i periodi più recenti. I Negrita dimostrano quindi una grande maturità artistica in fase compositiva e una elevata capacità di sapersi muovere in territori differenti, che porta ad amalgamare ingredienti molto diversi tra loro creando tuttavia una pietanza godibile e al tempo stesso di qualità. Ma andiamo subito ad ascoltare i brani che compongono 9.

INIZIO RADIOFONICO – L’album si apre con i primi due singoli estratti, Il gioco e Poser: il primo è un rock radiofonico di buona fattura che riprende il discorso musicale di Dannato Vivere, mentre il secondo brano si muove su un buon riff dal gusto catchy, che introduce un testo di condivisibile critica sociale che, tuttavia, a tratti suona un po’ forzata. Segue quindi Mondo politico, un brano spruzzato di elettronica che sfocia in un rock denso e avvolgente. La fresca Que será, será riprende le influenze latine tanto care ai Negrita attorno alla metà degli anni 2000, mentre la successiva Se sei l’amore alterna strofe soffuse e delicate, a sterzate verso un classic rock appassionante sullo stile dei primi lavori della band aretina. Si prosegue quindi con 1989, brano meno convincente dei precedenti, che si muove su un giro di stampo “inglese”.

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La copertina di ’9′ (foto via: allmusicitalia.it)

MOLTEPLICI INFLUENZE – Il disco continua quindi con Ritmo umano, che vanta la collaborazione di Ted Neeley, il mai dimenticato Gesù di Jesus Christ Superstar: un brano saltellante e sincopato, forte di un arrangiamento sapiente che mescola in parti uguali pop, rock, e ritmi latini. Il nostro tempo è adesso aumenta il tiro, accelerando le dinamiche, proseguendo il discorso del brano precedente in termini di mescolanza di stile, influenze e soluzioni differenti. Arrivati a questo punto i Negrita mettono quindi da parte per un attimo le influenze latine passando a Baby I’m Love, il brano più americaneggiante dell’album, forte di riff sudato, di un arrangiamento incalzante e dal gran mordente, e di un prolungato finale dal gusto bluesy.

Niente è per caso abbassa nuovamente i toni, in un rock dai toni soffusi e malinconici, mentre la successiva L’eutanasia del fine settimana è un brano scanzonato – con un finale allegro che potrebbe essere stato scritto da Robert Smith dei Cure – contenente una profonda e azzeccata critica dell’italianità fatta di lustrini e apparenza, che popola i locali più esclusivi durante i weekend. Conclude il disco l’accoppiata Vola via con me e Non è colpa tua: un bel rock classico il primo, forte di un lavoro di chitarra di gran classe che occupa tutta la seconda parte del brano; mentre il secondo brano, impreziosito dalla collaborazione di Shel Shapiro, è uno degli apici dell’album, colmo di un retrogusto psichedelico e di un incedere ossessivo ma non stancante.

PROMOSSO (SENZA LODE)9 è senza dubbio un buon prodotto, nel quale i Negrita dimostrano nuovamente le loro capacità di songwriting, sia da un punto di vista musicale che nelle liriche. Alcuni buoni brani si alternano a pezzi meno convincenti, non tanto perché non di buona fattura quanto piuttosto per un’attitudine troppo “facile” e prevedibile, e orientata a trovare il favore del grande pubblico. 9 è in sostanza un disco godibile che non presenta acuti, ne in senso negativo ne in quello positivo: un buon ascolto quindi, che conferma le capacità sopra la media dei Negrita, senza tuttavia aggiungere nulla alla carriera di una band che ha fatto la storia del rock italiano degli ultimi venti anni. Dischi come Reset, XXX e Radio Zombie rimangono molto lontani, forse perché Pau e soci hanno un po’ perso la freschezza degli esordi, soprattutto in termini di rabbia giovanile, ricerca disperata di soddisfazione interiore e incomprensione del mondo, sentimenti così ben espressi fin dagli albori della loro carriera in brani che sono entrati di diritto nel background musicale degli italiani under 40.

Voto: 6,5

Alberto Staiz

@AlStaiz

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