Thursday, September 9, 2010

Basso ritorna tutto Rosa

Post di alessio tedde On maggio - 31 - 2010 AGGIUNGI COMMENTO

Il ciclismo italiano ritrova un Campione limpido. Ora si spera per il Tour

di Alessio Tedde

Ivan Basso entra da vincitore all'Arena di Verona

Il Giro è finito, l’amore per  il ciclismo è rinato. Questo è il verdetto della corsa Rosa numero 101. Dopo anni di sospetti, di doping, di Carabinieri al via delle tappe che contano, il Giro ritrova la purezza dei valori dello sport e soprattutto ritrova le battaglie e i duelli epici che hanno reso magico il ciclismo. È per questo che a fine corsa bisogna fare un elogio ai corridori, tutti i corridori, che hanno permesso la riuscita di uno spettacolo eccezionale come il Giro 2010. In Primis Ivan Basso, meritevole maglia rosa al traguardo di Verona. “Ivan Il terribile” come era soprannominato Basso allorché conquistava piazzamenti e vittorie nelle grandi corse a tappe. Adesso possiamo dire “Ivan 2, il ritorno”.

Dedica la vittoria ai figli, alla famiglia, a tutti quelli che gli son stati vicini in questi anni difficili, dove ha dovuto combattere con la vergogna di essere tacciato come un drogato, uno che gioca sporco, uno di quelli che hanno gettato fango su uno sport limpido qual’era sempre stato il ciclismo. Ivan ci ha messo il cuore, l’anima e la costanza negli allenamenti, col pensiero fisso di dover tornare quello di prima, anzi più forte. Allenamenti massacranti sotto la guida del preparatore atletico Aldo Sassi del centro ricerche Mapei, che per basso ha messo in discussione la sua onorabilità di medico: “era lui che veniva da un caso di Doping”. Per due anni Ivan nella solitudine della sua squalifica, ha dovuto simulare  l’attività agonistica, allenandosi come se avesse dovuto correre realmente. Poi ancora sotto squalifica, l’ingaggio da parte della Liquigas Doimo, che ha creduto in un suo ritorno pulito ma soprattutto vincente.

Il resto è storia di oggi: Basso dominatore delle grandi salite di questo giro, vincitore della tappa dello Zoncolan  e sempre in testa a tirare per recuperare la maglia rosa fino all’Aprica, giorno del suo simbolico ritorno nell’olimpo dei campioni. Per due giorni controlla agevolmente la corsa fino all’Arena di Verona dove il suo ingresso trionfale è salutato da un immensa folla, la stessa che forse lo ha criticato duramente per il suo coinvolgimento nell’Operacion Puerto, ma che è pronta a perdonare e ad idolatrare l’uomo e l’atleta capaci di uscire con le proprie sane forze, dal tunnel del doping.

Elogi vanno anche alla Liquigas Doimo, che come abbiamo già detto, è stata l’unica vera squadra in questo Giro, dove abbiamo assistito alla mediocrità delle altre squadre in corsa. Basti pensare a tutte le fughe andate in porto, fino al traguardo: fughe in solitaria, fughe a gruppetti fino alla disfatta della tappa dell’Aquila, dove gli uomini all’attacco riuscirono ad essere in numero addirittura superiore al gruppo maglia rosa, il gruppo dei migliori, e a stravolgere a metà gara la classifica generale. È per questo che non abbiamo visto arrivi in volata di gruppo e molte squadre non hanno avuto la possibilità di mettersi in mostra. La liquigas invece domina tutti nella crono a squadre di Cuneo, mettendosi dietro anche lo Squadrone Sky capitanato da Bradley Wiggins, e poi è l’unica squadra che fa il ritmo di corsa nelle tappe che contano, le tappe in montagna, dove riesce a portare i suoi due alfieri sino alle pendici delle vette più temute.

Menzione particolare merita, il terzo classificato al giro 2010: Vincenzo Nibali. Ripescato dalle spiagge toscane, dov’era in vacanza, il giovane Messinese, ciclisticamente adottato dalla toscana, ha dimostrato di valere tutti gli elogi che gli addetti ai lavori gli tributano. Ottimo vincitore di tappa ad Asolo, con un arrivo in solitaria, è riuscito a stare vicino a Basso nelle montagne, tenendo il ruolo di gregario e non facendosi prendere da quella ingenua foga giovanile che avrebbe potuto rovinare i piani di squadra e la vittoria finale. Invece lo ritroviamo sul gradino più basso del podio, vera sorpresa di questo Giro e sicuro protagonista dei Giri che verranno. Almeno così si augurano tutti gli sportivi italiani. Altra sorpresa della corsa è stata David Arroyo. Lo Spagnolo della Caisse d’Epargne si è ritrovato la maglia rosa in spalla, dopo la “tappa pazza” dell’Aquila, e l’ha tenuta stretta per ben 5 giorni, diventando alla fine il vero rivale di Basso per la vittoria finale. Da ricordare la sua rincorsa ai primi sulla discesa del Mortirolo. Coraggioso a tal punto che sul traguardo dell’Aprica allorché perse la maglia, il pubblico che campanilisticamente lo voleva perdente gli tributa un commovente applauso da vincente. Ottimo secondo in classifica.

Poi bisogna ricordare gli altri protagonisti del Giro, coloro che hanno acceso la battaglia. Il campione del mondo Evans, vincitore della tappa da altri tempi sul Montalcino, e primo rivale di Basso fino allo Zoncolan, alla fine è 5° in classifica e con la maglia rossa della classifica a punti. Alexandre Vinokourov, al suo primo Giro d’Italia a 37 anni, veste per 5 volte la maglia rosa cedendo solo sulle lunghe ascese, non certo disegnate per le sue qualità. Michele Scarponi, 4° a Verona, il marchigiano avrà la possibilità di riscatto il prossimo anno. Intanto si è portato a casa la vittoria nella tappa più dura di questo giro, quella dell’Aprica. Applausi anche a Richie Porte, giovanissimo australiano che non conosceva neppure un metro del percorso. Ha vestito la rosa per tre giorni resistendo anche in altura. Ha conquistato la maglia bianca del miglior giovane. Il futuro è dalla sua. Delusioni in strada sono stati Cunego e Sastre. Da coloro che sono stati già in grado di vincere grandi corse a tappe ci si aspetta sempre un qualcosa in più dell’undicesimo e ottavo posto finale.

Ivan Basso, vincitore del Giro d'Italia 2010

I complimenti finali vanno all’organizzazione di corsa ma con una postilla di rimprovero. Il circuito disegnato quest’anno è stato qualcosa di eccezionale. Anche grazie al maltempo che ha imperversato per gran parte delle tre settimane di corsa, abbiamo assistito a giornate epiche, a volte infernali, soprattutto per chi il giro lo pedalava.  Basti pensare alla tappa del Montalcino,conclusasi con i corridori avvolti in una maschera di fango e alle grandi tappe di montagna che hanno riproposto i duelli sportivi che erano anni che al Giro non si vedevano. Poi la frazione sulle strade di Pantani, tra l’altro vinta da uno che su quelle strade c’è nato. Tappa evocatica che ha portato alla memoria le grandi gesta di un campione che a differenza di Basso non ha saputo rialzarsi dalla vergogna della squalifica. Da riproporre. Una manna dal cielo per chi rimane incollato sugli schermi o per chi va ad affollare i percorsi. Ma la tappa dell’Aquila, con il suicidio delle squadre,  ci fa pensare che forse i tempi sono di nuovo maturi per vedere al Giro le squadre migliori al mondo. Riflettiamo.

Per chi volesse avvicinarsi al  favoloso mondo del ciclismo, alla sua storia, ai retroscena e alle curiosità si sappia che non esiste sport così evocativo e così tanto raccontato ed elogiato dalla “grandi penne” e dai letterati italiani. Consigliamo alcune letture che speriamo possano far nascere l’amore per questo sport:

Cento storie del Giro 1909-2009. Beppe Conti racconta le grandi imprese, la leggenda ma anche i retroscena, le curiosità, i ricordi, i piccoli e grandi drammi, gli accordi proibiti, il doping, nella leggendaria corsa che nel maggio 2009  ha celebrato uno storico Centenario sulle strade del nostro paese. Dai pionieri dell’inizio Novecento, alle sfide fra Girardengo, Binda e Guerra, poi l’epopea di Bartali e Coppi, le gesta di Merckx e di Gimondi, gloria e miserie di Pantani, sino alle controverse vicende del ciclismo del terzo millennio. Cento racconti per rivivere un mito.

Fino all’ultimo chilometro. Un’opera frutto dell’esperienza sul campo di un giornalista, Giovanni Scaramuzzino, 38 anni, che è la “voce” del ciclismo di Radio Rai: inviato al Giro, al Tour, ai Giochi Olimpici, alle grandi classiche e ai campionati del mondo, Scaramuzzino segue e trasmette le corse da una postazione privilegiata: la motocicletta. La prefazione è dello storico commissario tecnico della Nazionale azzurra Alfredo Martini; le splendide e numerose fotografie (oltre cinquanta) sono invece opera di Roberto Bettini. Il grande ciclismo viene qui raccontato, con competenza e passione, da un radiocronista che lo vive dalla moto metro per metro, accanto ai protagonisti.

Ciclismo, storie segrete. Beppe Conti ci accompagna in un viaggio attraverso la storia del ciclismo: le imprese che hanno fatto epoca, alimentando la fantasia popolare e creando il mito di indimenticati campioni, i retroscena inediti di memorabili prove sportive, i segreti più intriganti della vita di celebri ciclisti. Una vera miniera di aneddoti curiosi, sbalorditive rivelazioni, particolari piccanti sui grandi personaggi protagonisti della storia del ciclismo.

E per chi volesse tenersi sempre aggiornato è in libreria l’Almanacco del ciclismo 2010. Quest’anno, giunto alla sua diciannovesima edizione, si apre con due doverosi omaggi: una pagina dedicata a Fausto Coppi nel cinquantenario della morte, e una pagina dedicata a Franco Ballerini, scomparso il 7 febbraio scorso, con il ricordo commosso di Alfredo Martini e di Davide Cassani, “voce” tecnica del ciclismo per la Rai, e autore per il sesto anno dell’Almanacco. Anche all’edizione di quest’anno collaborano Danilo Viganò, grande esperto delle categorie minori, e Gigi Sgarbozza, noto volto televisivo del ciclismo anche minore. L’Almanacco, che nel 2011 festeggerà la 20a edizione con un numero speciale e ricchissimo, conserva il numero delle pagine – 576 - e si conferma come il punto di riferimento del mondo del ciclismo per la completezza dei contenuti, che ne fanno un prezioso strumento di lavoro.

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Finale NBA: la sfida infinita

Post di fediverson On maggio - 31 - 2010 AGGIUNGI COMMENTO

Finale NBA tra BOSTON e  LOS ANGELES: 32 titoli in campo, si comincia giovedì 3 Giugno ore 21.00 (ore 3.00 di Venerdi in Italia) allo Staples Center di Los Angeles

di Federico Bertolotti

Staples Center di Los Angeles

E’ la Sfida con la S maiuscola, la finale desiderata da moltissimi tifosi, ma non così pronosticabile ad inizio Playoff.

Su LA ad Ovest in molti avrebbero (giustamente) messo la mano sul fuoco, ma ad Est i Celtics erano visti come i migliori tra gli outsider, squadra sulla quale scommettere il famigerato “dollaro ignorante”. Il gruppo di coach Rivers avrebbe dovuto lottare ed impensierire Cleveland, ma poi soccombere sotto i colpi di LeBron and company; e invece i biancoverdi non solo hanno demolito i favoriti numero 1 per la conquista del titolo, i Cleveland Cavaliers, ma hanno anche chiuso la pratica Orlando con un perentorio 4-2, ribaltando il fattore campo e ritrovando uno spirito di squadra che richiama molto quello mostrato nella grande cavalcata del 2008, terminata con la vittoria dell’anello ai danni proprio dei Lakers.

Sarà quindi una rivincita per il Black Mamba (Kobe Bryant) che col suo morso letale ha spento le speranze di Phoenix di approdare a gara 7 e giocarsi l’accesso alle finali. 37 punti e alcuni canestri clamorosi nei momenti caldi di gara 6 all’US Airways Center, in cui il nativo di Phila ha letteralmente “Jordaneggiato” portando i suoi ad una finale (la terza di fila) fin qui meritatissima.

Fare un pronostico, soprattutto a questi livelli e quando la posta in gioco è così alta, è praticamente impossibile, quindi proviamo ad analizzare le probabili chiavi della serie che si giocherà al meglio delle 7 partite.

FISHER vs RONDO – Nella sfida tra i due play l’impressione è che il giovane Bostoniano, sempre più un fattore per questi Celtics, abbia la possibilità di incidere molto di più dell’avversario. Il numero 9 di Boston gioca questi playoff sempre al limite della tripla doppia e Garnett, Pierce e Allen sembrano avergli consegnato le chiavi della squadra.

Fisher avrà enormi difficoltà difensive contro la velocità incredibile di Rondo, il quale avrà il compito di non lasciarsi prendere dalla foga e strafare, come ogni tanto ancora gli succede. Il play di Los Angeles però è soprannominato il “venerabile maestro” e dalla sua ha un’esperienza infinita, quindi la zampata del mancino con un tiro allo scadere dei suoi può segnare tutta una serie. L’idea generale è comunque quella che questo duello avrà un impatto enorme sulla serie, soprattutto dopo che il play in giallo-viola ha retto molto bene l’urto nella sfida contro il miglior play della lega, Steve Nash (nei limiti di quanto si possa non subire un talento estremo come quello del Canadese).

 

Rasheed Wallace, Boston Celtics

SUPERSTARS vs SUPERSTARS – Nelle finali normalmente brillano le stelle, e di certo Boston-Lakers è una sfida dove i big non mancano. Kobe Bryant, Pau Gasol e Ron Artest da una parte, Paul Pierce, Ray Allen e Kevin Garnett dall’altra.

Esiste una regola nella pallacanestro: “l’attacco vende i biglietti, ma la difesa vince le partite” e il trio di Boston, guidati da un Garnett tornato a splendere nel firmamento del basket NBA, ha annullato tutti gli avversari fin qui incontrati. Ma esistono anche le eccezioni alla regola e LA ha una quantità di talento offensivo da poter spaventare anche la super difesa dei Celtics. Il Principe di Catalogna (Gasol) è sempre di più un maestro del “Baloncesto” e Kobe da solo ti può vincere non solo una partita, ma probabilmente una serie intera. L’impressione è che nella lotta tra le superstars, i Los Angels Lakers abbiano un leggerissimo margine di vantaggio.

MISTER SIX vs MISTER SIX – In generale sarebbe un analisi tra le due panchine ma, partendo dal presupposto che i vari Robinson, Tony Allen, Farmar e Vujacic non decideranno la partita, anche se alcuni potrebbero avere un buon impatto sulla stessa, gli unici due veri giocatori che possono cambiare il volto dei singoli match e della serie intera sembrano Lamar Odom per i Lakers e Rasheed Wallace per i Celtics.

La capacità di giocare i molteplici ruoli e di leggere i vantaggi della marcatura propostagli dell’ala di Los Angeles ha già segnato molte partite delle serie precedenti, ma i Celtics sembrano più attrezzati degli altri per reggere l’urto. Viceversa la doppia dimensione “dentro-fuori” che è in grado di garantire il califfo Sheed potrà essere un rebus per la difesa di LA, ma qui dipenderà molto dallo stesso Wallace. Se, come successo in passato, porterà al palazzetto il suo “gemello” svogliato l’impatto sarà nullo, altrimenti sarà un’arma fondamentale a favore di Boston.

Sicuramente il sogno di ogni tifoso (per primo Mr. Stern, commissioner e capo assoluto della NBA) sarà quello di vedere una finale risolta in gara 7 da uno dei suoi idoli, e i presupposti per lo spettacolo ci sono tutti. Sarà una sfida tra due filosofie di pallacanestro, quella difensiva e impenetrabile dei Boston Celtics, e quella offensiva e ricca di talento dei campioni in carica di Los Angeles. Non ci resta che sederci sul divano ed ammirare una serie finale che la NBA traformerà nel consueto, imperdibile ed impagabile evento.

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Sulla parmigiana di melanzane ci sarebbe da fare un trattato: innanzitutto per le sue origini, contese tra Emilia Romagna, Campania e Sicilia, in secondo luogo per il significato del suo nome. Contrariamente a quanto pensato, il nome Parmigiana, non significa assolutamente “melanzane all’uso di Parma” o “melanzane al Parmigiano Reggiano”ma deriva invece da “Parmiciana”, ovvero l’insieme dei listelli di legno, sovrapposti, che formano la persiana e che ricordano la sistemazione delle melanzane nella parmigiana. Per quanto ne sappiamo oggi, la patria della parmigiana di melanzane è la Sicilia dove si possono trovare le tipiche melanzane da parmigiana, ovvero le petrociane, termine dal quale deriverebbe (secondo i siciliani) il nome della pietanza.

Ingredienti

  • Aglio 2 spicchi
  • Basilico qualche foglia
  • Caciocavallo 300 g
  • Cipolle 1/2
  • Melanzane 1,5 kg
  • Olio d’ oliva 1 dl
  • Parmigiano Reggiano 150 g
  • Pomodori passata 2 bottiglie da 700 ml l’una
  • Sale grosso 100 g
  • Sale fino q.b.

Fonte e foto Giallo Zafferano

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Il governo taglia la cultura italiana

Post di Nicola Gilardi On maggio - 31 - 2010 AGGIUNGI COMMENTO

Tagliati i fondi di 232 enti culturali. Sale forte la protesta e il ministro Bondi si dice in disaccordo con la manovra finanziaria

di Nicola Gilardi

La scure dei tagli si abbatterà anche sulla cultura italiana. Nell’articolo 7 del decreto relativo alla manovra, infatti, si legge: «lo Stato cessa di concorrere al finanziamento degli enti, istituti, fondazioni e altri organismi». Questo provvedimento toccherà ben 232 enti culturali, molti dei quali facevano affidamento ai finanziamenti statali per sopravvivere.

Il ministro dei Beni Culturali, Sandro Bondi, sottolinea comunque il suo disappunto sulla decisione di fermare i finanziamenti, fatto strano, visto che è un membro del governo che ha dibattuto sulla manovra. «Condivido l’esigenza di una manovra che imponga sacrifici a tutti – ha detto il ministro – ma non sono d’accordo con i tagli indiscriminati alla cultura, specie se la lista degli istituti tagliati dal finanziamento pubblico contiene eccellenze italiane riconosciute nel mondo».

La preoccupazione più grande arriva dagli enti. La Confederazione Italiana Archeologi, tramite il suo presidente Giorgia Leoni, ha dichiarato:  «Non possiamo accettare tacitamente che alcuni tra i più prestigiosi istituti archeologici perdano l’insostituibile apporto che deriva loro dai finanziamenti statali e che vengano, quindi, destinati alla inattività se non addirittura alla definitiva chiusura. Nella lista figurano istituti che con le loro ricerche hanno permesso all’Italia di svolgere un ruolo da protagonista nella conoscenza del patrimonio archeologico del nostro paese e dell’intero bacino del Mediterraneo, svolgendo spesso anche un ruolo fondamentale di veicoli diplomatici».

Anche l’Istituto Nazionale di Astrofisica subirà dei tagli e, secondo la manovra, verrà accorpato al Cnr. Per questo il consiglio scientifico ha inviato un appello a Giorgio Napolitano e Mariastella Gelmini affinché si permetta la sopravvivenza dell’ente. «L’INAF occupa una posizione di assoluto rilievo nella ricerca sia a livello nazionale che a livello internazionale – si legge nel documento – degli 86 ricercatori Italiani che ISI-Thompson riporta tra i più citati al mondo, 13 operano nel settore delle Scienze Spaziali e sono ricercatori dell’Inaf o ad esso associati. Ci sfugge come si possa giovare al Paese sopprimendo l’Istituto che ha consentito questi successi».

Il commento del direttore dell’Istituto e Museo di Storia delle Scienze di Firenze, Paolo Galluzzi, è molto cupo: «C’è poco da commentare: questo è un atto di morte». Il 50% dei finanziamenti che permettono a questo ente di sopravvivere, infatti, viene proprio dallo Stato. «Il nostro è uno strano Paese – il prossimo 10 giugno noi inaugureremo il Museo Galileo Galilei, uno dei più belli al mondo, per chiuderlo il giorno dopo».

Francesco Alberoni, direttore del Centro Sperimentale di Cinematografia

Anche il cinema italiano potrebbe subire un grosso danno. Francesco Alberoni, presidente del Centro Sperimentale di Cinematografia e della Cineteca Nazionale non lascia margini di interpretazione: «Nel nostro caso non si tratta di tagli ma proprio di stop ai finanziamenti: significa smettere di insegnare e produrre cinema e soprattutto di conservarlo, buttando a mare migliaia di titoli che hanno fatto la storia del cinema italiano. Il nostro è il caso di una di quelle istituzioni che sono totalmente finanziate dallo Stato (10 milioni di euro, ndr) e senza quel denaro significherebbe sparire. E con noi sparirebbe la Cineteca Nazionale che conserva e restaura tutti i film italiani».

Nel testo, poi, non è menzionato in alcun modo che fine faranno tutti i lavoratori di questi enti. Si tratta di migliaia di persone che potrebbero vedere chiudere l’ente per il quale lavorano e ritrovarsi disoccupati. Per non parlare poi del danno culturale che viene fatto al nostro Paese, che ha il patrimonio più ricco del mondo, ma che troppo spesso ci si dimentica di avere.

Foto: via www.wikimedia.org; www.blogosfere.it; www.giancarlotrapanese.it

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Dopo la recente diagnosi terminale, la star hollywoodiana ha esalato l’ultimo respiro  

di Stefano Gallone 

Dennis Hopper

È un triste avvenimento che già aveva preso posto segnaletico fisso, da diversi mesi, sul bollettino di guerra morale che ha coinvolto, di recente, diverse personalità dello spettacolo e non solo. Ed è l’ennesimo dato certo che fa di questo 2010 un anno segnato dal ricordo di soggettività di rilievo approdate per sempre nell’olimpo dei ricordi intergenerazionali. 

Dennis Hopper, celebre da quel fatidico 1969 che lo vide dietro e davanti la macchina da presa per l’epocale road movie “Easy Rider“, si è spento sabato 29 maggio nella sua dimora californiana all’età di 74 anni. Malato di tumore alla prostata (la stessa malattia che portò altrove quel dio che fu Frank Zappa) scoperto troppo tardi e, di conseguenza, incurabile, era arrivato a pesare la bellezza di 45 chili (stando a quello che dicono i dati recenti). Dopo aver accettato la sua inadeguatezza fisica al sottoporsi alla chemioterapia, Hopper è risultato comunque presente all’omaggio che Hollywood gli aveva offerto inaugurando una stella a suo nome sulla Walk of Fame

Col suo rinnovato seppur languido ricordo, affiora alla mente, oltre alla sua essenza anticonformista inaugurata dallo spirito libero evocato da quella prima regia che lo rese paladino della controcultura statunitense dei primi ‘70, anche quel fantasmagorico e mai minore ruolo interpretato nel capolavoro che fu “Apocalypse now” dell’amico Francis Ford Coppola, in cui Hopper compariva nelle vesti del lucidamente pazzoide fotoreporter che enunciava, parzialmente improvvisando sotto nevrosi, droghe e difficoltà produttive, all’ascolto di “Gli uomini vuoti” di Eliot per voce di un eccelso Marlon Brando: “Non puoi viaggiare nello spazio, non ci vai nello spazio con le frazioni. Un quarto, tre ottavi? Questa è dialettica, c’è solo amore e odio”. Memorabile anche la demoniaca presenza nel lynchiano “Velluto blu” al fianco di Isabella Rossellini fino ad una sua recente collaborazione nella serie televisiva “Crash“, in Italia comparsa sul canale digitale terrestre Rai4. 

Dennis Hopper lascia in eredità il coraggio dell’aver spalancato le porte, 41 anni or sono, ad un nuovo modo di fare cinema in totale libertà e sincerità espressiva. Tanto gli devono gli stessi Coppola o Scorsese per le lezioni di soggettività a basso budget per alte intenzioni espressive. Seppur con un bagaglio di eccessi e sregolatezze (cinque mogli, quattro figli, grandi dosi di cocaina e superalcolici), Hopper vanta da sempre amicizie anche nel campo dell’arte contemporanea (Andy Warhol, Roy Lichtenstein) risultando tra i più grossi collezionisti mondiali. 

R.I.P.

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La magia italiana si chiama Luca Bono

Post di Chantal Cresta On maggio - 30 - 2010 AGGIUNGI COMMENTO

E’ stato definito “l’enfant prodige” dell’illusionismo nazionale, ma lui vuole finire la scuola e divertire gli amici

di Chantal Cresta

Il giovane mago più famoso del mondo: Harry Potter

Saint-Vincent – Si chiama Luca Bono il nuovo promettente volto della prestidigitazione e recentemente ha vinto il Masters of Magic, primo concorso di magia ed illusionismo italiano di apertura internazionale, svoltosi a Saint-Vincent in Valle d’Aosta.

Il giovane, residente a Pino (Torino), ha solo 17 anni e frequenta il liceo scientifico. Sembra, dunque, un ragazzo come tanti, ma le sue doti di incantatore ed illusionista gli hanno già garantito un ottimo trampolino di lancio per intraprendere la carriera di prestidigitatore.

La sua passione è iniziata a 12 anni quando, in seguito ad un grave incidente con il go-kart, fu costretto ad una lunga degenza in ospedale. Un brutto periodo nel quale, tra le poche distrazioni concessegli in lunghe ore di noia, c’erano i brevi intrattenimenti che il fratello Davide, appassionato di magia, gli offriva. Si trattava di veloci trucchetti che, però, tanto bastarono a coinvolgere Luca totalmente. Il ragazzo ha, così, affinato le proprie capacità al punto da essere accettato al Club della Magia di Torino, presieduto da Marco Aimone, uno dei migliori prestidigitatori del panorama internazionale. In questo Club è iniziata l’avventura di Luca che, selezionato tra 100 candidati al concorso e poi scelto tra i 20 partecipanti, è arrivato infine alla vittoria superando illusionisti già quotati come Luca Terranova e Alberto Giorgi. Con una performance di 4 minuti, il giovane Luca ha stupito giuria e pubblico con una serie di giochi di prestigio di altissimo livello: trucchi con le carte, palline, corde e cambi d’abito improvvisi.

Arturo Brachetti
Arturo Brachetti

Il Gran Galà, organizzato da Walter Rolfo, autore televisivo e mago di primordine, è certificato dalla Fédération internationale des sociétés magiques (Fism) ed ha visto tra la giuria volti noti come il mago Silvan e Tony Binarelli.

Per Luca, dunque, si aprono le porte del successo poiché è in procinto di partire in tournée con i più grandi maghi della scena internazionale tra cui Arturo Brachetti, straordinario illusionista trasformista nonché mentore dello stesso Luca, e Kevin James, prestidigitatore che alterna boutade comiche con numeri di magia.

Malgrado l’improvviso successo, tuttavia, il ragazzo pare consapevole che la strada per diventare illusionista di professione è ancora molto lunga: “Intanto intendo terminare gli studi ma vorrei fare il mago di professione, anche se non so se sarà possibile realizzare questo mio sogno“, ha spiegato ad un giornalista dopo la vittoria. In effetti, la magia è un’arte nobile che necessità di un continuo allenamento fisico e mentale e anni di pratica costante. Per il momento, Luca la utilizza soprattutto per stupire gli amici e i compagni di scuola, senza mai rivelare i suoi trucchi. Da bravo mago.

Video

FOTO/ via fantasy.blogosfere.it; http://upload.wikimedia.org; semigio.wordpress.com

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Dormendo, s’impara!

Post di MaraGuarino On maggio - 30 - 2010 AGGIUNGI COMMENTO

Il cervello dei neonati è infaticabile e continua ad accumulare nozioni anche nel corso della “nanna”

di Mara Guarino

Un neonato durante il suo riposino

Florida, USA – Che la mente non si “spenga” mai del tutto, neppure durante il sonno, è un fatto noto. Altrettanto evidente è la straordinaria capacità di apprendimento dei neonati.  E’ invece stato da poco chiarito come questi due eventi possano essere strettamente correlati tra loro. Una recente ricerca dell’Università della Florida ha infatti dimostrato come i più piccoli riescano a immagazzinare e riorganizzare informazioni anche mentre dormono.

Lo studio, pubblicato sull’ultimo numero della rivista “Proceedings of the National Academy of Sciences”, ha visto protagonisti 26 bambini appena nati, con al massimo uno o due giorni di vita. Nel corso del loro riposino, ai piccoli è stata fatta sentire della musica; durante l’ascolto, i ricercatori hanno soffiato sulle loro palpebre chiuse. Tutti i neonati hanno reagito allo stimolo allo stesso modo, strizzando gli occhi.

Dopo circa 20 minuti, l’esperimento è stato ripetuto: al suono della melodia, 24 dei 26 lattanti hanno di nuovo strizzato i loro occhietti, questa volta spontaneamente. Il confronto del loro encefalogramma con quello di un gruppo di controllo ha inoltre confermato che il movimento non era stato casuale, bensì frutto di una precisa attività cerebrale. Nonostante stessero riposando, i piccoli hanno cioè saputo elaborare un automatismo, in risposta ad una stimolazione a loro già nota.

Si tratta di un modello cognitivo incosciente molto evoluto, soprattutto  a così poco tempo dalla nascita. “E’ un tipo di apprendimento mai riscontrato, neppure negli adulti” – spiega la professoressa Dana Byrd, psicologa che ha coordinato il progetto. “I neonati hanno una forma di apprendimento eccellente. Sono delle vere e proprie spugne, le migliori spugne di informazioni che, al momento, ci è dato di conoscere”.

Alla base di questa capacità, l’attivazione di alcuni circuiti neuronali del cervelletto, organo situato alla base dell’encefalo e preposto alla coordinazione del movimento e delle funzioni cognitive basali.

Un bimbo alle prese con disegni e lettere dell’alfabeto

Risiede proprio nell’aver individuato l’origine dei processi cognitivi neonatali l’importanza dello studio di ricerca statunitense. Sempre agli inizi del mese di maggio risalgono infatti i risultati di un team di ricercatori dell’Università di Turku, in Finlandia: anche questa équipe ha dimostrato sperimentalmente che il cervello dei più piccoli è molto reattivo, persino nel sonno. Senza però riuscire a stabilire i meccanismi dell’apprendimento notturno.

Si aprono a questo punto interessanti scenari relativi alla diagnosi precoce di disturbi quali dislessia e autismo. Innanzitutto, d’ora in poi sarà possibile ricorrere a metodi non invasivi per accelerare l’identificazione di queste malattie. E forse, chissà, un giorno si potrà arrivare a scoprirne le cause scatenanti. Da qui alla cura, si spera sia un passo breve.

FOTO/ via http://farm3.static.flickr.com; http://www.giocattoleria.it

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I cavoletti di Bruxelles

Post di Silvia Nosenzo On maggio - 30 - 2010 AGGIUNGI COMMENTO

Energia e cambiamento climatico: come l’Ue dovrà fronteggiare la sfida

di Silvia Nosenzo

Energia: quali le posizioni dell’UE?

Aumentano i bisogni, diminuiscono le risorse: è un dato di fatto. Si parla da anni di investire in nuove fonti di energia, c’è stato il meeting di Copenaghen, ma nella realtà non si sono attuati piani concreti per invertire la tendenza.

E l’Unione Europea? Qual è la sua posizione?

Entro il 2030, se non si prenderanno misure in merito, la dipendenza dell’Ue da paesi terzi in termini di gas, carbone e petrolio passerà dal 50% circa al 60%. Una percentuale che copre circa l’80% del consumo energetico europeo totale. Per altro, i Paesi fornitori sono quelli politicamente più instabili, cosa che determina un’estrema vulnerabilità economica della Comunità Europea: se a causa di qualche conflitto ci venisse bloccato l’accesso ai combustibili fossili, l’impatto potrebbe essere così devastante da eclissare anche l’attuale crisi economica.

Perciò, l’Ue si sta ponendo come obiettivo quello di ridefinire il suo modello sociale ed economico, di crescita e di sviluppo del territorio, delle città e dei trasporti, definendo una “strategia industriale” che punti sulle cosiddette “tecnologie verdi” e su procedure industriali compatibili con uno sviluppo duraturo. Questo cambiamento non può essere lasciato alla discrezione dei singoli Stati, ma è necessario un coordinamento europeo che proceda per step:

  • Primo: adottare un testo di legge europeo che regoli l’innovazione industriale, incentivi i  finanziamenti e permetta all’Istituto europeo d’innovazione e tecnologia di mettere a punto programmi congiunti nel quadro dell’Ue;
  • Secondo: ridurre l’impatto negativo di agricoltura, allevamento e industria sull’ambiente, e studiare campagne di sensibilizzazione ai temi ambientali ed energetici per i consumatori;
  • Terzo: selezionare o creare dei centri di ricerca europei che studino l’utilizzo di fonti di energia rinnovabile e strategie per l’efficienza energetica, promuovendo la transizione verso un’economia a bassa emissione di CO2.

L’Ue dovrà poi applicare norme più severe per industrie, navi, macchine ed elettrodomestici, scoraggiando l’utilizzo delle vecchie tecnologie, e garantendo finanziamenti e incentivi a chi invece decida di “convertirsi al risparmio energetico”.

Meno combustibili fossili per ridurre le emissioni di anidride carbonica

È necessario in primis cercare di dar vita a una produzione d’energia elettrica più durevole. C’è un largo ventaglio di opzioni per diminuire la dipendenza dal petrolio: dall’eolico, al solare, alle biomasse, passando per i biocarburanti e la costruzione di veicoli elettrici e ibridi, capaci di limitare al minimo le dispersioni di corrente. Deve poi scoraggiare l’uso del carbone, uno dei maggiori responsabili dell’emissione di CO2, introducendo una tassa sulle emissioni, e incoraggiando al contempo la ricerca e l’acquisto di tecnologie verdi. Alcuni stati l’hanno già fatto; per questo l’Ue deve solo coordinare l’adozione di tali misure fiscali in tutti gli altri Stati membri. Infine, l’agricoltura, che è alla base di circa il 14% delle emissioni mondiali di gas serra, deve cambiare, orientandosi verso un sistema di coltivazione più rispettoso del suolo.

Poiché l’Ue dipende dal’esterno per il 90% del suo petrolio, per l’80% del suo gas e per il 50% del suo carbone, dovrebbe sostenere e sviluppare la sua produzione interna di gas, permettendo gli investimenti nelle zone ancora non sfruttate come l’Artico. In più, le risorse di energia non convenzionale, come lo scisto bituminoso, lasciano intravedere considerevoli opportunità sia nell’Europa centrale che in Nord Europa, permettendo di attenuare la vulnerabilità europea di fronte agli choc esterni.

Esempio di coltivazione biologica

Il discorso sul risparmio e l’indipendenza energetica è legato a doppio filo con quello del cambiamento climatico. Amaro è il risultato del Summit Onu di Copenaghen, che ha dimostrato come l’Ue non sia ancora accettata come interlocutore e attore indispensabile a livello mondiale, nonostante l’obiettivo di ridurre le sue emissioni da qui al 2020.

Questo prova che prima di poter esercitare la sua influenza sull’esterno, Bruxelles deve rafforzare il suo ruolo di controllo e coordinamento all’interno, ponendosi come reale punto di riferimento per tutti gli Stati membri dell’Unione.

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Il sorbetto al limone, è un fresco, dissetante e digestivo dessert, molto apprezzato nelle calde giornate estive; è usato spesso come intermezzo tra le portate di carne e pesce o per creare un delicato intervallo nel bel mezzo di un lauto banchetto.
Il sorbetto è un un alimento molto antico, le cui tracce si possono trovare addirittura nella Cina del VII secolo A.C; gli Antichi Greci lo ritenevano “la Bevanda degli Dei” e anche gli antichi Romani lo preparavano molto frequentemente.
A metà del 700 il Sorbetto, arrivò dall’oriente e ben presto cominciò a essere venduto a Napoli e Venezia, per poi arrivare in Sicilia, dove ancora oggi ha una grandissima tradizione.

Ingredienti

  • Acqua naturale 450 ml
  • Limoni 4 grossi dalla buccia spessa (tipo Sorrento)
  • Limoni succo 200 ml
  • Uova 1 albume
  • Vodka 1 bicchierino
  • Zucchero 200 gr

Preparazione

sorb_tagliolimone_ric.jpg

Prendete 4 limoni grossi dalla buccia spessa, e tagliate loro la sommità come a formare una sorta di “cappello”, come mostrato nella foto;  estraete la polpa aiutandovi con l’apposito attrezzo o un coltellino dalla lama seghettata, e con un cucchiaino o scavino.
Ricomponete tutti i limoni e avvolgeteli nella carta di alluminio per poi riporli in frigorifero.
Usate anche la polpa estratta dai sorb_scavapolpa_ric.jpglimoni per ricavarne il succo che vi servirà per preparare il sorbetto.

In un tegame, mettete a bollire l’acqua con lo zucchero e le bucce di un paio di limoni, stando attenti a non tagliare con esse anche la parte bianca, che risulterebbe amarognola.

sorbetto_pentolascorze_ric.jpgQuando lo zucchero si sarà completamente sciolto e l’acqua comincerà a bollire, togliete il tegame dal fuoco e lasciate raffreddare, dopodiché unite il succo di limone.

Nel frattempo montate a neve ferma l’albume, che sorbetto_albume_ric.jpgunirete al succo di limone, ormai raffreddato, e filtrato (per separarlo dalle bucce e dai residui di polpa), poi aggiungete per ultimo il bicchierino di vodka.

Mettete il preparato in freezer, possibilmente in una ciotola di metallo, per almeno mezz’ora, dopodiché dovrete estrarlo per rimescolarlo ogni 15 minuti , fino a che non avrà assunto la consistenza desiderata.

sorbetto_pronto_ric.jpgNon vi preoccupate se l’albume non si miscelerà subito con il preparato, è normale: essendo gonfio di aria galleggerà sul liquido, e solo in un secondo tempo, man mano che il preparato si raffredderà, si amalgamerà a poco a poco.
sorbetto_riempilimone_ric.jpg
Quando il composto avrà raggiunto la consistenza desiderata, prendete i 4 limoni cavi e riempiteli con il sorbetto, poi richiudeteli con i loro “cappelli”, avvolgeteli nell’alluminio e riponeteli nel freezer.

Togliete il sorbetto al limone e vodka dal freezer 10 minuti prima di servirlo, per farlo rinvenire, e servitelo appoggiandolo su di una graziosa ciotolina o su di un piccolo bicchiere rivestito di carta d’alluminio.

■ Consiglio

sorbetto_flutes_ric.jpg

Se non volete servire il sorbetto nei limoni scavati, potete optare per dei flutes, bicchieri stretti e alti, dove generalmente i sorbetti vengono serviti, assieme ad un cucchiaino dal manico lungo o una cannuccia.
Per preparare il sorbetto, viene usato l’albume d’uovo montato a neve per evitare il formarsi di grossi cristalli di ghiaccio e permettere al sorbetto di avere consistenza fine e cremosa, e per essere facilmente amalgamabile anche dopo una lunga permanenza in freezer; anche l’aggiunta di alcool, previene la formazione di grossi cristalli di ghiaccio.

■ Curiosita’

sorbetti_limone_cesto_ric.jpgL’origine del nome sorbetto è incerta, ma a ricercarla si capisce come sia un patrimonio del mondo intero: ma le ipotesi più accreditate ci dicono che il nome sorbetto potrebbe essere derivato sia dal latino “sorbitum” (qualcosa da sorbire) sia dalla parola araba “serbhet” (sciroppo).

Ricetta cucinata e fotografata da Sonia Peronaci
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I Tarocchi: un mistero storico

Post di Veronica Leanza On maggio - 30 - 2010 AGGIUNGI COMMENTO

Un viaggio attraverso uno dei misteri più curiosi. I Tarocchi: solo un’invenzione o ciò che vi si legge è reale?

di Veronica Leanza

Il Matto

La storia dei Tarocchi è antichissima ed affascinante ed ha accompagnato l’evoluzione delle culture, evolvendosi a sua volta con esse.

L’origine dei Tarocchi però non è certa, ed esistono diverse teorie. Ciò che è sicuro, è che i Tarocchi, come li conosciamo oggi, sono di origine medievale. Per molti secoli infatti, essi si sono conservati perfettamente immutati.

I Tarocchi però, secondo alcune ipotesi, hanno una storia ben più antica, e ad oggi non vi è accordo tra gli studiosi su quale sia la loro esatta origine. Le ricerche storiche fin qui condotte hanno finalmente stabilito con certezza molte cose sulla loro nascita.

I TAROCCHI: I Tarocchi sono un tipo di carte che nasce in Europa, tra la fine del Medioevo e il Rinascimento. Formati da 78 carte, suddivise in 2 sottogruppi: il primo è di 22 carte illustrate con figure simboliche chiamate, solo dal XIX secolo, Arcani maggiori; l’altro consta di 56 carte suddivise in 4 serie, gli Arcani minori che, a seconda dei paesi, possono mutare tipo di insegna. Gli Arcani minori includono quattro figure – fante, cavallo, donna, re – e 10 carte numerali. Le carte sono suddivise in insegne: nei paesi latini sono più usate coppe, danari, bastoni e spade,  in Francia cuori, quadri, fiori, picche; ulteriori sistemi di segni sono quelli tedeschi e svizzeri.

Inizialmente i Tarocchi sono nati a scopo istruttivo e come carte da gioco. Il loro uso divinatorio cominciò a diffondersi solo dopo il XVIII secolo, specie in Italia.

LA STORIA: La vicenda dei Tarocchi racconta la storia del mondo e di ognuno di noi: 21 carte numerate più il Matto, che non ha numero e che può significare tutto. C’è chi dice che la loro origine sia medievale, chi li fa risalire a molto prima, quando alcuni saggi decisero di disegnare 22 tavolette dove ci fosse il racconto dell’umanità e, quindi, di ogni essere vivente.

Non è chiaro però se, sin dall’inizio, si utilizzassero mazzi completi di 78 carte o se solo in un secondo tempo fossero messi insieme i 22 Arcani maggiori e i 56 Arcani minori.

La maggior parte degli studiosi considera i 22 Arcani maggiori una creazione italiana, mentre i 56 minori sembrano derivare da mazzi arabi importati in Europa nel Medioevo. La fusione dei due mazzi separati probabilmente risale alla seconda metà del XIV secolo.

Diversi sono i filoni di pensiero anche su questo argomento: per alcuni studiosi gli zingari, che nel Medioevo sarebbero stati i soli detentori della cartomanzia, li avrebbero portati in Europa dall’Egitto; per altri li avrebbero introdotti i Crociati, in particolar modo i Templari provenienti da Israele; altri ancora collocano la loro nascita in India o in Cina. Ciò che la storia afferma con sicurezza è che i primi documenti riferibili ai Tarocchi risalgono al tardo Medioevo, quando i potenti iniziarono a interessarsi a questo gioco e comparvero le prime proibizioni al popolo dei giochi d’azzardo con le carte.

I Tarocchi di Marsiglia

Ancora oggi in alcune zone europee il Tarocco viene usato per giocare.

Nel XVIII secolo i Tarocchi vengono considerati dal punto di vista esoterico. Court de Gobelin, appartenente alla Massoneria, nell’ottavo volume della sua enciclopedia “Mondo primitivo” del 1781, afferma che l’origine dei Tarocchi è egiziana: essi sarebbero geroglifici appartenenti al libro di Toth. Il dio Toth era considerato dagli Egizi uno dei primi re e l’inventore del sistema di scrittura a geroglifico. Dall’Egitto i Tarocchi si sarebbero diffusi in Europa grazie ai Gitani. Court de Gobelin pubblica anche una copia dei Tarocchi di Marsiglia, a cui elimina un’infinità di dettagli, inoltre li modifica aggiungendo uno zero al Matto e una gamba al tavolo del Bagatto, battezzando l’Arcano XIII senza nome La Morte, e disegnando l’Appeso in piedi, pretendendo così di correggere gli errori dell’originale.

Con l’aiuto di strumenti quali l’incisione su matrici di legno o di rame, i giochi di carte si diffusero molto rapidamente, difatti, già nel XVI secolo, un gioco di Tarocchi modificato, conosciuto con il nome “Tarocco di Marsiglia” (sopra citato) divenne molto popolare.

I TAROCCHI DI MARSIGLIA: Il mazzo di Tarocchi che prende il nome dalla città di Marsiglia (nel sud della Francia) è il più conosciuto al mondo: rappresenta lo stile più popolare e antico tra le molte varietà di mazzi che si diffusero a partire dal XV secolo, al punto da essere considerato la versione classica del mazzo. I Tarocchi di Marsiglia conobbero un’enorme diffusione nel XVII secolo grazie ai tipografi. Numerose copie del mazzo, stampate da diversi tipografi e anche in epoche differenti, presentano numerose similitudini che fanno pensare all’esistenza di una tipologia più antica, usata come modello originario. Infatti, il Tarocco di Marsiglia risulta essere profondamente ancorato alla tradizione: sia i 22 Arcani che le 56 carte dei semi conservano nel corso del tempo, e indipendentemente dalla provenienza geografica, particolari che si ripetono. Il cavaliere di Denari ad esempio, che a dispetto del suo seme tiene in mano un bastone, oppure il nome del fante di Denari, l’unico ad essere scritto in verticale invece che in orizzontale.

Ai giorni nostri, a parte la riedizione di mazzi più antichi, il Tarocco di Marsiglia viene riprodotto basandosi su mazzi del XVIII secolo. Il nome “Tarocco di Marsiglia” risale al XX secolo, quando il produttore francese Grimaud chiamò così la riedizione di un mazzo di tarocchi tradizionali stampato dalla sua ditta, situata appunto a Marsiglia. Marsiglia è la città dove, soprattutto nel XVIII secolo, si svilupparono numerose tipografie specializzate nella produzione di Tarocchi, alcune delle quali sopravvivono ancora, come Camoin. Questo spiega perché fu scelto il nome “Tarocco di Marsiglia”, mentre in precedenza ci si riferiva ad esso come “Tarocco Italiano”. Questo stile ebbe probabilmente origine in Italia settentrionale verso il XVI secolo, quale risultato dell’opera di un ignoto artista lombardo. Un’antica stampa litografica, il cosiddetto “foglio di Cary, risalente ai primi del ‘500, raffigura rappresentazioni degli Arcani con uno stile simile a quello dei Tarocchi di Marsiglia. Il foglio fu stampato in Lombardia all’epoca della conquista francese, quindi è probabile che questo stile si sia diffuso dall’Italia alla Francia e, mentre in Francia divenne sempre più popolare, in Italia scomparve un po’ alla volta.

Il Bagatto

Nei Tarocchi del XVI secolo, come nel “foglio di Cary”, gli Arcani non hanno nomi. I primi nomi loro assegnati sono in lingua francese, è quindi probabile che siano stati aggiunti quando le carte iniziarono a diffondersi in Francia: non essendo ancora familiari ai giocatori, quest’ultimi avevano bisogno di un titolo per comprenderne le rappresentazioni allegoriche. Infatti, gli Arcani maggiori furono creati, sin dalle origini, probabilmente come figure allegoriche. (Fonte: http://www.tarocchi.it/storia/)

IL TAROCCO ESOTERICO: Fu nel ‘700 (nell’epoca dei Lumi), che si cominciò a prendere in considerazione una possibile origine esoterica nei Tarocchi.

I primi cartomanti furono affascinati dal significato simbolico di queste carte; in seguito attribuirono agli Arcani maggiori ulteriori significati legati sia alle raffigurazioni, sia al loro nome, sia alla numerologia associata al numero indicato sulle carte. Queste ulteriori interpretazioni furono poi simbolizzate e inserite nelle nuove rappresentazioni delle carte, arricchendole sempre più sia dal punto di vista iconografico sia dal punto di vista simbolico.

Anche gli Arcani minori furono sottoposti ad uno studio simile e seguirono un’analoga evoluzione.

I TAROCCHI DEI VISCONTI: Nel 1447, fu eseguito un mazzo per Filippo Maria Visconti, morto lo stesso anno. Si tratta del più antico tra quelli conosciuti ed è conservato alla Yale University Library di New Haven, nel Connecticut. Un altro mazzo praticamente identico a questo, ma più frammentario, è conservato alla Pinacoteca di Brera a Milano.

Ulteriori frammenti di mazzi sono origine ferrarese: i Tarocchi detti di Carlo VI conservati alla Biblioteca Nazionale di Parigi, quelli chiamati “di Alessandro Sforza” conservati al Museo di Castel Ursino a Catania e quelli di Ercole I d’Este, conservati alla Yale University Library. Il fatto che quasi tutti i mazzi siano giunti incompleti è evidentemente legato alla fragilità del supporto cartaceo e alle persecuzioni che subirono le carte da gioco, a volte soggette a roghi, a volte distrutte per ricavarne cartapesta da riutilizzare.

Nel 1450 fu realizzato il mazzo più completo a noi pervenuto, cioè i tarocchi di Francesco Sforza, legato alla famiglia Visconti nel governo del ducato di Milano, sul cui schema si modellarono in parte le carte successive.

Ma come abbiamo accennato in precedenza la storia di questo mazzo di carte è varia quanto misteriosa. Chissà se davvero sono in grado di vedere il nostro futuro o è soltanto una storia inventata.  A voi è dato di decidere cosa sia reale e cosa no!

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Alla Confindustria non piace la riforma fiscale 2011-2012, è troppo timida. Il presidente Marcegaglia propone le riforme strutturali che, secondo gli industriali, sono necessarie all’Italia per uscire fuori dall’impasse economica

di Sabina Sestu

Silvio Berlusconi ed Emma Marcegaglia

Milano – L’assemblea degli industriali smorza l’entusiasmo del governo per la manovra finanziaria. «La manovra non contiene riforme strutturali – afferma il presidente di Confindustria, Emma Marcegaglia – e non rilancia lo sviluppo».  Secondo gli industriali la riforma «traccia il ridimensionamento della spesa pubblica», ma tutto poi «va reso strutturale». Non si possono chiedere sacrifici al paese se la politica non da per prima l’esempio. È quindi imperativo  ridurre «per prima ed energicamente i suoi privilegi – ha rimarcato la Marcegaglia – è arrivato il momento nel quale i politici italiani, dal Parlamento giù giù sino all’ultima comunità montana, taglino i propri stipendi e le dotazioni per le loro segreterie e collaboratori, disboschino esenzioni e agevolazioni».

Per il presidente di Confindustria,  il bilancio della crisi economica per l’Italia è «pesantissimo», per cui «la sforbiciata data con la Finanziaria agli enti e ai costi della politica è sacrosanta, ma è solo un buon inizio». Per la Marcegaglia la riduzione del 10% delle indennità dei membri del governo, sbirciata da un’ottica internazionale, è solo «un timido esordio». E infatti aggiunge che: «è assolutamente opportuno che vi si adeguino gli organi costituzionali. Le rinunce devono essere fatte da tutti». La presidente, inoltre, chiede che vi sia una razionalizzazione delle Province, anche perché era stata una promessa già fatta dalla maggioranza: «il cui numero, secondo i programmi del governo, doveva diminuire» ha affermato decisa la Marcegaglia.

Per gli industriali è fondamentale l’analisi della situazione economica italiana. Si sono persi, rispetto ai picchi del primo trimestre 2008, « quasi sette punti di Pil e oltre 700mila posti di lavoro». Di grande rilievo anche: «il ricorso alla cassa integrazione guadagni che è aumentato di sei volte». Pessima anche la situazione della produzione industriale, «crollata del 25%, tornando ai livelli di fine 1985: cento trimestri bruciati. In alcuni settori l’attività produttiva si è dimezzata». «E’ in corso un rimbalzo che potrebbe anche risultare superiore alle attese – afferma la Marcegaglia – la produzione sta aumentando del 7% annuo e accelera il passo. Ma su questo recupero gravano le incognite della crisi europea in atto. Comunque, non si tratterà di un duraturo innalzamento del nostro ritmo di sviluppo. Uno scenario davvero poco incoraggiante».

Confindustria avanza le sue proposte di riforme strutturali e lo fa affrontando 8 punti sostanziali. Per quanto riguarda le infrastrutture, le opere devono essere di qualità, con tempi e costi certi. Bisogna riformare le regole. Solo così si può recuperare il gap ed elevare stabilmente al 2,5% del Pil gli investimenti in opere pubbliche. Per finanziarle si possono usare le entrate delle dismissioni patrimoniali, interventi maggiori della Cdp, capitali privati.  Altro punto discusso è quello dell’energia, occorre ridurre il prezzo, superiore del 40% alla media europea, agendo sul mix di combustibili, impedire la segmentazione del mercato interno, potenziare le infrastrutture energetiche, rendere operativa l’Agenzia per il nucleare per individuare i siti, riportare ogni decisione a livello centrale, investire in efficienza energetica.

Il presidente di Confindustria durante una conferenza

Per la ricerca, si propone di far diventare strutturale il credito di imposta e concentrare risorse pubbliche su grandi progetti. Il capitale umano viene considerato come la risorsa più preziosa, ma formata poco e male. Le scuole e le università devono avere piena autonomia per quanto attiene l’assunzione dei docenti, gli insegnanti più meritevoli vanno premiati. Per il fisco vi deve essere un’azione condivisa con le parti sociali. Riduzione delle tasse su imprese e lavoratori ed estendere la lotta all’evasione fiscale. Non mancano le note sulla Giustizia. Confindustria  afferma che i tempi della giustizia devono essere più veloci.

Pubblica Amministrazione: è la parte che viene colpita più duramente dagli industriali. Le inefficienze della burocrazia, infatti,  ostacolano la crescita, prosciugano risorse, bloccano gli investimenti: la riforma della P.A. è quindi prioritaria e sono necessarie misure di razionalizzazione degli assetti amministrativi, non si esclude la revisione dei principi costituzionali.

Credito: le relazioni tra banche e imprese devono essere più moderne e trasparenti e bisogna ampliare i canali di finanziamento alternativi al credito bancario. Liberalizzazioni: esistono margini notevoli per effettuarla e che devono ancora essere realizzati, poiché i mercati sono ancora troppo “pubblici”. Lavoro: occorre puntare sulla produttività, attuando la riforma del 2009 e privilegiando la contrattazione di secondo livello; è necessario riformare gli ammortizzatori sociali e la formazione, e tolleranza zero sul lavoro nero.

Berlusconi ha proposto Emma Marcegaglia come ministro dello sviluppo economico. La presidente di Confindustria ha detto “no”, e  l’assemblea degli industriali risponde freddamente alla proposta del premier.

FOTO/ via http://media.panorama.it/media/foto/2009/02/19/499d3bb06c0eb_zoom.jpg

http://estb.msn.com/i/8A/6C52CFDCF95AB385769AA0E6F810B1.jpg

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La rubrica di Wakeupnews che riempie il week end di novità e aggiornamenti sui temi passati in Primo Piano

di Laura Dabbene

Legge bavaglio: per sorriderne a denti stretti

In più occasioni la redazione di Wakeupnews, come organo di informazione, ha trattato il tema della libertà stampa, in Italia e nel mondo, e in questi giorni il dibattito sul ddl anti intercettazioni ha sbalzato nuovamente in problema in primo piano. La discussione politica è nota, ma quale è stata la reazione del mondo dell’editoria e dei media? Dal Salone del libro di Torino, lo scorso maggio, Giuseppe Laterza ha lanciato la sottoscrizione volta a tutelare il diritto all’informazione, senza vincoli e limitazioni, dando voce alla preoccupazione di tutte le case editrici nazionali che temono la legge bavaglio. Massicce le adesioni, dal colosso RCS, incluso il presidente Paolo Mieli, al gruppo Mauri Spagnol, comprensivo di etichette come Bollati e Boringhieri, Guanda, Garzanti, Longanesi, Vallardi e Salani. Tra i più piccoli hanno firmato l’appello i rappresentanti de Il Castoro, Chiarelettere, Donzelli, Fazi, Iperborea, Sellerio e Voland, per menzionarne solo alcuni. Sul ddl l’AIE (Associazione Italiana degli Editori) si è espressa severamente parlando di “censura preventiva”, alla luce delle pesanti sanzioni pecuniarie (e legali) cui l’editore si vedrebbe costretto in caso di inadempienza alle direttive. Ma la preoccupazione deriva anche da un altro fatto, i grandi assenti da questa sottoscrizione: Mondadori ed Einaudi, entrambi facenti capo, pur indirettamente, al presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi.

Se le due case editrici, da brave figlie di papà, non hanno tradito l’illustre genitore, ciò non è valso per la prole di un pensionato padovano, titolare di pensione di invalidità. Dopo che il Tribunale ha obbligato i figli al pagamento di un contributo mensile di euro 300 cadauno per il sostentamento del padre, importo destinato a coprire i costi dello stipendio della badante, uno dei due è passato al contrattacco, denunciandolo per truffa allo Stato. L’uomo, che percepisce un sussidio per invalidità (è cieco, pare), è stato infatti visto dal figlio passeggiare tranquillamente da solo e svolgere piccoli lavori nell’orto, sempre in assoluta autonomia. Un falso cieco quindi, secondo la testimonianza del figlio, che si è avvalso dei servigi di un investigatore privato per pedinare il padre e presentare ricorso contro la sentenza dei giudici. Senza entrare nei meriti della questione del rapporto famigliare, il fatto di cronaca riporta l’attenzione sull’epidemia di falsi invalidi che penalizza fortemente coloro che davvero necessitano del sostegno economico dello Stato.

Dai presunti malati, a quelli veri, che soffrono di una sindrome come l’autismo. Per loro, e per i famigliari, una buona notizia che viene dal mondo della medicina alternativa e della pet therapy. Presso lo Zoomarine di Torvaianica (Rm) è partito ad aprile un progetto di assistenza per due gruppi di quattro bambini, di età compresa tra gli 8 e i 12 anni, affetti da autismo. I singolari medici, accanto a personale specializzato come il Prof. Davide Moscato, docente di neuropsichiatria infantile e responsabile del Centro Cefalee dell’IDI, saranno dei leoni marini di circa 400 kg di peso. Per un anno i minori verranno aiutati da questi giganti del mare nel difficile processo di comunicazione con l’esterno: l’incontro con animali inconsueti e incombenti – stando alle parole del Prof. Moscato – genera un impatto emotivo molto forte, soprattutto nei pazienti più piccoli, e può coadiuvare nell’uscita dall’isolamento che l’autismo comporta. Non solo cani, gattini e cavalli, già usati nella pet therapy, ma anche altri amici del mondo animale si scoprono utili per la cura di problemi neurologici e motori. Un motivo in più per amarli, rispettarli e tutelarli.

Carlo Petrini, fondatore di Slow Food

Nel mondo ad aver bisogno di protezione e salvaguardia non sono soltanto molte specie animali, ma anche un elemento proprio dell’uomo e della sua identità: la memoria storica. Quella dei grandi fatti ed avvenimenti, come la Shoah e la lotta di Liberazione, ma anche quella della cultura e della tradizione popolare, dei riti e delle minoranze linguistiche. Da questa consapevolezza nasce il progetto di Carlo Petrini, patron di Slow Food, di istituire il “Granaio della memoria del mondo”, un archivio di tutto ciò che sta piano piano scomparendo, dimenticato dall’incalzare della globalizzazione e della cultura unica. L’iniziativa prevede la consegna di mille telecamere a 1000 comunità, di tutto il mondo, affinchè possano registrare tutto ciò che fa parte della loro tradizione, dalle parlate dialettali alle pratiche della cultura materiale agricola ed artigianale. «L’universo non può essere raccontato nella monocultura del linguaggio scritto»: così Petrini ha giustificato la necessità di raccogliere le testimonianze prima che si perdano per sempre. La sede proposta per il Granaio è stata l’Università di Scienze gastronomiche di Pollenzo (Cn) e si vorrebbe affidare la consegna delle telecamere al Premio Nobel Dario Fo, il prossimo ottobre durante la manifestazione Terra Madre.

FOTO preview/ via http://www.sxc.hu/; FOTO articolo/ via  famchinaski.splinder.com; geograficamente.wordpress.com

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Basso scala il Giro

Post di alessio tedde On maggio - 29 - 2010 AGGIUNGI COMMENTO

Ivan Basso conquista la maglia rosa dopo 4 anni sul traguardo dell’Aprica

di Alessio Tedde

Basso in rosa

Le montagne dovevano essere decisive e così è stato. La diciottesima tappa è stata disegnata con ben quattro gran premi della montagna. Si sale in quota e si affronta il Mortirolo, salita che negli ultimi due decenni di Giro ha segnato momenti e duelli indimenticabili e spesso ha deciso la corsa rosa. Basso sferra l’attacco. Sembra quello definitivo, quello che taglia gambe e fiato degli avversari. Ma oggi altra tappa con ben cinque asperità e il temibile Gavia, cima Coppi, dove è prevista neve e condizioni infernali per i corridori.

Aprica. Sono circa le sedici, quando il gruppo maglia rosa arriva a Mazzo, in Valtellina. Nessun prodotto enogastronomico da menzionare ne tantomeno nessun monumento che ricordi gesta eroiche in tempi bellici e non. Mazzo è diventata famosa negli ultimi anni in quanto da questo paese partono i 33 tornanti del Mortirolo. Il nome è tutto un programma, la storia ciclistica sulle sue rampe altrettanto. Questa è la salita che ha visto il primo storico scatto e poi successo di tappa al Giro per Marco Pantani; era il 1994. Quando il giro è passato per Mazzo i migliori si son sempre dati battaglia. Ricordiamo i Giri di Ivan Gotti e le battaglie con Pantani e  Tonkov . I Duelli  Fra Simoni, Savoldelli e Ivan Basso pre squalifica. Spesso il Mortirolo, oltre allo spettacolo, ha regalato la vittoria finale al corridore che nei suoi tornanti ha deciso di attaccare.

Ieri a Mazzo i migliori sono arrivati compatti. In testa al gruppo a scandire il passo, la Liquigas Doimo, forse unica squadra all’altezza in questo Giro. Il ritmo di gara è elevato, segno che Basso e Nibali hanno le gambe per tentare una fuga. Arroyo, maglia rosa, Evans, Sastre, Scarponi e Vinokourov. Hanno ancora due giorni per far saltare il banco, due giorni per riscrivere la storia di questo Giro.

Davanti solo Garzelli, già vincitore a sorpresa della cronoscalata di Plan de Corones, sedicesima frazione. E’ fuori classifica, ma con la voglia matta di compiere un’altra impresa. È scattato sul Triviglio, secondo g.p.m della giornata, ed ha raggiunto il compagno di squadra Failli, precedentemente in fuga. Sembra una tattica giusta quella dell’ Acqua e Sapone Mokambo, ma mancano ancora tanti km all’arrivo.

A Mazzo Garzelli e Failli hanno 2’ sul gruppo maglia rosa. “Curva a Sinistra e inizia il Mortirolo” per dirla alla Cassani. La salita è lunga quasi tredici km. Le prime rampe sono terribili, le pendenze sfiorano il 18% e subito a farne le spese sono la maglia rosa, Cunego e Porte, secondo in classifica provvisorio. Arroyo sembra in profonda crisi ma decide di salire del proprio passo. Forcing di Basso in testa al gruppo, che si sgrana. Con Basso rimangono solo Nibali e Scarponi. Uno dopo l’altro si staccano Evans, Sastre e Vinokourov. A 5,5 km dalla vetta raggiungono e staccano anche lo stremato Garzelli. Il Coraggio non manca al varesino, ma i 37 anni si fanno sentire.  Sul gran premio della montagna i tre battistrada scollinano con 55” su Vinokourov, 1’43” su Evans 1’55” su Arroyo.

Sembra la resa della maglia rosa, ma in discesa, sull’asfalto reso viscido dalla pioggia, comincia un’altra corsa. Basso non è più sul suo terreno preferito, si accoda a Nibali che cerca di disegnare le traiettorie. Si rischia tanto, la strada è stretta e tortuosa. Il più lucido è senza dubbio Arroyo, non propriamente un discesista, ma si vede che indossare la maglia rosa fà miracoli. Lo spagnolo nella picchiata verso Edolo recupera persino Vinokuorov  e alla fine della discesa ha solo 38” secondi di ritardo sul gruppo Basso.

Arroyo onora la maglia rosa

Manca ancora da affrontare l’ultima asperità della giornata, la salita verso il traguardo dell’Aprica, tredici km di salita non proibitiva. Alle spalle dei primi si forma un quintetto che fa paura, con la maglia rosa, Evans, Vinokourov, Sastre e il francese John Gadret. Basso, Nibali e Scarponi continuano a macinare km con un ritmo infernale. C’è collaborazione fra i tre, che si danno cambi regolari. Dietro la situazione cambia ancora. La maglia rosa non riceve ausilio dai compagni nell’inseguimento. Non sono giochi di squadra, ordini a non tirare da parte dei rispettivi direttori tecnici: semplicemente è finita la benzina. I tre al comando guadagnano secondi km dopo km . Il direttore sportivo della Liquigas Doimo Zanatta incita i suoi dalla radiolina. A 5 km dall’ arrivo Basso è in rosa virtuale ma continua a pedalare come un forsennato. Sul traguardo dell’Aprica, il varesotto  lascia la vittoria a Michele Scarponi, leale compagno di fuga. Gesto onorevole quello di Basso, che ricorda le grandi gesta di Indurain e Armstrong. Grazie agli ulteriori 12” di abbuono per il secondo posto di tappa, Basso conquista la maglia rosa e stacca di 51” arroyo e 2’30” Nibali, salito al terzo posto. Il grande sconfitto della giornata è Cadel Evans. Il campione del mondo ora è quinto in classifica con un ritardo di oltre 4” da Basso. Ancora più dietro e ormai irrimediabilmente fuori classifica Sastre e Vinokourov.

Restano le immagini di una tappa eccezionale. La grinta di Basso, il lavoro straordinario di Nibali e la vittoria voluta e cercata di Scarponi, prima anche per la sua squadra, la Diquigiovanni. Ma è l’immagine di Arroyo all’arrivo che colpisce. Sconfitto si reca sul camper fra lo scroscio di applausi sportivi della folla. Ce l’ha messa tutta lo spagnolo per onorare la maglia rosa. Onore a lui.

Corsi e ricorsi storici. Basso può celebrare la maglia rosa a quattro anni esatti dalla sua ultima vittoria al Giro. Era il 28 maggio 2006 quando vinse in solitaria all’Aprica mettendo la parola fine ad una corsa dominata. In mezzo una squalifica, 4 anni di sofferenze, dubbi e il pensiero di una bici appesa al chiodo. Poi la rinascita, gli allenamenti durissimi, il sostegno morale della famiglia, dei suoi tifosi e la consacrazione di riconsacrazione dell’Aprica.

Ma non è finita. Prima della cronometro finale di Verona Basso dovrà difendere la maglia nella penultima tappa, con 5 gran premi della montagna, 5000 metri di dislivello e oltre 70 km di salita. Che vinca il
migliore.

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Manovra: l’Ispesl è un Ente inutile, sopprimiamolo

Post di Fabrizio Giona On maggio - 29 - 2010 5 COMMENTI

L’Ispesl, in qualità di ‘Ente inutile’, verrà assorbito dall’Inail. L’Istituto non ci sta: “Non siamo inutili e siamo in grado di autofinanziarci per più del 60%”

di Fabrizio Giona

Manifestazione a Montecitorio, 28 maggio

ROMA – Manovra Finanziaria 2011-2012. Il ministro dell’Economia e delle Finanze, Giulio Tremonti, ha riconosciuto la necessità di risanare i bilanci dello Stato. Dal canto suo, Silvio Berlusconi, ha cercato di frenare una manovra troppo pesante per le tasche degli italiani, rassicurando sul fatto che non ci sarà “nessuna macelleria sociale”. Resta comunque la necessità di trovare quei 27 miliardi di euro che possano evitare il crack al Paese. Come fare? È semplice. Basta sopprimere gli ‘Enti inutili’.

Tra questi, l’Ispesl (Istituto Superiore per la Prevenzione e la Sicurezza sul Lavoro) e l’Ipsema (Istituto di Previdenza per il Settore Marittimo) che con effetto immediato verranno cancellati e le relative funzioni passeranno all’Inail.

L’ISPESL NON È INUTILE – L’Ispesl ci tiene a sottolineare di non essere un ‘Ente inutile’, ma indispensabile per la sicurezza e la salute dei lavoratori italiani. “Rimaniamo stupiti – si legge nel comunicato stampa diffuso dall’Ispesl – dalle notizie della soppressione e della definizione di ‘Ente inutile’ per l’Istituto superiore per la prevenzione e la sicurezza del lavoro. Questa etichetta, da alcuni attribuita all’istituto, è offensiva per tutti i lavoratori, oltreché priva di fondamento”.

“L’Ispesl non solo non è inutile – si sottolinea nel comunicato – ma nel silenzio del suo trentennale lavoro quotidiano, attraverso l’impegno e il sacrificio delle molteplici professionalità (ingegneri, medici, chimici, fisici, biologi), pur nella scarsità di mezzi, garantisce un apporto insostituibile di conoscenze, esperienze e formazione al sistema produttivo del nostro Paese nel delicato settore della tutela della salute e sicurezza dei lavoratori”.

Come dargli torto. Se è vero, infatti, che gli infortuni mortali annui sono diminuiti da 1.600 a 1.200 (per parlare solo delle morti bianche) ciò è ascrivibile anche a tutte le innumerevoli iniziative dell’Ispesl, messe in campo attraverso il suo personale.

 

Manifestazione a Montecitorio, 28 maggio

QUESTIONE DI FONDI? – L’Ente soffre ormai dal 2000 una costante e vertiginosa riduzione di fondi, passati da 110 a 58 milioni di euro, oltre ad una altrettanto drastica riduzione del personale per raggiunti limiti di età, alla quale non si riesce a far fronte a causa del blocco delle assunzioni. Nonostante ciò però non ha mai ridotto il proprio impegno per la tutela della salute e sicurezza dei lavoratori, adoperandosi per avere mezzi e disponibilità per assolvere al meglio le proprie funzioni. Tant’è vero che oggi l’Istituto è in grado di autofinanziarsi per più del 60% (35 milioni di euro) dello stanziamento statale. 

TANTE DOMANDE – L’Ispesl, che esiste da 30 anni, e tutti i dipendenti e collaboratori che operano nell’Istituto, si chiedono se davvero non ci sia più il bisogno di un Ente per la sicurezza e la salute dei lavoratori italiani e se ci si rende conto che con tale provvedimento il Governo chiude l’unico Ente di ricerca del Paese.

Ci sono tante domande da ascoltare e altrettante risposte da dare. Ma chi si è impegnato e si impegna per conto del Governo e delle Autorità territoriali,  per le aree di Taranto, Civitavecchia, Casale Monferrato, ovvero per i gravissimi problemi del terremoto a l’Aquila, in Abruzzo? Chi è intervenuto per la sicurezza degli insediamenti a rischio di incidente rilevante o degli impianti energetici più complessi? Chi ha fronteggiato le emergenze nazionali, fiancheggiando le varie istituzioni territoriali e nazionali (incidente Monte Bianco, nave G. Montari,  Gran Sasso, ThyssenKrupp, camere iperbariche, ecc…)?

Questi e molti altri gli interrogativi al centro della manifestazione di protesta, tenutasi ieri a Montecitorio, con la quale il personale dell’Ispesl – ma anche di Ipsema e Insean (Istituto nazionale per studi ed esperienze di architettura navale, anch’esso in fase di eliminazione) - ha fatto sentire la sua voce di indignazione e di completa disapprovazione per una manovra finanziaria che taglia la testa, non solo alla ricerca e a migliaia di professionisti che in essa operano, ma anche a tutti i lavoratori, non garantendogli un adeguato impegno per la loro salute e sicurezza.

FOTO VIA / www.06blog.it

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Boston e Los Angeles vogliono chiudere i giochi

Post di fediverson On maggio - 29 - 2010 AGGIUNGI COMMENTO

Finali di conference in NBA, Celtics e Lakers sono 3-2 nella serie. Orlando e Phoenix a un passo dall’eliminazione

di Federico Bertolotti

Fino ad una settimana fa sembrava già tutto scritto: Boston aveva in mano la serie contro Orlando dopo 3 vittorie nelle prime tre gare (le prime due in Casa dei Magic) e i Lakers “scherzando” le prime due partite avevano manifestato una superiorità imbarazzante ai danni dei Suns.

Ora è tutto cambiato, i Magic si sono risvegliati dal letargo delle prime 3 gare e hanno risposto colpo su colpo all’aggressività dei biancoverdi che aveva spiazzato la squadra di Van Gundy, reduce da 2 serie vinte 4-0 (contro Charlotte e Atlanta) in maniera troppo facile e che forse aveva impegnato mentalmente poco Howard e compagni.

I Suns invece, con qualche aggiustamento tecnico (molta più zona) e con una panchina finalmente presente, hanno rimesso in piedi una serie dopo le prime due partite nelle quali a turno Bryant, Gasol e Odom sembravano un rompicapo di difficile soluzione.

Proprio questa notte si è giocato allo Staples Center di Los Angeles, gara 5. A decidere è stato Ron Artest, arrivato in estate da Houston, che a 2 decimi dalla fine raccoglie un tiro corto di Kobe e segna per il 103-101 di fine gara.

La chiave del risveglio dei Suns (da 2-0 a 2-2 nella serie) era stata la panchina, buona prova in gara 3 e superba in gara 4, ma le riserve di Coach Gentry nel primo tempo di gara 5 confezionano appena 2 punti ed è il solo Nash (29+11 assist) a riuscire a tenere a galla i suoi ricucendo dal -17 al -8 di fine primo tempo.

Il terzo periodo è ancora all’insegna del duo Bryant (30) Gasol (21) che oltre al solito strabordante talento offensivo, alzano anche un muro difensivo, coadiuvati da un Artest che fa dell’aggressività difensiva il suo pane, e fanno di nuovo scappare i campioni in carica a + 18. Questa volta è la panchina dei Suns a fare la differenza e con un Frye (14) di nuovo brillante la partita torna in equilibrio sul 90-85 a 5 minuti dal termine. Si continua punto a punto e, a 3 secondi dalla fine, Richardson firma il pari sul 101 al termine di un’azione concitata segnata da 2 rimbalzi in attacco dei Suns. Time out per Phil Jackson e rimessa disegnata per Kobe Bryant che tira, va corto; sulla palla si fionda Artest che segna quando sulla sirena ci sono ancora 2 decimi e chiude la partita.

La serie ritorna ancora in Arizona per gara 6 dove Bryant e compagni hanno avuto molte difficoltà. Ma i campioni 2009 sanno che, ancorché in caso di sconfitta gara 7 si giocherebbe a Los Angeles, i Suns con la loro struttura di gioco e i micidiali tiratori da 3 sempre innescati dall’imprevedibile Nash, sono una compagine in grado di piazzarti 130 punti in una gara e questo in un elimination game può risultare fatale.

A Est la situazione è molto simile: Boston reduce dalla serie vinta contro Cleveland, super favorita all’inizio come finalista per l’Est, nelle prime tre partite della serie (2 a Orlando e la terza in casa) ha letteralmente ridicolizzato i Magic. La difesa asfissiante della squadra di coach Rivers sembra essere tornata quella straordinaria del 2008 (Garnett soprattutto) e in tre gare concede una media di 83 punti agli avversari e in attacco a turno Pierce, Allen, Garnett e soprattutto Rondo, autore di play-off meravigliosi e ufficialmente uno dei Big 4 dei Celtics, segnano la serie e vanno sul 3-0.

Poi Howard, Carter, Lewis e un grande Jameer Nelson (23+9 assist in gara 4 e 24+5 in gara 5), messi con le spalle al muro, ritrovano compattezza e fluidità nella fase offensiva, le triple arrivano con continuità e nei momenti decisivi e Orlando rimette in piedi una serie che vedrà impegnate le due compagini stanotte al TD Banknorth Garden.

Chiaramente la pressione sarà tutta sui Celtics che non possono perdere l’occasione di chiudere la serie in casa visto che l’eventuale gara 7 si disputerebbe in Florida. Inoltre Garnett e compagni non vorranno di certo passare alla storia come la prima squadra che si fa rimontare una serie con un vantaggio di 3-0.

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Il risotto al mascarpone e pepe rosa è un raffinato ma semplicissimo primo piatto, che realizzerete in qualche manciata di minuti con pochi ingredienti di facile reperibilità.

La base è quella del classico risotto con soffritto di cipolla, riso tostato e sfumato con vino bianco, successivamente arricchito con mascarpone e grani di pepe rosa, mantecato con burro e parmigiano grattugiato: una vera leccornia.

Ingredienti

  • Brodo vegetale circa 1 litro
  • Burro 30 gr
  • Mascarpone Granarolo 250 gr
  • Olio extravergine di oliva 3 cucchiai
  • Parmigiano Reggiano grattugiato 100 gr
  • Pepe rosa in grani
  • Riso carnaroli 350 gr
  • Sale q.b.
  • Scalogno 1
  • Vino Spumante o brut 1 bicchiere

■ Preparazione

Risotto al mascarpone e pepe rosa

Per preparare il risotto al mascarpone e pepe rosa, iniziate tritando la cipolla e facendola dorare con l’olio in una casseruola, poi aggiungete il riso e fatelo tostare (1); sfumate con il bicchiere di spumante (2) e aggiungete poco alla volta tanto brodo quando ce ne vorrà per cuocere il riso (3), sempre a fuoco dolce.

Risotto al mascarpone e pepe rosa

A metà cottura aggiungete al riso il mascarpone Granarolo (4-5) amalgamandolo bene, e poi continuate la cottura (6).

Risotto al mascarpone e pepe rosa

Due minuti prima del termine, aggiungete i grani di pepe rosa (7),aggiustate di sale e spegnete il fuoco. Aggiungete a questo punto per mantecare il parmigiano grattugiato (8) e il burro (9): amalgamate bene tutti gli ingredienti e servite immediatamente guarnendo il piatto con grani di pepe rosa e ciuffi di prezzemolo.

■ Consiglio

Il pepe da usare per la preparazione del risotto può essere sia quello in grani che quello in salamoia, quest’ultimo è assai saporito.

Ricetta cucinata e fotografata da Sonia Peronaci

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In primavera attenti alle mele

Post di giovannamiceli On maggio - 29 - 2010 AGGIUNGI COMMENTO

Tre allergici su dieci soffrono della sindrome orale allergica

di Giovanna Miceli

Una mela al giorno leva il medico di torno...non sempre è vero?

Milioni di italiani sono alle prese in questa stagione con problemi di allergie e pollini. Ma il popolo allergico non ha da temere solo i famigerati pollini, anche una semplice mela può scatenare un attacco allergico.

Tutta colpa della cross-reattività (o reattività crociata) che si verifica tra alcuni alimenti e i pollini delle piante. I responsabili sono delle proteine alimentari che hanno una struttura chimica molto simile a quella delle proteine dei pollini; in tal modo, l’organismo si sensibilizza anche nei confronti di una “innocente” mela , scatenando l’attacco allergico.

Succede così che chi è allergico alle betulaceae (betulla e ontano) deve stare attento alle mele ma non solo. Anche pera, pesca, albicocca, ciliegia, banana, noce, nocciola, finocchio, kiwi, prezzemolo, fragola e prugna possono sortire lo stesso effetto.

Per le compositae (artemisia e ambrosia) bisogna evitare sedano, melone, anguria, arachide, camomilla, mela, banana, zucca, cicoria, castagna, carota, peperone, prezzemolo, nocciola, anice e mango.

Gli allergici alle graminaceae, piantine erbacee con infiorecenza a spiga o a pannocchia, devono tenersi alla larga da frumento, melone, anguria, kiwi, mandorla, pomodoro, agrumi, pesca, albicocca, ciliegia e prugna.

Fortunatamente,  queste proteine responsabili di cross-reattività sono anche termolabili, possono quindi essere inattivate dal calore. Non è certo una gran consolazione mangiare mele o pere cotte, ma in tal modo si evita il problema.

Mangiare frutta fa bene alla salute...ma attenzione alle allergie

A cosa vanno incontro gli allergici quando mangiano un alimento a “rischio”? Il rischio è di sviluppare la sindrome orale allergica, che provoca bruciore e prurito al palato e alla lingua quando si mangia un frutto potenzialmente cross-reattivo.

Il Policlinico di Milano ha recentemente pubblicato uno studio che analizza il fenomeno della reattività crociata degli alimenti. Prendendo in esame un campione di 600 pazianti allergici a vari pollini, i ricercatori hanno riscontrato che 3 soggetti su 10 soffrivano anche della sindrome orale allergica degli alimenti.

Inoltre, dalla ricerca è emerso che chi è allergico a più pollini, ha una maggiore probabilità di incorrere in effetti più seri, mangiando alimenti potenzialmente a rischio. Va infatti considerato che può comparire gonfiore alle labbra, alla bocca e in alcuni casi edema alla glottide.

Il dottor Mario Previdi, responsabile della struttura di Allergologia Ambientale del Policlinico di Milano, che ha condotto lo studio, mette in guardia i pazienti allergici. “A volte l’ingestione di questi alimenti vegetali – ha dichiarato l’esperto – può provocare anche manifestazioni cutanee o respiratorie come ad esempio asma bronchiale.  Si sono verificati anche casi di shock anafilattico”.

La raccomandazione principale rimane quella di evitare di consumare alimenti responsabili di sindrome orale allergica durante il periodo di pollinazione. Per alcuni non si può proprio dire che una mela al giorno tolga il medico di torno!

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Ritorna a casa il maestro della pittura metafisica in un percorso espositivo che inserisce alcuni suoi capolavori nel contesto internazionale

di Natalia Radicchio

 

L'enigma di un pomeriggio d'autunno (foto via siamodonne.it)

Firenze – Guardare il mondo con altri occhi: questa fu la prima ‘visione’ metafisica che il giovane Giorgio De Chirico ebbe mentre osservava, in un viaggio del 1909 a Firenze, Piazza Santa Croce seduto su una panchina. Ecco perché la mostra fiorentina De Chirico, Max Ernst, Magritte, Balthus – Uno sguardo nell’invisibile riporta a casa il principale esponente della corrente artistica denominata pittura metafisica, proponendo i suoi capolavori del periodo metafisico (1909-1919), e le opere di quegli artisti che a lui si ispirarono fino a molto dopo il 1909, anno in cui De Chirico dipinse L’Enigma di un pomeriggio d’autunno.

In linea con lo spirito della pittura metafisica, dal 26 febbraio al 18 luglio, Palazzo Strozzi offre un percorso non solo visivo, ma anche psicologico e introspettivo grazie ai pannelli esplicativi di Paolo Baldacci, curatore della mostra e massimo esperto di De Chirico, alle didascalie che coinvolgono le famiglie sui temi del sogno e della paura, e alla sala interattiva dedicata ai pittori Nathan e Balthus con speciali installazioni che approfondiscono alcuni aspetti della psicologia umana.

La mostra si apre proprio con L’Enigma di un pomeriggio d’autunno (1909), opera raffigurante la rivelazione del misterioso rapporto che c’è fra le cose come appaiono e il loro significato avuta dall’artista nella monumentale Piazza fiorentina: «Durante un chiaro pomeriggio d’autunno ero seduto su una panca in mezzo a piazza Santa Croce [...]. Ebbi allora la strana impressione di vedere tutte quelle cose per la prima volta. E la composizione del quadro apparve al mio spirito […]. Momento che tuttavia è un enigma per me, perché è inesplicabile».

De Chirico dipingeva seguendo solo «l’impulso di una visione intuitiva che giunge all’improvviso e come conseguenza di vari fattori», osserva Baldacci, e l’immagine risultante richiama e richiamerà sempre alla mente quella che gli aveva ha provocato la rivelazione.

Lo scopo dell’arte, dunque, non è per De Chirico dipingere ciò che si vede, ma far vedere ciò che non è possibile vedere, ovvero ciò che le cose significano, generando così suggestioni poetiche e inaspettate, nonché interrogativi profondi sul valore della realtà. Con questa riflessione De Chirico fu il principale ispiratore dei movimenti artistici Dada, Surrealismo, Nuova Oggettività che la mostra ci presenta attraverso le opere di Giorgio Morandi, Carlo Carrà, René Magritte, Max Ernst, Balthus ma anche Arturo Nathan, Pierre Roy, Alberto Savinio e Niklaus Stoecklin rappresentanti del Realismo Magico.

Nelle sue opere che mostrano figure solitarie e statue in piazze spazzate dal vento a Magritte pareva di vedere dipinto il pensiero. Attraverso i significati delle immagini, infatti, lo spettatore percepisce concetti filosofici quali l’immobilità del tempo e il mistero del mondo.

La figura del cavallo col paraocchi in L’enigma del cavallo (manifesto per la Galleria Paul Guillaume), del 1914, ricorda la pazzia del filosofo Nietzsche che a Torino si manifestò appunto con l’abbraccio a un cavallo di piazza, «allusione a quella estrema lucidità chiaroveggente che si raggiunge solo prima di precipitare nel buio», spiega Baldacci. Mentre le frecce o le mani nere puntate verso il basso (Composizione metafisica, 1914), aggiunge, «ammoniscono che il vero mistero non sta in cielo ma in terra, negli insensati giocattoli colorati del mondo, che per Eraclito era il “gioco di Zeus”».

Il trovatore (foto via palazzostrozzi.org)

L’iconografia del manichino, nella quale De Chirico rappresenta se stesso come artista veggente, mostra al posto degli occhi un incrocio di segni che stanno a indicare la seconda vista (Il trovatore, 1917), e spesso porta in grembo colorati oggetti della vita quotidiana, i “giocattoli del mondo”, o le rovine di una memoria collettiva.

L’influenza dell’arte di De Chirico su Carlo Carrà e Giorgio Morandi si ritrova nell’adozione degli stilemi e delle immagini, pur spogliati d’ogni simbolismo iconografico, da parte del primo (L’ovale delle apparizioni, 1918) e nell’affidamento alla dechirichiana precisione geometrica da parte del secondo (Natura morta, 1919). Marx Ernst, il massimo artista surrealista da un punto di vista concettuale (Edipo re, 1922), fonde invece lo spazio prospettico della metafisica alla tagliente lucidità dissacratoria del dadaismo. Mentre Magritte sviluppa il discorso concettuale sul valore delle immagini e sulla pluralità dei significati in maniera davvero singolare sovvertendo il concetto di realtà (La condizione umana, 1933).

Il “pittore di spaesamenti” più che di paesaggi, come De Chirico fu definito nel 1928 da Jean Cocteau, influenzò nei secondi anni ’20 anche Alberto Savinio, che inserisce in paesaggi alienanti figure familiari tratte da vecchie foto (Il sogno del poeta, 1927).

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Omeopatia o medicina tradizionale? Boiron versus Garattini

Post di Fabrizio Giona On maggio - 28 - 2010 2 COMMENTI

Incontro-scontro al Corriere della Sera tra Christian Boiron, presidente dei Laboratoires Boiron e Silvio Garattini, direttore dell’Istituto di ricerca farmacologica “Mario Negri”. Opinioni a confronto      

di Fabrizio Giona, Mara Guarino, Monica Pedrola

Christian Boiron, presidente dei Laboratoires Boiron

MILANO – Omeopatia o medicina tradizionale? Questa la questione al centro del convegno organizzato dalla Fondazione del Corriere della Sera e tenutosi lo scorso 25 maggio. A discutere della validità dei due metodi, soprattutto di quello omeopatico, sono intervenuti due ospiti d’eccellenza: Christian Boiron, presidente dei Laboratoires Boiron, leader mondiale nella produzione di farmaci omeopatici, e il professor Silvio Garattini, direttore e fondatore dell’Istituto di ricerche farmacologiche “Mario Negri”. A moderare l’incontro il dottor Luigi Ripamonti: a lui l’arduo compito di “tenere a bada” i due ospiti, che di certo “non se le sono mandate a dire!”.

Ecco le loro posizioni.

NON C’E’ IDEA CHE DURI SE NON SCIENTIFICAMENTE FONDATA – “L’omeopatia è tutta la mia vita. Sono nato tra i granuli ed è proprio questo che mi ha preservato dallo scetticismo nei confronti di un mondo per molti versi ancora sconosciuto”. Con queste parole, Christian Boiron dà il via al dibattito sull’efficacia dell’approccio omeopatico, a dispetto dell’impossibilità tuttora presente di caratterizzare empiricamente le “diluizioni immateriali” di Hahnemann. Del resto, sostiene il Presidente dei Laboratoires Boiron, “non c’è nessuna idea che possa durare due secoli se non è scientificamente fondata”.

Il paradosso della ricerca omeopatica sta proprio qui: ferma sull’ipotesi del meccanismo d’azione – l’infinitesimale – si trova a dover fare i conti con l’incongruenza logica della sua validità terapeutica, comprovata ormai da una vasta letteratura scientifica. Nel frattempo chiama tanto il medico, quanto il paziente all’accettazione della possibilità che funzioni, una responsabilità che connota in senso fortemente pratico l’intero dibattito sul ricorso alle cure mediche. La vera sfida è precisamente quella di riuscire ad individuare il preparato giusto per ogni paziente, in base alla risposta individuale – anche psicologica – alla malattia.

E se è vero che affidarsi alle cure omeopatiche non significa sminuire la medicina tradizionale – come Boiron stesso sottolinea più volte – è altrettanto vero che, mettendo sul piatto della bilancia i due trattamenti, emergono chiari i benefici dell’omeopatia: l’alta diluizione del principio attivo elimina gli effetti collaterali indesiderati, rendendola sicura anche per i più piccoli; il costo dei farmaci è contenuto e a prescriverli sono sempre medici allopatici, una tendenza che, dati alla mano, è in netta crescita. Si stima infatti che in Italia l’omeopatia è praticata da almeno 25.000 medici (150.000 nel mondo); in Francia la si insegna in 7 facoltà di medicina e in Germania l’85% delle farmacie vende trattamenti specifici.

In ogni caso, al di là di confronti statistici o di sterili discussioni sulle metodologie di indagine sperimentale, ciò che più di tutto si augura Boiron è di arrivare quanto prima a quella “unione sacra” per vincere le grandi patologie del nostro tempo (cancro, Aids, Alzheimer, parassitosi ecc.). E in quest’ottica ci lascia con la stessa certezza con cui ci ha incontrato: la “medicina dolce” si diffonderà non perché la via tradizionale sia negativa o i medici incompetenti, ma semplicemente perché è in se stessa efficace.

Silvio Garattini, presidente e fondatore dell'Istituto di ricerche farmacologiche "Mario Negri"

LA SCIENZA HA BISOGNO DI PROVE E DATI CERTI - “Molte persone leggono l’oroscopo ogni mattina e ci credono, ma questo non vuole dire che sia vero”. Sono parole molto forti  quelle del professor Silvio Garattini, pronto a sottolineare come l’efficacia delle cure omeopatiche e la loro recente diffusione non vadano necessariamente di pari passo. Anzi, a suo avviso, sarebbe solo una mancanza di cultura, quella scientifica, a spingere molte persone ad abbracciare questi trattamenti non tradizionali. L’effetto placebo e una maggiore affabilità degli omeopati nei confronti dei loro pazienti farebbero poi il resto.

La posizione della farmacologia istituzionale è del resto molto chiara: non c’è farmaco senza principio attivo che lo componga. E le grandi diluizioni operate in campo omeopatico rendono impossibile il dosaggio di una qualsiasi molecola, diversa dal solvente, al loro interno. Basti pensare che se scambiassimo le etichette a 10 diversi prodotti omeopatici, al momento, nessun chimico o tecnico di laboratorio sarebbe in grado di ricostruirne la composizione, così da rimettere tutte le targhette al proprio posto. Svelando apertamente il proprio scetticismo verso il mondo dell’omeopatia, il CICAP – Comitato italiano per il controllo delle affermazioni sul paranormale-  ha persino previsto un cospicuo premio in denaro per chiunque dovesse riuscirci. Prima o poi.

Forse è proprio un problema di tempo, non solo di metodo. Perché per la scienza nulla esiste finché non sia comprovato dal metodo sperimentale. Lo stesso Garattini non esclude aprioristicamente  la possibilità di considerare l’omeopatia come una branca della medicina a tutti gli effetti, ma solo in futuro. Quando (e se) esisteranno prove e dati certi.

In quest’ottica, appare dunque ancora più grave la regolare vendita in farmacia di questi prodotti.  Si potrebbe controbattere che non sono dannosi per la salute. Non bisogna però dimenticare che hanno comunque un loro costo, per quanto non elevato, del tutto ingiustificato a fronte di tante incertezze. Non solo. Per legge, un medicamento omeopatico può essere commercializzato senza passare attraverso stringenti iter di sperimentazione, a differenza di un qualsiasi nuovo farmaco allopatico.

Ancora una volta, il fondatore dell’Istituto “Mario Negri” di Milano centra il problema con’immagine molto efficace: quanto si può essere disposti a pagare una bottiglia di buon vino, se questo viene diluito in oltre cento litri d’acqua? E, soprattutto, perché scegliere la versione annacquata quando si potrebbe avere un rosso pregiato, magari d’annata?

Guarda il video del convegno su http://video.corriere.it/ (sezione appuntamenti/salute)

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Anno 2300: Metà della Terra sarà inabitabile

Post di Veronica Leanza On maggio - 28 - 2010 AGGIUNGI COMMENTO

Lo sostiene un recente studio dell’Università del Nuovo Galles del sud di Sydney. Il responsabile? Il riscaldamento globale ad opera dell’effetto serra 

di Veronica Leanza 

 Lo studio dell’ University of  New South Wales in Sydney, con la collaborazione della Purdue University in Usa, ha pubblicato sulla rivista Proceedings of the National Academy of Sciences, lo studio di una ricerca dove, stando ai suoi risultati, sembra che in circa 300 anni la metà del nostro pianeta diverrà “troppo calda” per l’uomo.  

Questo  team di ricercatori dell’Università americana e australiana, hanno basato la loro ricerca su una serie di scenari tra i peggiori prodotti a partire dai modelli climatici. Le loro conclusioni finali sono state particolarmente inquietanti. 

Il surriscaldamento terrestre è la causa principale non solo di questo, ma anche dell’aumento delle piogge torrenziali, e dei più recenti tifoni, uragani e cicloni. 

Il vortice, il cui andamento rotatorio è dovuto alla rotazione della Terra, produce venti fortissimi in grado di raggiungere una velocità di 200 k/h. L’origine principale degli uragani  dunque, è l’acqua calda, ed è per questo che molti esperti ritengono che il riscaldamento terrestre abbia causato, negli ultimi anni, un’intensificazione del fenomeno

Se l’umanità non sarà in grado di ridurre le dimissioni di gas ad effetto serra, le temperature globali potrebbero aumentare del 10-12% entro il 2300; conseguenza: la totale inabitabilità della Terra. 

Il professor Tony McMichael dell’Australian National University in un’intervista al quotidiano inglese Telegraph, ha dichiarato: «Gran parte del dibattito sui cambiamenti climatici è basato sul fatto che il mondo riuscirà a mantenere il riscaldamento globale al livello relativamente sicuro di soli due gradi centigradi entro il 2100. Ma il cambiamento climatico non si fermerà nel 2100, e nell’ambito di scenari realistici fino al 2300  potremmo essere di fronte ad aumenti di temperatura di 12 gradi o anche di più. Se questo accadrà, le nostre preoccupazioni attuali circa il livello dei mari, ondate di calore e incendi occasionali, perdita di biodiversità e le difficoltà agricole, impallidiranno accanto ad una delle principali minacce, tanto che la metà del globo abitato attualmente potrà semplicemente diventare troppo caldo per le persone che ci vivranno. C’e’ bisogno di concentrare l’attenzione dei governi sull’impatto dell’aumento delle temperature sulla salute, affermano gli studiosi, ed è possibile che le istituzioni esistenti sottovalutino il fenomeno». 

Gli effetti del surriscaldamento della crosta

Gli effetti del surriscaldamento della crosta

 

Riguardo alle proiezioni del Panel intergovernativo dell’Onu sul cambiamento climatico (Ipcc), essi avvertono che «negli avvertimenti per il futuro viene usato un linguaggio mite con stime conservative sugli impatti, questo e’ appropriato per un ente scientifico, aggiungono, ma i governi del mondo debbono essere onesti con i loro cittadini sull’intera gamma dei pericoli potenziali posti da emissioni incontrollate e dagli estremi di cambiamento climatico che inevitabilmente ne seguirebbero».  

I ricercatori sostengono infine che lo sviluppo di tecnologie energetiche pulite, sia l’investimento più importante da fare in questo momento. Ci vorrebbe una maggiore attenzione da parte dei media, dell’opinione pubblica e delle istituzioni verso pratiche ecosostenibili  un po’ in tutti i settori. 

Noi da semplici esseri umani, tifiamo per un maggiore interesse ed una maggiore cura da parte di tutti per la conservazione del nostro bel pianeta!! 

  

  

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Karate Kid, un remake riuscito alla grande

Nelle sale il film con il giovane talento Jaden Smith alle prese con un sorprendente Jackie Chan nei panni di un maestro di arti marziali

Morto Tiberio Murgia

Si è spento all’età di 81 anni il mitico Ferribotte de “I soliti ignoti”. Malato da tempo, era ricoverato in una casa di cura in provincia di Roma

Butterfly zone, il senso della farfalla

Un vino particolare permette a due ragazzi, dopo un solo sorso, di fare brevi viaggi nell’aldilà, un aldilà che si rivelerà essere un limbo bizzarro e irrazionale

Eclipse, la scelta di Bella

Arriva nelle sale il terzo capitolo della saga di Twilight



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