Accusata dal governo di Bagdad di essere la mente degli ultimi attentati terroristici nella capitale Irakena, la figlia del defunto dittatore è ricercata dall’Interpol
di Sabina Sestu
È tenace la 41enne Raghad Hussein. Un carattere forte e determinato come quello del suo papà, l’indimenticato Saddam Hussein. Non sono bastati l’assassinio di suo marito, il forzato esilio e l’esecuzione mediatica di suo padre a spezzare la sua forte personalità. Ora pende su di lei l’accusa di essere l’organizzatrice di feroci attentanti nella già travagliata vita del suo paese natio, l’Iraq.
Sembra probabile, almeno secondo il governo di Bagdad e l’Interpol, che l’intento di Raghad sia quello di ricostituire il partito Ba’th e di riportalo alla guida del paese mediorientale. In un’intervista rilasciata nel 2003 alla tv satellitare araba Al Arabiya, infatti, la “piccola Saddam” ha affermato che: “Per quello che ne so io a tradire mio padre sono state proprio le persone di cui si fidava di più”. Per Raghad questi sovvertitori hanno tradito la patria, prima ancora di aver tradito Saddam Hussein.
Parole forti le sue. Dichiarazioni che sette anni dopo rendono plausibile l’accusa che grava ora sulle sue spalle. La figlia maggiore di Saddam, di fatto, è ritornata alla ribalta delle cronache mondiali con l’accusa di essere complice di una campagna di attentati in Iraq. Per alcuni ne sarebbe addirittura la mente promotrice, a capo di una colonia di nostalgici baathisti. Si sospetta che sia in contatto con le basi di rivoltosi contrari all’attuale governo irakeno ubicati in Yemen, Emirati Arabi e Siria. Un’organizzazione forte e dinamica, che raccoglie denaro per sostenere formazioni islamico-nazionaliste molto attive nella guerriglia.
Il fatto che Raghad sia la leader di questo movimento di liberazione dal dominio americano in Iraq, viene smentito da altre fonti. Sembra, difatti, che a capo di tutto ci sia l’ex-vicepresidente irakeno Izzat Ibrahim Al Douri, leader del “Fronte per il jihad e la liberazione” un cartello di gruppi ribelli. Al Douri, dato più volte per morto e malato, ha lanciato un appello, a fine marzo, affinché la Lega Araba si attivi per opporsi ai “Progetti americani e iraniani in Iraq”.
Nel mentre Raghad continua la sua vita ad Amman, la capitale della Giordania, ospite del sovrano Abdallah. Vive in una villa/palazzo nel quartiere di Abdun fin dal 2003. Il sovrano giordano la protegge a patto che lei non crei alcun problema. E pare che l’ospite irakena di problemi non ne crei affatto, visto che Bagdad ne ha chiesto l’estradizione già nel 2006, assieme alla restituzione di un ingente tesoro segreto. Fu il marito della donna, Hussein Kamel a trafugare il bottino durante la sua fuga in Giordania nel 1995. Un tesoro composto da gioielli, gemme, preziosi e oltre un miliardo di dollari, che sarebbe costato la vita ai fratelli Hussein e Saddam Kamel, rispettivamente mariti di Raghad e Rana, la seconda figlia dell’ex dittatore.
Una storia complicata quella di Raghad e della sua famiglia. Il marito Hussein e il cognato Saddam negli anni ’90 collaborarono con la Cia svelando i segreti del regime, così, al loro ritorno nella capitale irakena, nel 1996 vennero giustiziati dal figlio di Saddam, Uday. Raghad e Rana dovettero accettare la vendetta familiare, come la tradizione islamica impone.
A Bagdad sono fermamente convinti che la tosta Raghad sia complice degli ultimi attentati che hanno sconvolto la vita dell’Iraq. Così come si sono persuasi del fatto che gli irriducibili baathisti abbiano stretto forti relazioni con la solita Al Qaeda. Ma c’è il sospetto che sia un’astuta manovra propagandistica per far passare l’ondata di violenza come un patto d’azione che unisce i terroristi islamici su scala internazionale con coloro che non si sono arresi alla sconfitta del regime dittatoriale. Raghad, la «piccola Saddam», in questo scenario sembra la colpevole perfetta.



