Per riconciliare gli “irreconciliabili”, l’Arabia Saudita porta avanti un programma di reintegrazione la cui giustificazione solleva molti interrogativi politici
di Silvia Nosenzo
Riyadh – Un terrorista islamico, sospettato di aver ucciso migliaia di persone e rinchiuso per anni nel carcere più temuto del mondo, quello di Guantanamo, una volta trasferito in Arabia Saudita diventa un “beneficiario”, una persona che ha compiuto un cammino deviato nel corso della sua vita, ma che avendo imparato il vero significato dell’Islam viene riabilitato.
Ormai da qualche anno, l’Arabia Saudita, infatti, sta compiendo uno sforzo per cercare di riabilitare i militanti di Al-Qa’ida catturati nella Penisola Araba, per poi reinserirli nella società ispirandosi al programma attuato dal RRG (Gruppo di riabilitazione religiosa) nelle prigioni di Singapore con i detenuti della Jemaa Islamyia, e nelle carceri nelle prigioni Usa in Iraq.
Si tratta di un programma a cui i carcerati aderiscono su base volontaria, molto tempo prima del previsto rilascio. Ai prigionieri viene spiegato che la loro partecipazione non implicherà sconti sulla pena; ciò nonostante, solo il 15% dei carcerati rifiuta. All’inizio i detenuti seguono una serie di corsi sull’Islam e sulla storia sotto stretta osservazione di psicologi e guardie all’interno di carceri di massima sicurezza. Qui la maggior parte dei prigionieri ha una cella singola, controllata centralmente dalle guardie, per minimizzare il contatto con l’esterno e con gli altri detenuti, e dotata di un televisore usato per trasmettere letture religiose educative. Successivamente, gli ex-jihadisti sauditi vengono trasferiti alla Cetty Ford Clinic di Ryiadh, il centro di riabilitazione che serve come step intermedio tra la prigione e la strada, dove vengono sviluppate le idee introdotte nel periodo di permanenza in carcere. Il centro assomiglia più a una scuola che a una prigione: qui il “beneficiario” segue corsi sulla legge islamica e sulla giurisprudenza del jihad, ha accesso a piscine, tavoli da tennis e playstation, e nel pomeriggio addirittura gioca a calcio con le guardie, mentre gli psicologi gli insegnano a gestire le emozioni. Il centro è diviso in 6 aree, di cui 4 adibite ai jihadisti che hanno combattuto in Iraq e 2 a quanti di ritorno da Guantnamo. Le famiglie dei detenuti sono incoraggiate a fare loro visita per favorire un totale e sereno reinserimento nella società: ci sono almeno 1600 visite ogni settimana.
È difficile dire quali siano i risultati di questo programma: le autorità saudite stimano che tale programma abbia avuto successo con più del 70% degli ex-terroristi. Dall’inizio dell’attività del centro, nessuno dei beneficiari è tornato alla sua vita precedente, pur tenendo conto del fatto che la maggioranza di loro non sono ideologi di Al Qa’ida ma semplici soldati, molti dei quali avevano risposto alla chiamata del jihad senza conoscerne la visione islamista, benché religiosamente motivati. Questa sembrerebbe la dimostrazione pratica delle teorie di Obama, secondo il quale povertà e ingiustizia sociale sarebbero le cause principali del terrorismo. Tuttavia, più che il semplice pentimento, esiste un altro motivo che spinge i terroristi a tornar sulla retta via: dopo il rilascio, lo Stato, per un anno, continua a dare loro uno stipendio di $900 – $1,000 al mese, oltre a fornirgli una nuova casa con ogni confort, una bella macchina e a reinserirlo nel mondo del lavoro.
Ma come viene vista questa iniziativa del governo saudita? È molto difficile, da un punto di vista politico, giustificare il fatto che chi ha tentato ho ha ucciso migliaia di persone ottenga come ricompensa una nuova vita, mentre chi vive nella povertà, ma ancora non ha abbracciato la filosofia jihadista, continui a vivere nella miseria. Questo programma, insomma, incontra le stesse difficoltà che nascono in Afghanistan dal tentativo di cacciare i Talebani offrendo loro denaro e lavoro. Il governo saudita, tuttavia, insiste sulla necessità di riabilitare i jihadisti perché l’uso della sola forza non conterrà il potere di Al-Qa’ida: occorre cambiare la mente dei suoi affiliati con l’obiettivo strategico di vincere la guerra ideologica e assicurarsi il supporto della popolazione.


