La rassegna “Settembre al Borgo” compie 40 anni e si regala un meravigliosamente tormentato Elio Germano. Il Teatro della Torre di Caserta Vecchia ospita l’adattamento italiano del testo di Will Eno, finalista al Pulitzer Prize Drama nel 2005. Elio Germano dirige, interpreta e ci regala le sue sensazioni a caldo
di Francesco Guarino
CASERTA VECCHIA - Il palco è buio e Thom Pain lo invade senza né preavviso né applausi. È illuminato a scatti dalla luce intermittente di un accendino, mentre tortura una sigaretta nel vano tentativo di accenderla. I polmoni gli s’ingrossano e soffiano sui presenti l’aria immobile del borgo. La lingua schiocca contro il palato facendo vibrare come corde di violino i timpani in platea. La testa è perennemente inclinata sulla spalla sinistra ed Elio-Thom chiederà più avanti «Vi dà fastidio se guardo sempre a est?», ma non è altro che una delle infinite domande retoriche di un uomo tormentato, al quale non interessa la risposta e che, se può, si pente immediatamente anche della domanda. Will Eno nel 2004 ha scritto uno small masterpiece (Charles Isherwood, NY Times), consacrato definitivamente al rango di capolavoro con l’inclusione nella rosa dei finalisti del Premio Pulitzer 2005 per la sezione drammaturgia; Elio Germano ha raccolto la difficile duplice sfida della regia e messa in scena italiana di Thom Pain (based on nothing) e l’ha vinta con ampio margine di distacco.
IL DOLORE, IL TEMPO, IL TORMENTO – Al Festival Settembre al Borgo di Caserta Vecchia, il Thom Pain di Elio Germano cattura lentamente. Maltrattato dal tecnico delle luci che ne ignora le richieste, sbeffeggiato dal pubblico che ride delle sue incongruenze, Thom prova a raccontare una storia di sofferenza attraverso i gesti apparentemente senza senso di un bambino vestito da Tex Willer. Germano corre precipitosamente, sia sul palco che nella storia, ora arricchendo il racconto di particolari macabri o insignificanti, ora contraddicendosi senza troppo curarsi dell’effetto destabilizzante delle proprie parole. Il bambino gioca felice senza curarsi dell’orrore in cui vive, poi cresce ed è un adulto che soffre terribilmente per l’amore di una donna, mai conosciuta davvero eppure amata alla follia. Thom Pain si fa beffe del tempo ed allo stesso tempo ne è ossessionato: invoca a più riprese il pubblico, ma non concede ad esso il tempo di organizzare una reazione lucida, perché ne teme la reazione. «Cosa fareste se vi restassero 30 secondi da vivere? Sareste sinceri…», domanda e risponde autonomamente, negando il diritto di replica. «E se invece vi dicessero che vi restano 40 anni? Ve lo dico io, attendereste senza far nulla. Ed è assurdo». Germano-Pain evoca immagini, crea suggestioni e le infrange con impeto joyceiano in un flusso di coscienza veemente, che a più riprese toglie allo spettatore le poche certezze rimaste. L’unica, incontrovertibile sicurezza è il dolore: il bambino della storia, violentato sulla pelle da uno sciame di api e nel profondo del cuore dalle durezza della vita, è proprio lui, Thom Pain. Ed il dolore con cui convive non sparisce assieme a lui con il buio scenico di fine spettacolo, ma aleggia confuso a mezz’aria, poco sopra le teste degli spettatori splendidamente inebetiti.
FACCIA A FACCIA CON ELIO GERMANO – Incontriamo Elio a fine spettacolo: si concede volentieri a qualche domanda nei camerini improvvisati dietro le quinte. Ha smesso gli abiti sciattamente eleganti di Thom Pain e si è infilato una maglietta rossa. Sorseggia stravolto una bevanda energetica, ma è lucido e cordiale. Nelle note di regia ha scritto: “Thom Pain è un uomo solo, che soffre sotto il tiro delle luci del palco. Ha parole che non suonano come le battute di un testo teatrale, ma hanno il linguaggio e la forza di un uomo che parla, mettendosi in fila […] continuamente sospeso tra memoria e paura. Credo che questo testo non faccia sconti a nessuno, tanto meno a me. Non puoi entrarci a meno di non essere Thom Pain.”
La difficoltà di essere Thom Pain, oltre che nell’interpretarlo, sta anche nel portare in scena un testo americano su un palco italiano?
Indubbiamente. Un testo scritto nel 2005 in America è pregno di riferimenti all’humus sociale di quel periodo e, nell’adattamento al pubblico di casa nostra, non si può non considerare lo scarso appeal che avrebbero avuto quei riferimenti, ove troppo specifici. Abbiamo dovuto lavorare (con la traduttrice Noemi Abe, ndr) per rendere il testo più adeguato possibile al contesto in cui sarebbe stato presentato, senza però snaturarne troppo il contenuto.
Difficile snaturare un personaggio così ambiguo.
Tutto sommato dover essere Thom Pain è stata una fortuna: la sua spontaneità quasi violenta suscita reazioni contrastanti nel pubblico. Stasera (ieri, 1 settembre ndr) la risposta generale è stata piuttosto ridanciana, in linea con l’indole tipica dell’uditorio campano. In altre serate, invece, lo spettacolo ha assunto toni decisamente più cupi, al limite del drammatico.
Based on nothing, basato sul niente. Con questa premessa immaginiamo che Thom Pain in scena si cibi molto di ciò che gli accade attorno, per tenere il palco con un monologo di 75 minuti. È così?
Thom Pain ed io ci nutriamo di ciò che accade serata dopo serata, ma senza eccessi. Il frutto di un singolo episodio o di un volto particolare incontrato tra le prime file non stravolge mai del tutto l’essenza del personaggio. Dà un tocco di imprevedibilità e, a volte, ci consente persino di far passare per preparate cose che non lo sono, anzi…
Anzi? Non farti pregare, scommettiamo che c’è già qualche aneddoto da condividere…
Beh, qualche sera fa all’improvviso si è spento l’impianto luci durante lo spettacolo. La gente ha pensato che fosse l’ennesima volta che Thom veniva ignorato dal tecnico, invece erano proprio saltate tutte le luci! È “piacevole” fronteggiare imprevisti con un personaggio del genere: hai ampi margini di manovra per poter recuperare e, soprattutto, non corri il rischio di annoiarti ad affrontare le oltre trenta repliche previste.
Foto homepage: Teatroecolline.it


