Thursday, May 17, 2012

Poca avventura ma lezioni di regia in L’uomo nell’ombra, il nuovo thriller dell’autore polacco

di Stefano Gallone 

Locandina

Senza dubbio è stato molto duro il processo lavorativo che ha permesso di portare a termine le riprese e la post produzione di un film col peso di un processo penale sulle spalle. E, di certo, sviluppare una trama dotata di poche impronte di riferimenti personali ha incentivato, anche se precedente ai fatti, una momentanea fuoriuscita dalle attanaglianti problematiche di tribunale. Ma, a somme tratte, la pellicola c’è e ha tutte le caratteristiche (fatta eccezione per qualcuna) del tocco di chi il cinema lo ha sempre vissuto come pane per i denti. L’Orso d’oro per la miglior regia, a Berlino, ne sa qualcosa. 

Criticare Roman Polanski (sullo schermo) sarebbe come additare un’opera di letteratura classica. In questo ambito, gli si può rimproverare qualche mancanza in sede di sceneggiatura o nei termini di una costruzione filmica a tratti lenta e ridondante ma, ripensando ad immagini e sequenze particolari, facendole scorrere nella memoria come i granuli di sabbia di una clessidra, non si può non alzare le mani e usarne una per battersi devotamente il petto. Il maestro polacco sa molto bene cosa significa e quanto è importante essere “economici” a livello cinematograficamente narrativo e, anche se una sceneggiatura presumibilmente serrata, spesso, non glielo concede, non esita mai a ritagliarsi un importante ed imponente spazio di prova visivamente artistica. 

Un ghostwriter (Ewan McGregor) accetta di revisionare e completare le memorie dell’ex primo ministro britannico Adam Lang (un finalmente notevole Pierce Brosnan) ritiratosi su un’isola della costa orientale degli Stati Uniti. Quando, però, emerge la notizia del ritrovamento del cadavere del predecessore dello scrittore in ombra (morto in un presunto incidente), evento strettamente collegato con le accuse per crimini di guerra verso l’ex governatore, il giovane scrittore comincia a maturare sospetti circa il suo cliente tanto da intraprendere indagini personali basate sul manoscritto della sua biografia, fino a giungere a consequenziali scoperte che lo costringeranno in una situazione cinicamente complessa e ben più grande di lui, permettendogli di toccare con mano la scomoda ma inattesa verità

Pierce Brosnan, Ewan McGregor

Balza alla memoria di cinefilo, a primo acchitto e solo per alcuni aspetti, l’hitchcockiana figura del cosiddettowrong man”, figura innocente e rapidamente gettata allo sbaraglio in una situazione terribilmente senza ritorno né vie di uscita. Così come hitchcockiana è la penultima strepitosa sequenza, quel passaggio di testimone seguito, contemplato ed estrapolato dal contesto scenografico per mano di una macchina da presa possentemente scrupolosa nell’intento di circoscrivere l’attenzione su di un unico elemento caratterizzante (poiché già conosciuto nel contenuto) quella necessaria e fatidica iperinformazione spettatoriale generatrice di suspense. 

Si rende artefice, sostegno cardine e significante dell’intera vicenda filmica, però, quell’inatteso, improvviso e spiazzante fuoricampo finale, tanto potente a livello estetico quanto fondamentale allo svelamento delnon visto” sia cinematografico che (soprattutto) riferito alle realtà politiche e civili, intese sia in ambito attuale che a livello di estrapolazione storica del concetto di mascheramento intenzionale delle verità nascoste e rinchiuse a doppia mandata sotto la dura pelle del potere. Appartiene alle caratteristiche principali del meccanismo e dell’arte cinematografica la scelta, fondamentale, di giocare con il profilmico a scopi, si, drammaturgici ma finemente legati all’espressione non verbale delle intenzioni intellettuali di affabulazione. Così come è tipico del senso principale del sistema filmico operare per una continua ricerca di efficienza in termini di economia narrativa: per annunciare l’evento che apre le burrascose danze della storia narrata, un Michael Mann avrebbe stuprato con estrema violenza chilometri di pellicola; qui lo stupro c’è ma non appartiene all’intimo cinematografico, luogo in cui, invece, simbolismi, movimenti di macchina e costruzione fotografica svelano (se li si coglie al volo) particolari più che necessari alla costruzione di un valido senso di complementarietà tra personaggi e spazio circostante. 

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