Thursday, May 17, 2012

Omeopatia o medicina tradizionale? Boiron versus Garattini

Post di Fabrizio Giona On maggio - 28 - 2010 2 COMMENTI

Incontro-scontro al Corriere della Sera tra Christian Boiron, presidente dei Laboratoires Boiron e Silvio Garattini, direttore dell’Istituto di ricerca farmacologica “Mario Negri”. Opinioni a confronto      

di Fabrizio Giona, Mara Guarino, Monica Pedrola

Christian Boiron, presidente dei Laboratoires Boiron

MILANO – Omeopatia o medicina tradizionale? Questa la questione al centro del convegno organizzato dalla Fondazione del Corriere della Sera e tenutosi lo scorso 25 maggio. A discutere della validità dei due metodi, soprattutto di quello omeopatico, sono intervenuti due ospiti d’eccellenza: Christian Boiron, presidente dei Laboratoires Boiron, leader mondiale nella produzione di farmaci omeopatici, e il professor Silvio Garattini, direttore e fondatore dell’Istituto di ricerche farmacologiche “Mario Negri”. A moderare l’incontro il dottor Luigi Ripamonti: a lui l’arduo compito di “tenere a bada” i due ospiti, che di certo “non se le sono mandate a dire!”.

Ecco le loro posizioni.

NON C’E’ IDEA CHE DURI SE NON SCIENTIFICAMENTE FONDATA – “L’omeopatia è tutta la mia vita. Sono nato tra i granuli ed è proprio questo che mi ha preservato dallo scetticismo nei confronti di un mondo per molti versi ancora sconosciuto”. Con queste parole, Christian Boiron dà il via al dibattito sull’efficacia dell’approccio omeopatico, a dispetto dell’impossibilità tuttora presente di caratterizzare empiricamente le “diluizioni immateriali” di Hahnemann. Del resto, sostiene il Presidente dei Laboratoires Boiron, “non c’è nessuna idea che possa durare due secoli se non è scientificamente fondata”.

Il paradosso della ricerca omeopatica sta proprio qui: ferma sull’ipotesi del meccanismo d’azione – l’infinitesimale – si trova a dover fare i conti con l’incongruenza logica della sua validità terapeutica, comprovata ormai da una vasta letteratura scientifica. Nel frattempo chiama tanto il medico, quanto il paziente all’accettazione della possibilità che funzioni, una responsabilità che connota in senso fortemente pratico l’intero dibattito sul ricorso alle cure mediche. La vera sfida è precisamente quella di riuscire ad individuare il preparato giusto per ogni paziente, in base alla risposta individuale – anche psicologica – alla malattia.

E se è vero che affidarsi alle cure omeopatiche non significa sminuire la medicina tradizionale – come Boiron stesso sottolinea più volte – è altrettanto vero che, mettendo sul piatto della bilancia i due trattamenti, emergono chiari i benefici dell’omeopatia: l’alta diluizione del principio attivo elimina gli effetti collaterali indesiderati, rendendola sicura anche per i più piccoli; il costo dei farmaci è contenuto e a prescriverli sono sempre medici allopatici, una tendenza che, dati alla mano, è in netta crescita. Si stima infatti che in Italia l’omeopatia è praticata da almeno 25.000 medici (150.000 nel mondo); in Francia la si insegna in 7 facoltà di medicina e in Germania l’85% delle farmacie vende trattamenti specifici.

In ogni caso, al di là di confronti statistici o di sterili discussioni sulle metodologie di indagine sperimentale, ciò che più di tutto si augura Boiron è di arrivare quanto prima a quella “unione sacra” per vincere le grandi patologie del nostro tempo (cancro, Aids, Alzheimer, parassitosi ecc.). E in quest’ottica ci lascia con la stessa certezza con cui ci ha incontrato: la “medicina dolce” si diffonderà non perché la via tradizionale sia negativa o i medici incompetenti, ma semplicemente perché è in se stessa efficace.

Silvio Garattini, presidente e fondatore dell'Istituto di ricerche farmacologiche "Mario Negri"

LA SCIENZA HA BISOGNO DI PROVE E DATI CERTI - “Molte persone leggono l’oroscopo ogni mattina e ci credono, ma questo non vuole dire che sia vero”. Sono parole molto forti  quelle del professor Silvio Garattini, pronto a sottolineare come l’efficacia delle cure omeopatiche e la loro recente diffusione non vadano necessariamente di pari passo. Anzi, a suo avviso, sarebbe solo una mancanza di cultura, quella scientifica, a spingere molte persone ad abbracciare questi trattamenti non tradizionali. L’effetto placebo e una maggiore affabilità degli omeopati nei confronti dei loro pazienti farebbero poi il resto.

La posizione della farmacologia istituzionale è del resto molto chiara: non c’è farmaco senza principio attivo che lo componga. E le grandi diluizioni operate in campo omeopatico rendono impossibile il dosaggio di una qualsiasi molecola, diversa dal solvente, al loro interno. Basti pensare che se scambiassimo le etichette a 10 diversi prodotti omeopatici, al momento, nessun chimico o tecnico di laboratorio sarebbe in grado di ricostruirne la composizione, così da rimettere tutte le targhette al proprio posto. Svelando apertamente il proprio scetticismo verso il mondo dell’omeopatia, il CICAP – Comitato italiano per il controllo delle affermazioni sul paranormale-  ha persino previsto un cospicuo premio in denaro per chiunque dovesse riuscirci. Prima o poi.

Forse è proprio un problema di tempo, non solo di metodo. Perché per la scienza nulla esiste finché non sia comprovato dal metodo sperimentale. Lo stesso Garattini non esclude aprioristicamente  la possibilità di considerare l’omeopatia come una branca della medicina a tutti gli effetti, ma solo in futuro. Quando (e se) esisteranno prove e dati certi.

In quest’ottica, appare dunque ancora più grave la regolare vendita in farmacia di questi prodotti.  Si potrebbe controbattere che non sono dannosi per la salute. Non bisogna però dimenticare che hanno comunque un loro costo, per quanto non elevato, del tutto ingiustificato a fronte di tante incertezze. Non solo. Per legge, un medicamento omeopatico può essere commercializzato senza passare attraverso stringenti iter di sperimentazione, a differenza di un qualsiasi nuovo farmaco allopatico.

Ancora una volta, il fondatore dell’Istituto “Mario Negri” di Milano centra il problema con’immagine molto efficace: quanto si può essere disposti a pagare una bottiglia di buon vino, se questo viene diluito in oltre cento litri d’acqua? E, soprattutto, perché scegliere la versione annacquata quando si potrebbe avere un rosso pregiato, magari d’annata?

Guarda il video del convegno su http://video.corriere.it/ (sezione appuntamenti/salute)

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