Un film sospeso tra il vero e il falso, tra l’originale e la copia. Premiata Juliette Binoche come “Migliore interprete femminile” al Festival di Cannes 2010
di Santi Sciacca
Il regista iraniano, Abbas Kiarostami, considerato da Jean Luc Godard come l’ultimo dei registi, torna come sempre a parlare del cinema e del fuori-dal-cinema, partendo stavolta dall’oggetto in sé del film; “Copia conforme” è il nuovo testo presentato a una conferenza dallo scrittore James Miller (William Shimell) sulle opere d’arte e le loro “copie”, ma si propone come trampolino di lancio per trascinarci in una lunga conversazione onnicomprensiva come di uno spettatore che, uscendo dal cinema, resta accecato dalla luce.
“Una buona copia è meglio dell’originale”, la tesi sostenuta nel libro. Perché dovrebbe esser da meno? Lo sarebbe unicamente se si fosse a conoscenza che si tratti di una copia; ma è allora la soggettività di ciascuno a conferire il vero valore agli oggetti, siano esse opere d’arte, gioielli o cipressi. Perché non ammettere che anche un quadro è la copia dell’originale, cioè del soggetto del quadro; e il sorriso della Monna Lisa, anche quello è vero o è voluto dal pittore? E se vogliamo andare ancora oltre: le persone, loro sono originali? La parola “originale”, ricorda lo scrittore, deriva dal voler ricercare le “origini”, peccato che spesso esse non siano raggiungibili.
Alla conferenza, con cui si apre un sipario che anticipa fin da subito una quieta attesa, è presente una donna (Juliette Binoche) con il figlio che la distrae ripetutamente, apparendo totalmente disinteressato (invidiabile!). Il giorno dopo, ella trova un pretesto per avvicinare lo scrittore (fargli autografare dei libri) e lo invita a Lucignano per una passeggiata: è qui che il film prende una piega inaspettata. Dopo ripetute conversazioni sui temi più svariati e, soprattutto, dopo altrettante divergenze, i due scelgono di fermarsi a pranzare in una locanda. Proprio in tale locanda le loro sfere emotive sembrano avvicinarsi tanto da combaciare e quando vengono scambiati per marito e moglie, si trovano quasi obbligati ad assecondare la questione: da quella che inizialmente pareva essere una educata finzione, finiscono entrambi col trovarsi realmente incatenati nei ruoli in cui si sono calati, per precipitare inesorabilmente in una voragine di discorsi che sembra non avere termine. A ognuno la sua parte.
Lei, la parte della donna sposata ma costretta a passare gran parte del tempo da sola e a badare al figlio; lui, il marito perennemente impegnato nei viaggi di lavoro, che ama la famiglia ma non sente il bisogno di dimostrarlo, scegliendo di condurre autonomamente la propria vita. Tra il vero e il falso, il limite è assai sottile e anche lo spettatore resterà alquanto interdetto, ma, dopotutto, non importa più di tanto; non ha importanza chi sia il marito o la moglie, hanno importanza le parti, le azioni, il passato. Si faranno totalmente e progressivamente travolgere dal dipinto in cui vengono a trovarsi, emotivamente e intellettualmente esasperati, tenteranno di riaffrontare i problemi, anche di riconquistarsi a vicenda per scoprire se, al cambiare degli interpreti, possa mutare anche la situazione.
Interamente girato in una altrettanto ricca ambientazione Toscana, egemonia culturale, fascinosamente ritratta da una fotografia affidata all’italiano Luca Bigazzi, si tratta chiaramente di un film per cinefili, in cui il tema di fondo fornisce le basi per aggrovigliare le vite dei personaggi e poterli guidare nel loro percorso e nella loro crescita. Riflessivo e a tratti contorto, si trova tuttavia spesso appesantito da ricche elucubrazioni retoriche contrastate dall’inevitabile, o forse evitabile, riscontro con la realtà, o copia che sia.

