Domenica 2 maggio finale del torneo maschile in diretta su Italia 1 e Sky Sport
di Gloria Caruso
Record di spettatori al Foro Italico. Nella giornata di mercoledì, 28 aprile, sono stati venduti 12.567 biglietti che vanno ad aggiungersi ai 3.551 abbonamenti.
Filippo Volandri
Volandri, che ci aveva regalato, nonostante i pronostici favorevoli su Benneteau, una bella vittoria sul transalpino dominandolo praticamente in poco più di un’ora con un 6-2 6-0 nella giornata di mercoledì, ha ceduto a Gulbis. Il livornese esce sconfitto per 6-2 3-6 7-6(4), dopo due ore e quarantatre minuti di sudore, passione e grande tennis. Il pubblico lo premia comunque con un lungo applauso dopo aver assistito ad una prestazione senza ogni limite. “È giusto che perda – dice Volandri – però guardo anche ai lati positivi: sono arrivato qui da n.152 del mondo, me ne vado avendo sfiorato i quarti, Gulbis ha un potenziale enorme”.
Il lettone, fenomeno emergente, lo ricordiamo, ha eliminato il Numero Uno al mondo Roger Federer martedì scorso. Ad attendere nei quarti di finale il carismatico 22enne di Riga (in programma per oggi alle 20.30), lo spagnolo Feliciano Lopez.
Rafael Nadal
Cambia il teatrino ma lo spettacolo dei burattini è sempre lo stesso per Rafa Nadal che, l’altra sera, ci ha regalato ancora una vittoria, stavolta su VittorHanescu (6-3 6-2) aggiudicandosi così senza problemi i quarti. Tra gli spettatori che hanno gremito il centrale per assistere allo spettacolo del maiorchino c’erano anche Francesco Totti e Ilary Blasi.
Procede intanto la marcia di Novak Djokovic verso quella che sarebbe la sua terza finale consecutiva in questo torneo dopo il trionfo del 2008, e la sconfitta di Nadal dello scorso anno. Il suo avversario nei quarti di oggi sarà Fernando Verdasco.
In programma per oggi dunque la terz’ultima giornata del torneo maschile degli Internazionali d’Italia che vedrà in campo Verdasco vs Djokovic , Tsonga vs Ferrrer, Nadal vs Wawrinka, grande attesa invece, in serata per il match Gulbis vs Lopez.
Dopo i casi dei sindaci leghisti: “Niente mensa ai figli di chi non paga la mensa”, si scopre che anche i Comuni amministrati dal Pd applicano gli stessi provvedimenti. Ma i mediatacciano
di Chantal Cresta
Due pesi e due misure. In questo modo si muove la sinistra e la sua opinion leader non fa certo eccezione. Giorni fa, sui media, impazzava la polemica contro i sindaci leghisti dei comuni di Montecchio Maggiore (Vicenza) e Adro (Franciacorta nel bresciano) che in accordo con gli assessorati alle politiche scolastiche, erano rei di aver tagliato la mensa ai bambini i cui genitori non pagavano i ticket per la fruizione del servizio. Il punto è semplice, dicevano i sindaci: chi non paga non può accedere alla ristorazione offerta dalla scuola, perché ci sono delle regole e bisogna rispettarle per il bene di tutti. Una sacrosanta verità sulla quale si poggia ogni buona amministrazione che miri a sopravvivere più di un mese.
Quando, però, la verità è vestita di verde, ecco che anche le regole più accreditate in regime di democrazia, diventano motivo di accusee derisioni nonché un facile modo per gettare caterve di fango sull’avversario. Così, i sindaci in questione si sono sentiti dare dei fascisti, razzisti, affamatori di bambini e dittatori da ogni esponente del Pd o organo di informazione simpatizzante di sinistra. Una campagna denigratoria cominciata con titoli clamorosi sui maggiori quotidiani e conclusasi (ci si augura) lo scorso 22 aprile con una puntata di Annozero. In questa, il conduttoreMichele Santoro, circondato dalla solita vagonata di ospiti in studio giustapposti per avvalorare il suo pensiero, hanno messo alla gogna Oscar Lancini, sindaco di Adro, e metà dei cittadini del comune che appoggiavano i provvedimenti di quest’ultimo tra i quali – è possibile crederlo – c’erano anche quei “fessi” di genitori che continuano a pagare la retta della mensa nel rispetto delle regole.
Peccato che nelle stesse ore in cui i media si scatenavano contro i leghisti torturatori di bimbi, è sfuggita loro una notizia che, a voler essere maliziosi, è possibile che sia stata solamente taciuta. A Savona, l’assessore comunale ai servizi scolastici del Pd, Isabella Sorgini, in accordo con il Comune ha fatto recapitare a casa dei genitori morosi della retta per la mensa una lettera nella quale si avverte che: “Come da delibera della giunta comunale gli utenti che presentano dei bollettini insoluti, dal settembre 2007 ad oggi, non potranno essere ammessi alla mensa dell’anno scolastico 2010/2011″.
Un tempismo perfetto, poiché anche i comuni con giunte di sinistra redigono i bilanci come quelle di destra e arrivano alle medesime conclusioni: “Abbiamo solo messo delle regole” – ha spiegato l’assessore Sorgini – “e intendiamo farle rispettare, ripristinando la legalità“. Naturalmente, l’assessore non poteva immaginare che un provvedimento nato dal buon senso e non dal colore politico potesse provocare tanto scalpore e, con il senno di poi, si è affrettata ad aggiungere: “A Savona non accadrà mai come in altri comuni dove i bambini vengano umiliati con pane e acqua. Non vogliamo colpire i bambini ma soltanto quei genitori che pensano di fare i furbi”.
Comune di Savona
Già. Almeno, in questa vicenda qualche furbo c’è anche se non è la leadership del Pd né la sua intellighenzia mediatica. Così, mentre si dubita che Santoro intavolerà un’altra puntata come quella della scorsa settimana per mettere di fronte alla sua “Santa Inquisizione” una giunta di sinistra, si potrebbe comunque dare un suggerimento al Partito Democratico, anzi due. Impari a giudicare in senso critico i facili scoop offerti dalle proprie voci, fosse solo per evitare figuracce. In secondo luogo, se Bersani e compagnia non intendono imparare la buona amministrazione dagli esponenti della Lega la imparino, quanto meno, dai propri assessori comunali. L’elettorato di centro sinistra ringrazierà.
TORINO – Piove senza tregua nell’area di scalo smistamento fra le stazioni torinesi di Lingotto e Porta Nuova. Pasquale Cardillo, 58 anni, operaio – pulitore di treni per la ditta Dussmann, è abituato da anni a lavorare di notte, anche sotto l’acqua scrosciante. Indossa la sua divisa blu, allaccia i suoi scarponi da lavoro antinfortunistica e attacca il cartellino identificativo. Sono le 22, ma è come se fosse una mattina qualunque per Pasquale e gli altri sette compagni di lavoro. L’orologio biologico che li accompagna da tanti anni gli da la forza di svegliarsi, lavorare, portare a casa uno stipendio mensile. Tanti treni da controllare, pulire, armati di guanti da lavoro e torcia.
00-00 - Il rumore dell’acqua arriva ovattato sul finestrino del Frecciarossa dove sta dormendo Pietro Albanese. Da anni l’uomo non ha né un lavoro né una dimora. Dorme sui treni regionali, intercity, eurostar e, se capita, il treno ad alta velocità diventa per lui un hotel a 5 stelle.
L’ORA X – 00.20 - Due vite, due storie, due uomini si incontrano. Una finisce. Pasquale entra sul convoglio Frecciarossa mentre il suo caposquadra entra dalla parte opposta. Svegliato di colpo Pietro Albanese, viene invitato a scendere. «Devi andartene, subito», dice Pasquale. Il clochard non ha nessuna intenzione di andare li fuori per una doccia notturna. Cardillo insiste: «Fuori!».
Pochi istanti che si riassumono in tre mosse. Una lama lunga e sottile penetra tre volte nell’addome dell’operaio. Uno centra e gli spappola la milza. Altri pochi istanti. Gli ultimi respiri. L’ultimo controllo notturno di Pasquale.
LA FUGA – Il killer scappa, scivola via sotto il temporale, senza una destinazione. Ore di panico per Pietro che compie forse il peggior errore che un killer possa fare. Torna sul luogo del delitto. A poche centinaia di metri dal corpo della vittima entra in un altro vagone.
07.30 - Passano pochi istanti e la squadra di polizia giudiziaria della Polfer, coordinata dal vice commissario Valentina Irrera fa irruzione nel treno e arresta Pietro, ormai già denudato dei vestiti fradici d’acqua. «Non ricordo niente» – afferma subito il killer – Poi, sacco in spalle, con molta tranquillità segue gli agenti.
LA TESTIMONIANZA
Il caposquadra che ha assistito alla morte del collega ha detto alla polizia: «Stavamo discutendo, poi Pasquale s’è accasciato e l’altro è fuggito. Prima o poi doveva a accadere, di notte le aree ferroviarie sono invase da balordi d’ogni tipo».
Ma Pietro Albanere, quel clouchard improvvisato assassino per una notte era già conosciuto alle forze dell’ordine. Era il 1992, treno Torino-Aosta. Oltraggio e resistenza a pubblico ufficiale. Da due anni, Pietro non abitava più in via Principe Tommaso 11. Era già senza fissa dimora.
«Ci ho messo tre anni per avere la carta d’identità» racconta. Non aveva un lavoro e nemmeno un postodove dormire. Il treno era la sua casa. «Saranno tre anni, forse cinque che vivo in questo modo» racconta ai cronisti. Ma per gli agenti della Polfer Pietro era un «cliente abituale da una quindicina d’anni» di vagoni fermi in deposito oppure in stazione per la notte.
«Fino a cinque anni fa avevo un lavoro, facevo il muratore. Poi, ho avuto qualche problema personale e anche di impiego», racconta. «Piccoli problemi con la legge, ogni tanto riesco anche a lavorare, piccole cose, ma non voglio coinvolgere quelle persone in questa storia» dice ancora Pietro. La notte del delitto sarebbe uscito con alcuni amici: «Ho bevuto un po’ di vino, poi sono andato a cercare un treno per dormire».
INDIZI
Due coltelli in tasca, forse anche un terzo, sospetta la polizia, quello utilizzato per l’omicidio. Le armi trovate in tasca del clochard sembravano pulite. Saranno sottoposte a perizia per individuare eventuali tracce di sangue. La Scientifica ha anche individuato impronte e tracce di sangue, una lunga striscia trovata su una parete. Probabilmente la traccia lasciata da chi l’assassino, di certo non lo fa per professione.
Dal 29 aprile in download gratuito, sul sito della rivista XL, un ep della band veneta, tra live particolari e nuove versioni
di Stefano Gallone
Copertina dell'ep in download gratuito
Capita di rado, al giorno d’oggi, in settori ormai amaramente industriali come lo spettacolo, ricevere regali graditi. Se si tira in ballo, poi, la questione del download gratuito, l’apprezzamento diventa esponenziale considerando che, si, di band che offrono primizie ai propri fan ce ne sono (vedi Metallica, Depeche Mode o Pearl Jam per gli “instant cd” dei concerti dei loro ultimi tour…a caro prezzo, però, come se non bastasse il costoso biglietto di ingresso!) ma, evidentemente, non sfruttano, come invece dovrebbero, l’opportunità che la rete concede per divulgare inediti o rarità di vario genere, in modo da consolidare e (in troppi lo dimenticano!) ringraziare i propri discepoli della fede e dell’apprezzamento prestato.
Nel caso del Teatro Degli Orrori, band ormai entrata nell’olimpo degli sfoghi di matrice alternativa appartenenti ad un underground stanco delle solite polverose, alcoliche e rintronate nicchie da centro sociale, la situazione è ben diversa dal momento che vede regnare, incontrastato, un carismatico leader, Pierpaolo Capovilla, per il quale bandire il download gratuito di musica e affini, spesso, corrisponde a mortale bestemmia. E allora, detto fatto: ecco la prova del nove.
La rinomata rivista musicale (e non solo) “XL”, da diverso tempo, ha scelto di allegare, ad ogni numero cartaceo destinato alle edicole nazionali, oltre ad un numero irritante di pubblicità, un compact disc dedicato a band degne di nota e, di mese in mese, contenente interi dischi o, talvolta, brani inediti o versioni alternative che rendono il tutto un vero gioiello da sorriso smagliante per i rispettivi appassionati. Il gesto è considerevole se si esamina la situazione attuale legata ad una inedia culturale collettiva disgustosamente violenta. Arrivato il turno della band di Capovilla e soci, attendere il tentativo della pubblicazione materiale di un cd allegato sarebbe stata, probabilmente, cosa troppo longeva per non sottoporre ai propri fedeli le proprie primizie soniche: quale miglior soluzione se non quella di mettere in rete, tramite il sito della rivista stessa, Raro, ep costituito da sei brani, di cui quattro sono registrazioni di brani eseguiti dal vivo, in semi acustico al MEI di Faenza il 28 novembre 2009, e due riguardano versioni differenti di due brani appartenenti al repertorio della band.
Pierpaolo Capovilla in reading
Di seguito, il link alla pagina dalla quale scaricare l’ep: http://xl.repubblica.it/dettaglio/80087. In aggiunta, la stessa pagina permette di scaricare anche un file in pdf del biglietto di ingresso gratuito per il prossimo “Meeting Degli Indipendenti” in programma per il 26, 27 e 28 novembre 2010. Cogliere al volo e ad occhi chiusi, insomma.
Raro è qualcosa di estremamente sincero e profondo, specie per quanto riguarda le quattro versioni dal vivo di cui i consapevoli hanno potuto aver modo di assaggiare alcuni tratti lo scorso 9 marzo grazie alla presenza della band, in veste scarna ma estremamente pura, presso gli studi di Radio2. Si inizia con un reading di Capovilla nelle vesti di Carmelo Bene per Lettera aperta al partito comunista italiano (che, di certo, non le manda a dire in termini intenzionali), per poi passare alla delicatissima Io ti aspetto con tanto di “cristallofono” (una serie di bicchieri di cristallo adeguatamente posizionati per produrre suoni come pezzi di tastiera accarezzati), lasciandosi trasportare dalla agrodolce nenia di Die Zeit e dai rigurgiti poeticamente rivoluzionari di Majakovskij prima del delirio finale macinato dalla versione demo (inizialmente scartata perché ritenuta poco efficace, poi passata sotto torchio elettronico e reintegrata nell’ultimo splendido lavoro “A sangue freddo”) di Direzioni diverse e dalla take alternativa di Compagna Teresa (brano incluso nel lavoro d’esordio Dell’impero delle tenebre, qui in chiave ben più dura), brani utili ad assimilare l’essenza embrionale delle complesse creazioni di quella che, forse, è la miglior rock band sul versante serio del panorama musicale italiano.
In poche parole: scaricare, ascoltare, godere, imparare.
Per riconciliare gli “irreconciliabili”, l’Arabia Saudita porta avanti un programma di reintegrazione la cui giustificazione solleva molti interrogativi politici
di Silvia Nosenzo
Ex jihadisti in preghiera
Riyadh – Un terrorista islamico, sospettato di aver ucciso migliaia di persone e rinchiuso per anni nel carcere più temuto del mondo, quello di Guantanamo, una volta trasferito in Arabia Saudita diventa un “beneficiario”, una persona che ha compiuto un cammino deviato nel corso della sua vita, ma che avendo imparato il vero significato dell’Islam viene riabilitato.
Ormai da qualche anno, l’Arabia Saudita, infatti, sta compiendo uno sforzo per cercare di riabilitare i militanti di Al-Qa’idacatturati nella Penisola Araba, per poi reinserirli nella società ispirandosi al programma attuato dal RRG (Gruppo di riabilitazione religiosa) nelle prigioni di Singapore con i detenuti della Jemaa Islamyia, e nelle carceri nelle prigioni Usa in Iraq.
Si tratta di un programma a cui i carcerati aderiscono su base volontaria, molto tempo prima del previsto rilascio. Ai prigionieri viene spiegato che la loro partecipazione non implicherà sconti sulla pena; ciò nonostante, solo il 15% dei carcerati rifiuta. All’inizio i detenuti seguono una serie di corsi sull’Islam e sulla storia sotto stretta osservazione di psicologi e guardie all’interno di carceri di massima sicurezza. Qui la maggior parte dei prigionieri ha una cella singola, controllata centralmente dalle guardie, per minimizzare il contatto con l’esterno e con gli altri detenuti, e dotata di un televisore usato per trasmettere letture religiose educative. Successivamente, gli ex-jihadisti sauditi vengono trasferiti alla Cetty Ford Clinic di Ryiadh, il centro di riabilitazione che serve come step intermedio tra la prigione e la strada, dove vengono sviluppate le idee introdotte nel periodo di permanenza in carcere. Il centro assomiglia più a una scuola che a una prigione: qui il “beneficiario” segue corsi sulla legge islamica e sulla giurisprudenza del jihad, ha accesso a piscine, tavoli da tennis e playstation, e nel pomeriggio addirittura gioca a calcio con le guardie, mentre gli psicologi gli insegnano a gestire le emozioni.Il centro è diviso in 6 aree, di cui 4 adibite ai jihadisti che hanno combattuto in Iraq e 2 a quanti di ritorno da Guantnamo. Le famiglie dei detenuti sono incoraggiate a fare loro visita per favorire un totale e sereno reinserimento nella società: ci sono almeno 1600 visite ogni settimana.
Cetty Ford Clinic di Ryiadh
È difficile dire quali siano i risultati di questo programma: le autorità saudite stimano che tale programma abbia avuto successo con più del 70% degli ex-terroristi. Dall’inizio dell’attività del centro, nessuno dei beneficiari è tornato alla sua vita precedente, pur tenendo conto del fatto che la maggioranza di loro non sono ideologi di Al Qa’ida ma semplici soldati, molti dei quali avevano risposto alla chiamata del jihad senza conoscerne la visione islamista, benché religiosamente motivati. Questa sembrerebbe la dimostrazione pratica delle teorie di Obama, secondo il quale povertà e ingiustizia sociale sarebbero le cause principali del terrorismo. Tuttavia, più che il semplice pentimento, esiste un altro motivo che spinge i terroristi a tornar sulla retta via: dopo il rilascio, lo Stato, per un anno, continua a dare loro uno stipendio di $900 – $1,000 al mese, oltre a fornirgli una nuova casa con ogni confort, una bella macchina e a reinserirlo nel mondo del lavoro.
Ma come viene vista questa iniziativa del governo saudita? È molto difficile, da un punto di vista politico, giustificare il fatto che chi ha tentato ho ha ucciso migliaia di persone ottenga come ricompensa una nuova vita, mentre chi vive nella povertà, ma ancora non ha abbracciato la filosofia jihadista, continui a vivere nella miseria. Questo programma, insomma, incontra le stesse difficoltà che nascono in Afghanistan dal tentativo di cacciare i Talebani offrendo loro denaro e lavoro. Il governo saudita, tuttavia, insiste sulla necessità di riabilitare i jihadistiperché l’uso della sola forza non conterrà il potere di Al-Qa’ida: occorre cambiare la mente dei suoi affiliati con l’obiettivo strategico di vincere la guerra ideologica e assicurarsi il supporto della popolazione.
L’Inter vola a Madrid. Affronterà in finale il Bayern Monaco
di Alessio Tedde
Josè Mourinho
È il 79° di una partita epica, presentata alla vigilia come lo scontro fra chi ha l’ossessione di vincere e chi, invece, sogna di vincere: è la semifinale del torneo continentale per eccellenza. Mancano 10 minuti ed eventuale recupero alla fine della gara fra i campioni del Mondo e i campioni dello Stivale, in uno stadio colmo all’inverosimile ma con un brusio soffocante di sottofondo che man mano si fa sempre più cupo. Sembra addirittura di riuscire a sentire in presa diretta le direttive di Mourinho. Mancano solo 10 minuti alla fine ed ecco quello che sembrerebbe il “patatrac”, il crollo del muro di sostegno, come se il Camp Nou non reggesse il peso di tutte quelle persone oramai rassegnate al brutto destino della propria squadra, assente nella serata più importante, quella della “remontada”.
Cross di Messi, per un giorno non messia, e colpo di testa del neo entrato Bojan. Siamo all’80° e assistiamo al primo tiro pericoloso della squadra dei marziani verso la porta dei poveri italiani ricchi. Lucio porta le mani in testa in segno di spavento. Sembra la crepa definitiva di un muro che sta per sgretolarsi. Il colpo di testa del giovane Bojan esce fuori ma i 90 mila più undici del Camp Nou cominciano a crederci. La folla rischiara le ugole, preme, comincia a saltellare e quel muro eretto 80 minuti prima comincia a vacillare. È l’inizio dei 15 minuti più lunghi per Moratti e per tutti quei tifosi nerazzuri che aspettano da 38 anni una finale. Molti non erano nati, in quel lontano 72, quando Facchetti e compagni si giocarono la finale della Coppa Campioni a Rotterdam. Ma non importa. In questi ultimi dieci minuti non c’è spazio per il passato, non c’è spazio per i ricordi sbiaditi: c’è solo da cominciare a sorreggere tutti insieme, idealmente, quel muro vacillante.
Samuel Eto'o in contrasto
Passano due minuti e sul muro si apre la prima falla che arriva proprio come una “piquetata”. Sembra l’inizio del crollo. Gli operai dell’Inter sembrano interrogarsi sull’accaduto, il peso della struttura continua ad aumentare. Ma ecco l’intervento dell’ingegnere portoghese che non esita a togliere le due colonne esterne indebolite dal duro lavoro di sostegno sulle fasce, compito a cui non sono abituate. Fuori Milito ed Eto’o, dentro Cordoba e Mariga. La gara cambia, l’arbitro sembra assuefatto dall’effetto Camp Nou e, dopo aver sventolato il rosso diretto a Motta nel primo tempo, reo di aver accarezzato irregolarmente il cascatore Pedro, convalida la rete in palese fuorigioco. Ai 90 mila più undici si aggiungono un dodicesimo e un tredicesimo elemento: De Bleckere e il suo assistente. I minuti passano sempre più lenti e il terreno di gioco, regolarmente già più vasto del normale, si rimpicciolisce: sembra di assistere ad un incontro di palla a mano in cui tutti i giocatori blaugrana assediano l’area avversaria. Triangolazioni strette, dai e vai e passaggi filtranti. Tutti si muovono, tutti si smarcano, tutti picchettano ma il muro resiste. Gol annullato, tiri dalla distanza e i minuti passano. Quelli di recupero sono 4. Mourinho incita i suoi insistentemente, quasi entra in campo e contrasta i giocatori avversari che invadono il suo recinto di competenza. Moratti,in trans, parla nervosamente con Laporta (pariruolo avversario) da una parte, mentre dall’altra sembra materializzarsi la figura di papà Angelo con le lacrime agli occhi. In campo si assiste agli ultimi assalti, tiro di Xavi e sontuoso Julio Cesar. È il 95°. De Bleckere e i giocatori del Barca non hanno abbastanza polvere da sparo per far saltare il muro. Fischio finale.
La folla nerazzurra è incredula. La classe operaia dell’Inter trionfa con il suo comandante. Si festeggia, si piange. Al Camp Nou i tifosi di casa cominciano a sfollare. Il peso dello stadio è leggerissimo ed è ormai certo che non ci sarà crollo, a meno che le infiltrazioni di acqua provocate dagli idranti che bagnano le colonne non provochino un cedimento post-evento. E adesso tutti a Madrid,dove per forza di cose al muro nudo e crudo dovrà essere aggiunto un tocco di fantasia architettonica. Partita secca, finale da vincere a tutti i costi per costruire un sogno chiamato Champions.
Contro ogni romanticismo e in barba alla poesia, la scienza svela il segreto di Cupido: una reazione chimica ad uno stimolo cellulare
di Adriano Ferrarato
Amore e Psiche
«T’amo senza sapere come, nè quando nè da dove, t’amo direttamente senza problemi nè orgoglio: così ti amo perché non so amare altrimenti che così, in questo modo in cui non sono e non sei, così vicino che la tua mano sul mio petto è mia, così vicino che si chiudono i tuoi occhi col mio sonno».
Il maestro Pablo Neruda non usava davvero mezzi termini per descrivere il sentimento più bello di tutti, l’amore: e in questa poesia ne è espressa l’essenza e anche la dose di incredibile e sincera irrazionalità che lo compone.
Un moto dell’animo che esiste da sempre, fin dai tempi di Adamo ed Eva, e al quale non si riesce mai a dare una spiegazione coerente e razionale. Uomini e donne, per un motivo o per un altro, incrociano senza volerlo i propri destini e per quanto ci si interroghi accade e basta. E spesso sono persone completamente diverse tra loro, sia fisicamente che moralmente. Nessuna logica che possa fare chiarezza. Il problema è che Cupido, come dice un noto aforisma, si diverte a tirare frecce, ma in realtà sbaglia spesso mira.
Tutto questo però è stato un mistero fino ad oggi. Ed è proprio su questo ultimo punto che la scienza ha contribuito (purtroppo) a svelare il segreto degli “errori” della dolce divinità dell’amore. E lo ha fatto analizzando il comportamento delle cellule del lievito di birra.
Sembra un affermazione bizzarra, ma grazie ad uno studio condotto da alcuni autori coordinati all’università di Montreal, basati sul Saccharomyces Cerevisiae (il fungo del lievito di birra), è stato possibile dare una argomentazione al colpo di fulmine. E anche se la ricerca era volta ad accertare, tramite comparazione, i meccanismi molecolari coinvolti nello sviluppo degli embrioni umani, i risultati tratti sono davvero curiosi.
Interruttore molecolare
Il biochimico Stephen Michnick, proveniente proprio dal gruppo di ricerca, l’ha spiegato con chiarezza: all’interno di questa infinitesima forma di vita è infatti presente un interruttore molecolare che è direttamente responsabile della volontà riproduttiva. Il lievito è un composto asessuato, in grado cioè di riprodursi in modo autonomo. L’analisi ha tuttavia dimostrato che in molte occasioni esso può “cambiare idea” e decidere di accoppiarsi. E qui entra in scena l’interruttore: quando infatti viene recepito nelle vicinanze un potenziale partner sessuale, instaura un meccanismo di reazione in cui i segnali chimici vengono tradotti in feromonici, ovvero in richiami che suscitano reattività specifiche in altri organismi. In risposta a questo, successivamente, per mezzo dell’intervento di alcuni enzimi, la cellula del saccaromiceta sente il bisogno di non stare più da sola.
Certo, affermare che l’amore si riduce ad un mucchio di formule chimiche e matematiche è senza ombra di dubbio una delle cose più rattristanti che questa società sempre più antisentimentalista poteva permettersi di dire. È anche il caso di aggiungere che il lavoro, essendo condotto su organismi unicellulari, non implica soprattutto l’elemento più importante delle relazioni umane: quello del corteggiamento e del rispetto del partner. Ridurlo a meri calcoli ne toglie veramente la poesia. Altro che Neruda, quindi. E speriamo che tra un po’ non si arrivi a fare sesso con i robot.
Nei cinema italiani l’ultima fatica dell’acclamato regista di The Others e Mare dentro. Un’opera costosa, poderosa e carica di ambizione, interpretata da un’impeccabile Rachel Weisz
di Daniela Dioguardi
Locandina
In un tempo come il nostro, in cui è possibile, in un batter d’occhio, raggiungere livelli vertiginosi di popolarità, toccare il cielo con un dito e magari rimanerci tre metri sopra, è molto facile diventare preda di veri e propri deliri di onnipotenza. E pare che tale sorte sia toccata anche al pluripremiato regista spagnolo Alejandro Amenabar.
Il suo nuovo lavoro, Agorà, uscito nelle sale italiane venerdì 23 aprile, a sua detta nasce dalla volontà di trasmettere, attraverso il cinema, un profondo amore per la scienza e per l’astronomia, tanto che il progetto iniziale era quello di abbracciare 2000 anni di storia, mettendo in evidenza ogni singola tappa del passaggio dal sistema geocentrico alla teoria della relatività. Ma poi, un giorno, il regista si è imbattuto nella figura di Ipazia e ne è rimasto folgorato. La sua storia avrebbe potuto rappresentare qualcosa di più di un semplice racconto biografico: sarebbe diventata metafora e specchio di un mondo scomparso ma in cui non possiamo fare a meno di rintracciare le nostre radici. Il mondo antico.
391 DC – Ad Alessandria d’Egitto, centro culturale di prima importanza del mondo ellenistico nonché sede della prestigiosa Biblioteca, vero e proprio scrigno del sapere antico, Ipazia (Rachel Weisz), filosofa neo-platonica e astronoma, trasmette ai suo discepoli la conoscenza, non esitando a insinuare in loro quel “benefico dubbio” che ha permesso alla scienza di evolversi nel corso dei secoli. Intanto la città si trasforma. Sotto la giurisdizione dell’imperatore cristiano Teodosio, Alessandria sta per essere travolta dall’arrivo del cristianesimo e delle sue frange più estremiste e intolleranti come la setta dei “parabolani”, pronta a combattere il paganesimo tramite la facile arma della violenza senza scrupoli.
Quando diverrà chiaro che a rischio non è solo il credo pagano ma l’intero sapere antico che si appresta a essere cancellato o aggiogato ai “dogmi” della nuova fede, Ipazia si autoproclamerà custode di quel mondo di cui è figlia, chiedendo sostegno ai suoi allievi. Questi ultimi tuttavia, con l’andare del tempo, abbracceranno la religione cristiana, spinti per lo più da opportunismo, visto che la conversione sarà una conditio sine quanon per l’accesso alle più importanti cariche istituzionali.
Così, né l’affetto di Sinesio (Rupert Evans), divenuto vescovo di Cirene, né l’imperituro amore del prefetto Oreste (Oscar Isaac), tantomeno la violenta passione di Davo (Max Minghella), giovane schiavo innamorato della sua padrona ma profondamente attratto dalla filosofia dell’uguaglianza predicata dai parabolani, riusciranno a impedire la morte di Ipazia, condannata per “empietà” alla lapidazione dall’ormai inarrestabile vescovo Cirillo (Sami Samir), dichiarato post mortem santo e dottore della Chiesa.
Alejandro Amenabar
Amenabar sceglie di ambientare il suo ultimo film in un tempo e in un luogo particolarmente significativi in quanto da considerare “di transizione”. L’Alessandria d’Egitto del IV secolo DC non è solo la culla della cultura ellenistica, già di per sé affascinante in quanto frutto dell’incontro fra la civiltà greca e le civiltà del Mediterraneo e del Vicino Oriente, ma è anche un fiorente centro commerciale (quindi crocevia di culture) posto sotto la giurisdizione provinciale di un Impero Romano in fase decadente e sempre più sottomesso all’influenza della Chiesa.
Se poi si aggiunge che la protagonista della storia narrata è una donna colta, indipendente e libera pensatrice, nonostante gli atavici e improbabili tempi, non sarà difficile capire che di spunti estremamente interessanti il film ne offre tanti. Ma così tanti da sfociare nell’eccesso che trasforma l’ambizione in presunzione.
Può un pur affermato cineasta raccontare eminentemente, in poco più di due ore, della morte inesorabile del mondo antico, del conseguente arrestarsi dell’evoluzione del sapere scientifico, dell’avvento violento del cristianesimo, degli incalcolabili danni dei fanatismi e degli integralismi religiosi, della vita di una donna che sostenne l’eliocentrismo mille anni prima che fosse accettato, conquistando la libertà attraverso il sapere a cui votò la vita, e della passione travolgente di uno schiavo che invece ancorò la sua esistenza semplicemente alle scelte della sua padrona?
Può darsi. Ma non è il caso di Alejandro Amenabar.
Quella che poteva diventare un capolavoro si riduce infatti a un’operamediocre e terribilmente retorica. Tutte le tematiche richiamate all’attenzione dello spettatore vengono proposte in modo incredibilmente didascalico: il racconto diventa spiegazione e tutto ciò che doveva essere pretesto artistico, metafora, diviene mera rappresentazione. Non vi è in Agorà un messaggio forte, preminente ma neanche un principio di problematicità in grado di oleare e accendere le menti. La sensazione è piuttosto quella di entrare in contatto con tanti bei temi “accumulati” piuttosto che finemente intrecciati, tanto coinvolgenti quanto di fatto incapaci di stupire.
Tuttavia lo scaltro Amenabar ha saputo rispolverare il suon talento proprio all’ultimo secondo: la rappresentazione della morte di Ipazia, condensata nei minuti finali, è da considerare, senza ombra di dubbio, la scena più bella, significativa, e toccante dell’intero film. In essa è presente tutto lo strazio e l’impotenza di una civiltà che muore per mano di un nemico che vince con la violenza, ma soprattutto in essa è rintracciabile l’ineffabile sgomento di “quell’antica civiltà” affogata nel silenzio perché concepiva il sapere a misura d’uomo, perchè non ammetteva dogmi ma vedeva nella ragione, nel dubbio, ilgrande motore dell’umana conoscenza.
In un tegame ponete due cucchiai di olio di oliva, e quando sarà caldo versatevi i piselli, mescolate, coprite con un coperchio lasciando uno sfiato, e lasciate cuocere a fuoco dolce, aggiungendo poco alla volta il brodo di dado, fino a cottura avvenuta.
In una padella antiaderente mettete a sciogliere il burro, aggiungete il prosciutto cotto a dadini e fatelo appena rosolare, poi aggiungete la panna, il pepe macinato, la noce moscata, i piselli e aggiustate eventualmente di sale.
Lessate i garganelli in abbondante acqua salata, e quando saranno al dente, scolateli e fateli saltare 1 minuto in padella assieme al condimento preparato; poneteli poi nei piatti da portata e spolverizzateli con abbondante Parmigiano Reggiano grattugiato, oppure portate il formaggio in tavola e lasciate che i commensali si servano da soli.
■ Consiglio
Se volete, potete apportare una piccola modifica alla ricetta tritando finemente uno scalogno o una piccola cipolla, e facendola dorare nel burro insieme al prosciutto cotto.
I garganelli potranno essere sostituiti da altri formati di pasta, come per esempio le farfalle, le tagliatelle, i fusilli o le penne. Il prosciutto cotto potrà essere tagliato a dadini (acquistando un’unica fetta spessa di salume)o a listarelle (se avete del prosciutto cotto affettato finemente).
■ Curiosita’
I garganelli prendono il loro nome dalla parola dialettale emiliana “garganel”, che indica l’esofago del pollo del quale ne ricordano la forma.
Per prepararli in casa, bisognava tirare una sfoglia, tagliarla in quadratini, avvolgerli uno ad uno attorno ad un bastoncino e farli rotolare su di un pettine da tessitura, che conferiva le caratteristiche striature della pasta.
Il cartoon South Park va in onda con Maometto vestito da orso e l’estremismo islamico risponde con oscure minacce ai due creatori del serial
di Chantal Cresta
South Park
Questa volta il terrorismo islamico se l’è presa con il cartoonSouth Park. A coloro che già conoscono il cartone animato americano in onda sul canale americano Comedy Central (in Italia su MTV) non occorrono presentazioni. A chi, invece, non avesse mai sentito parlare dei pestiferi ragazzini di South Park, si tratta di uno dei più irriverenti cartoon mai realizzati in U.S.A. Più caustico dei Simpson’s e americano quanto i cow boy o la torta di mele, il serial South Park ironizza e sbeffeggia i miti e i tormenti della società moderna senza risparmiare niente e nessuno: politici, celebrità, convenzioni e convinzioni della realtà contemporanea passano dentro il tritacarne delle battute volgari e delle situazioni deliranti nelle quali si muovono i personaggi ideati e realizzati da Matt Stone e Trey Parker. Essi preparano le singole puntate con assoluta attenzione ai più recenti avvenimenti di cronaca al punto che ogni episodio viene concluso a poche ore dalla messa in onda, cosicché risulti lo specchio attuale e satirico delle mondo odierno.
Dunque, neppure le religioni potevano sperare di salvarsi dall’irrisone mordace di South Park, ivi compresa quella islamica. Pochi giorni fa, infatti, negli Stati Uniti è andata in onda la 200esima puntata della serie, nella quale si vedeva un Maometto travestito da orso. Poca cosa rispetto alla caricatura di Gesù rappresentato in piena crisi mistica e dedito al consumo di materiale pornografico e di Buddha sniffatore di cocaina. Tuttavia, la maschera di Maometto è stata considerata offensiva dagli integralisti musulmani presenti sul territorio americano che si sono sbrigati a manifestare il loro dissenso attraverso la parola di Abu Talhah Al-Amrikee, responsabile del gruppo islamico estremista Revolution Muslim e dichiarato ammiratore di Osama bin Laden.
Al-Amrikee ha espresso il proprio punto di vista con un post sul sito Web del gruppo Revolutionmuslim.com in cui, dopo aver dichiarato che i due autori della serie avrebbero fatto la fine di Theo Van Gogh, il regista olandese accoltellato a morte nel 2004 da un fondamentalista islamico dopo aver diretto il film Submission, sulle violenze contro le donne islamiche, ha continuato sostenendo che: “Questa non è una minaccia, ma un avvertimento della realtà di ciò che probabilmente accadrà a loro.” Insomma, secondo il post, solo un blando suggerimento a cui però Al-Amrikee ha fatto seguire la pubblicazione on-line di una foto di Van Gogh morto, l’indirizzo di una delle residenze dei due autori in Colorado, i recapiti dei loro uffici a New York e quello della sede dell’emittente Comedy Central.
Cartman di South Park
Il risultato non è tardato ad arrivare cosicché la 201esima puntata è andata in onda prontamente riveduta e corretta da Stone e Parker: tutte le battute di Maometto sono state coperte con un “bip” mentre il travestimento da orso è stato fatto indossare alla caricatura di Babbo Natale. Inoltre, per tutta la puntata dell’episodio è rimasta la scritta “Censored”.
Per quanto riguarda Al-Amrikee, egli stesso ha successivamente tentato di ridimensionare le minacce spiegando, con un’intervista all’Associated Press, come lo scopo del post fosse solo quello di “rendere noto il problema delle offese che l’Occidente rivolge all’Islam”.
Tutto chiarito dunque, resta solo da capire se la puntata andata in onda così volutamente censurata, invece di essere più semplicemente tagliata, non sia un modo per rendere noto il problema delle offese che l’Islam rivolge all’Occidente. Se così fosse, quell’episodio sarebbe un vero capolavoro di goliardia.
Gli esperimenti sul teletrasporto quantistico gettano le basi per l’investigazione delle cosiddette scienze di confine
di Mara Guarino
La struttura di un atomo
Alle scuole medie ci viene insegnato che due rette parallele non s’incontrano mai. Proprio come scienza e paranormale, due realtà apparentemente inconciliabili. Tutte le discipline scientifiche si fondano infatti sulla sperimentabilità in laboratorio della materia oggetto di studio. Al contrario, una manifestazione paranormale è tale perché estemporanea e irriproducibile. Con presupposti di partenza tanto differenti sono presto spiegati decenni di rapporti tesi tra gli esponenti delle varie fazioni.
Poi, al liceo, il professore amplia i nostri orizzonti e spiega che persino le rette parallele possono incontrasi tra loro, anche se solo all’infinito. In questo caso, il nostro infinito è rappresentato dalla fisica quantistica, recente branca della fisica che si occupa di descrivere il comportamento di particelle piccolissime di materia, i quanti, in termini di probabilità. A partire dal 2001, la meccanica dei quanti si è in particolar modo concentrata sullo studio dell’Effetto EPR, la cui esistenza era già stata ipotizzata dal luminare Albert Einstein. Questo fenomeno permetterebbe il teletrasporto istantaneo di alcune informazioni riguardanti le particelle atomiche, come ad esempio il numero di spin.
La scoperta offre interessanti applicazioni pratiche, soprattutto nell’ambito della crittografia dei sistemi informatici. Ad interessare maggiormente sono tuttavia le possibili connessioni con molti fenomeni paranormali, tra cui telepatia e chiaroveggenza. Come escludere che anche le emozioni e i pensieri possano trasferirsi in una dimensione senza tempo né spazio? Questa almeno è la conclusione che ne hanno tratto molti studiosi di parapsicologia, da sempre alla conquista di una maggiore credibilità nell’ambito della ricerca scientifica.
L’indagine dell’infinitamente piccolo
I fisici restano invece scettici: i quanti sono composti di materia e al momento non vi sono prove che anche gli stati emotivi possano avere una dimensione concreta. Cauta anche la reazione del CICAP, il comitato italiano per il controllo delle affermazioni sul paranormale. Nato nel 1989, senza scopo di lucro, il CICAP si propone di contrastare possibili ciarlatani attraverso un attento vaglio di tutte le affermazioni relative ad occulto e scienze di confine. “Che la meccanica quantistica susciti problemi interpretativi tuttora aperti è fuori dubbio” risponde Silvano Fuso alle tante domande giunte al portale on-line dell’associazione. “La prima cosa da fare è accertare al di là di ogni dubbio la reale esistenza degli eventi. Tale esistenza viene infatti troppo spesso data per scontata e quando si fanno indagini accurate si scopre purtroppo che le cose stanno diversamente da come vengono esposte”.
Forse è ancora troppo presto per vedere nella fisica quantistica una legittimazione di episodi finora ritenuti inspiegabili. Certo è che la storia ci ha ampiamente dimostrato come tutte le nostre conoscenze sul mondo non siano da ritenersi delle certezze assolute e che nulla va escluso a priori, sino a prova contraria. La stessa quantistica ha dovuto lottare per tutto il ventesimo secolo allo scopo di essere riconosciuta, poiché in disaccordo con alcuni dei dogmi della fisica classica. Non ci resta dunque che aspettare: l’asticella che segna il confine tra noto e ignoto è destinata a spostarsi sempre un po’ più in là.
La polizia sulle tracce di una clochard responsabile del furto
di Erika Castorina
PALERMO – Sono trascorsi solo pochi giorni dalla ferita inferta all’albero di Falcone ma già la magnolia di via Notarbartolo 23 è ritornata a fiorire. Messaggi, foto, pensieri, ricordi e biglietti ornano nuovamente il tronco della splendida pianta che da 18 anni si erge a custode del ricordo di Giovanni Falcone, della moglie Francesca Morvillo e dei ragazzi della scorta morti con loro (Rocco Di Cillo, Antonio Montinaro e Vito Schifani).
Lo sfregio, avvenuto sabato pomeriggio, quando il buio non era ancora arrivato, ha fatto subito pensare che fosse stato organizzato dalla mafia. Erano state portate via la foto del magistrato e quella dell’agente Rocco Di Cillo, che stavano proprio sul bordo del vaso, ed era stato rubato anche il lenzuolo bianco con la scritta: «Le vostre idee camminano sulle nostre gambe», uno dei primi manifesti realizzati dopo la strage di Capaci e lasciati sull’albero.
Tutto lasciava presagire un odioso gesto di vendetta contro le numerose organizzazioni antimafia e contro la memoria del giudice stesso. Ma la verità venuta a galla è un’altra, per fortuna.
A parlare le immagini video riprese dalle telecamere a circuito chiuso presenti nella zona. Le immagini dimostrano chiaramente che dietro al furto ci sarebbe una clochard palermitana. I poliziotti sono sulle tracce della donna non molto giovane, trasandata e vestita di colore scuro, con un cappotto e una borsa di plastica bianca. Nel primo pomeriggio di sabato si era avvicinata alla magnolia, simbolo della memoria e dell’impegno antimafia, sottraendo foto e i numerosi biglietti lasciati da moltissime persone nel corso di questi diciotto anni. Subito dopo la donna si e’ allontanata. Si pensa si tratti di una senzatetto solita frequentare la zona e conosciuta, forse una ex insegnante 73enne.
Giovanni Falcone
Sono considerate attendibili anche le testimonianze raccolte che concordano con le immagini registrate ed il gesto sarebbe quindi da attribuire alla follia dell’anziana clochard.
Un sospiro di sollievo che a un mese dal 18° anniversario della morte di Falcone toglie quell’amaro in bocca che la triste vicenda aveva creato e che sembra escludere, quindi, uno sfregio da parte della criminalita’ organizzata.
«Basta lottizzazione e compromessi». Queste le parole di Sergio Zavoli, a pesare anche il caso Ruffini
di Nicola Gilardi
Sergio Zavoli, per più di 50 anni giornalista Rai
Il giudizio di Sergio Zavoli non lascia spazio ad appelli: «La Rai è come una pulzella promessa, che dice sì alle pretese di tutti i pretendenti». Lo storico giornalista, oggi senatore del Pd e presidente della commissione di Vigilanza, non le manda a dire ai vertici dell’azienda. La gestione del governo di centrodestra, secondo Zavoli, svilisce il ruolo del servizio pubblico e soprattutto la sua autonomia e capacità critica.
«Per tirar fuori la politica dalla Rai – ha detto Zavoli – occorre cominciare da una Rai che voglia tirarsi fuori da una sua ormai insostenibile, paradossale contraddizione. Questa è radicata nella più comoda e reciproca delle garanzie: il compromesso rinnovabile a ogni cambio di governo attraverso il citatissimo spoil system, ma soprattutto quella ingegneria combinatoria che si chiama “lottizzazione“, la più pigra e matematica delle soluzioni adottate con il consenso dell’azienda».
Ultima goccia è stata la decisione del Cda Rai in merito al riposizionamento di Paolo Ruffini, ex direttore di Raitre.« La sua è una vicenda che nessuna grande organizzazione imprenditoriale può permettersi: ciò che è successo si sottrae a valutazioni di principio, men che meno manageriali. È la licenza di un’azienda che sta smarrendo una sua autonoma facoltà critica» ha commentato Sergio Zavoli.
La decisione del Consiglio di Amministrazione, infatti, ha disatteso le promesse nei confronti di Ruffini. Quando fu sostituito da direttore di Raitre, i vertici si espressero per una sua direzione di Rai Digit, cioè la piattaforma dei canali tematici dell’azienda pubblica, ma oggi si sono pronunciati per la direzione di Rai Educational e la nuova Rai Premium.
Il commento di Ruffini è stato piuttosto critico: «Ho letto della mia nomina dalle agenzie. Non ne sapevo nulla. E per saperne di più mi sono procurato le delibere approvate martedì». I dubbi, poi, provengono dai rapporti che dovranno intercorrere con due grandi figure giornalistiche: Gianni Minoli, che curerà il progetto “Rai per i 150 anni dell’unità d’Italia” e Carlo Freccero. «Non mi pare che queste decisioni risolvano né la questione del demansionamento, né quella della discriminazione politica» ha detto Ruffini che comunque promette di continuare a fare il suo lavoro.
Paolo Ruffini, fresco di nomina a Rai Educational e Rai Premium
Le reazioni politiche dell’opposizione sono state univoche. Paolo Gentiloni del Pd ha dichiarato: «A 5 mesi dalla rimozione di Paolo Ruffini dalla direzione di Rai 3, si chiarisce il senso di una scelta che fu rivendicata al telefono dal direttore generale della azienda di Viale Mazzini. La promessa con la quale il vertice Rai aveva mascherato il significato tutto politico di quella decisione è venuta meno».
Anche l’Idv ha rimarcato il caso delle intercettazioni. Pancho Pardi ha detto: «Il Cda di un’azienda ha piena autonomia di decisione ma il demansionamento di Paolo Ruffini era stato annunciato da Masi durante un’intercettazione in cui il dg diceva: “Stiamo aggiustando la Rai, stiamo facendo di tutto, abbiamo mandato via pure Ruffini”».
Continua, quindi, la bufera in casa Rai. Non bastavano le rimostranze nei confronti di Augusto Minzolini, direttore del Tg1, anche nei piani alti dell’azienda si respira un’aria pesante, che ormai circola da molti mesi. Resta la delusione per un patrimonio pubblico che dovrebbe essere l’espressione di un servizio di tutti i cittadini, ma che, troppo spesso, si limita ad essere dalla parte dei politici e del governo.
Non c’è pace per i ”blues”: dopo le polemiche per la qualificazione stentata e truffaldina ai mondiali 2010 in Sudafrica , tre dei suoi calciatori, Ribery, Govou e Benzema, sono nei guai per colpa di una baby-escort
di Pietro Paciello
Benzema e Ribery
La colpa, diciamocela tutta, è solo di Domenech: come ha potuto il Ct-astrologo, da sempre attento a non convocare in Nazionale calciatori nati sotto il segno dello Scorpione o della Bilancia con Plutone pianeta dominante (leggi Trezeguet, effettivamente “reo” della sconfitta dei Transalpini ai Mondiali di Germania), non prevedere i nefasti influssi di Venere su Ariete, Sagittario e Leone (leggi rispettivamente Ribery, Benzema e Govou)?
La bufera che sta devastando l’ambiente dei “blues” ha le forme giunoniche (e presumibilmente rifatte) di Zahia Dehar, una sexy-ragazza bionda, perfetta sintesi dei geni di Paris Hilton e di quelli della “Barbie”, che di mestiere fa, usando un termine “politically correct” tanto in voga dai tempi di Patrizia D’Addario, la escort con un tariffario oscillante tra i 1.200 e i 2.000 euro a prestazione.
E tra i suoi clienti annoverava anche i tre pilastri della Nazionale francese, secondo quanto emerso da un’indagine della magistratura francese su un giro di prostituzione minorile che ha portato all’arresto del titolare-manager dello “Zaman”, il locale a luci rosse parigino dove Zahia lavora.
Il binomio calciatori (anche sposati) – donne (anche a pagamento) non scandalizza ovviamente nessuno, men che meno la laicissima Francia, se non fosse per il fatto che lì il frequentare minorenni può portare a guai seri.
Infatti la Dehar, divenuta maggiorenne solo quest’anno, ha dichiarato di avere conusciuto (in senso biblico, s’intende) Benzema e Ribery nel 2008 e nel 2009: il calciatore del Bayern Monaco le avrebbe persino pagato il viaggio per raggiungerlo nella città bavarese.
Zahia Dehar
Una brutta grana per i due pallonari, visto che in Francia avere rapporti sessuali con una minorenne può comportare una pena massima di 3 anni di reclusione, nonchè 45.000 euro di multa (ma quest’ultimo aspetto può essere definito argent de poche).
Ma la brava Zahia ha il cuore d’oro e, con un intervento degno di un difensore, salva i due fuoriclasse in calcio d’angolo: “Gli ho fatto credere di essere maggiorenne”, ha rivelato la ragazza alla squadra antiprostituzione della polizia francese, alleggerendo così le loro posizioni.
Più tranquillo Govou: lui Zahia l’ha conosciuta (sempre biblicamente) solo quest’anno, già maggiorenne. Anche se il giocatore del Lione ci sarebbe “rimasto male” quando ha scoperto che ,per godere delle sue prestazioni, avrebbe dovuto sborsare l’equivalente di un’ora del suo stipendio: che ingenuo!
A pochi giorni dai Mondiali di calcio sudafricani, ai quali la Francia parteciperà senza i favori del pronostico, nello scetticismo e nell’indolenza dell’opinione pubblica francese, questo scandalo molto probabilmente inciderà ancor più negativamente sul morale dei “blues”: dopo la testata di Zidane e il “mani” di Henry, ci mancava solo Zahia. Ma in quel caso si trattava di un altro tipo di fallo…
In esposizione, a Roma, gli scatti dei migliori fotoreporter italiani premiati dalla World Press Photo Foundation
di Veronica Leanza
La World Press Photo Foundationè un’istituzione internazionale per il foto-giornalismo che ha base in Olanda e che opera senza fini di lucro. Lo spirito è di presentare documenti storici che permettano di far rivivere gli eventi cruciali del nostro tempo e di far riflettere sul loro significato.
Quest’anno, presso la galleria romana 10b Photography Gallery, è possibile, fino al 31 maggio, fare un viaggio nel mondo del foto-giornalismo attraverso gli scatti di 35 tra i più importanti fotografi italiani che sono stati segnalati da questa istituzione, arrivata ai suoi 55 anni di attività.
La mostra “Testimoni del nostro tempo – I fotografi Italiani premiati dal World Press Photo”,presente all’interno della galleria, è stata curata da Daniele Protti, l’attuale direttore del settimanale L’Europeo, eriassume in 94 scatti gran parte degli eventi più importanti della storia contemporanea.
Protti ha dichiarato: “Curare questa mostra e realizzare un numero analogo per L’Europeo rivendicando la posizione storicamente ricoperta dal settimanale, tra i primi a corredare gli articoli firmati dai grandi protagonisti del giornalismo italiano con ampi reportage fotografici, non è un’iniziativa insolita; rientra nell’identità storica ed editoriale della testata”. In effetti, per rispettare le indicazioni del fondatore del settimanale Arrigo Benedetti (sua l’affermazione “Gli articoli si guardano, le foto si leggono!”), per L’Europeo l’attenzione alla fotografia è rimasta un punto fermo.
Daniele Protti
Un posto speciale, all’interno della mostra, lo occupano i vincitori del “World Press Photo of the Year” del 1996 e del 2009: Francesco Zizola nel ‘96, e Pietro Masturzo nel 2009. Lo scatto ad opera di Zizola ritrae dei bambini che giocano nella surreale atmosfera di un villaggio angolano disseminato da mine, al termine di una guerra sanguinosissima; mentre, ad opera del secondo è stata immortalata la “RivoluzioneVerde” vissuta a Teheran nell’estate del 2009, da una prospettiva insolita, quella dei tetti della città dove uomini e donne comunicavano tra loro nei giorni caldi delle proteste e della repressione.
I lavori dei fotografi premiati dalla fondazione non erano mai stati esposti in Italia prima d’oggi. Tra i tanti reporters rappresentati si possono citare ancora Gianfranco Moroldo, divenuto famoso per il suo reportage in Vietnam al fianco di Oriana Fallaci,Elio Vergati, che immortalò l’attentato palestinese del 1972 a Fiumicino, Gianni Giansanti, vincitore di un premio per un reportage in Unione Sovietica nel 1988, un anno prima della caduta del muro, e molti altri.
La mostra è aperta fino al 31 maggio e sarà visitabile gratuitamente dalle 10 alle 13.30 e dalle 15 alle 19, dal Martedì alla Domenica, nelle sale di 10b Photography Gallery, in Via San Lorenzo da Brindisi 10/b, Roma.
Inoltre, per i più appassionati, va segnalata la mostra “Il Nostro Mondo” sempre a Roma, all’interno del Palazzo delle Esposizioni, curata dal National Geographic. Con le precedenti iniziative l’obiettivo era puntato sui problemi del Pianeta, i cambiamenti climatici e i loro drammatici effetti, la ricchezza e la miseria di alcuni popoli, le difficoltà di sopravvivenza di numerose specie animali. In questa nuova esposizione sono protagonisti esclusivamente gli esseri umani. La mostra avrà fine il 2 maggio. L’ingresso è gratuito.
Grande rivoluzione nell’uso delle cartine geografiche: entra in scena la mappa che segnala le emozioni
di Nadia Galliano
Firenze: Ponte Vecchio
Ogni posto racchiude in sé una parte di ciò che siamo: ognuno di noi lascia un pezzettino del proprio cuore e del proprio essere in ogni luogo in grado di suscitare un sentimento.
Ma se ora lo potessimo imprimere anche su una mappa?
Questa non è fantascienza: si chiama Emomapper, una particolare cartina dell’umore, finalizzata a creare una mappa delle emozioni di una determinata città.
L’avanguardistica sperimentazione punta ad associare, in uno stesso framework, le tecnologie dell’informazione geografica e le piattaforme di comunicazione e interazione del web 2.0, al fine di raccogliere esperienze “georiferite”, mettendo in relazione abitanti e utenti del World Wide Web.
Vuoi far sapere che su quel muretto hai dato il tuo primo bacio? Vuoi gridare al mondo che sei stufo di rimanere imbottigliato nel traffico, sempre nel solito posto? Vuoi che tutti sappiano che in questa zona della città ti sei divertito da morire?
Ecco qui la soluzione: con Emomapper, potrai segnalare ciò che hai vissuto in un determinato angolo della città, in tempo reale, in modo da creare una microcomunità fondata su interessi e sensibilità comuni, in grado di far percepire agli utenti lo stato emotivo del luogo.
Firenzeè la prima ad aver deciso di mettersi alla prova, sostenendo questo progetto: “Florence Emotional Map” è, infatti, la prima applicazione dell’Emomapper che ha l’arduo compito di creare un dialogo tra abitanti e utenti, riguardo il traffico, la pulizia, le segnalazioni e le idee sull’impiego di ex aree industriali, ponendosi anche l’obiettivo di favorire piccoli attimi quotidiani di felicità da condividere insieme. Si creerà così una “nube emozionale”, in grado di farci scoprire i luoghi dove si cela la felicità.
Grazie a questa innovazione, Firenze si aggiudica un posto tra i Comuni turistici italiani più innovatori, come il Comune di Venezia, con il suo Venice Connected del 2008, il Comune di Roseto degli Abruzzi con la sua tecnologia QR-CODE del 2009 e la recente guida virtuale del Comune di Jesolo per iPhone e iPod, del 2010.
Insomma, pura avanguardia per città storiche più o meno grandi.
Altro che vintage, qui si pensa al futuro. Emotivamente parlando.
Da Birmingham arriva la qualificazione degli Usa: la finale il prossimo 6-7 Novembre
diGloria Caruso
Flavia Pennetta
Italia in finale. È questo il verdetto dello scorso weekend di Fed Cup. Flavia Pennetta con il 3-0 ha conquistato, con la sua squadra, la quarta finale in cinque anni.
L’Italia ha sconfitto, nell’incontro di semifinale giocato a Roma (24-25 aprile), la Repubblica Ceca con la doppia vittoria di Flavia Pennetta che ha battuto, in un’ora e ventiquattro minuti, la Kvitova per 7-6, 6-2. Segue Francesca Schiavone che vince sulla Safarova con il punteggio di 6-0, 6-2 e nella seconda giornata Sara Errani, che ha sostituito Francesca, ha arrotondato il punteggio battendo per 6-4 6-2 Lucie Hradecka, portando così il team azzurro sul 4-0. Il risultato finale del 5-0 arriva con il doppio che vede in campo La Schiavone in coppia con la Errani battendo la coppia ceca formata dalla Hradecka – Peschke con 6-2 6-4.
Da Birmingham, invece, arriva la qualificazione dellaNazionale USA che ha battuto in un match molto combattuto la squadra russa con il punteggio 3-2. La finale della Federation Cup 2010 è, dunque, Italia – Stati Uniti che si giocherà il prossimo 6-7 Novembre con sede ancora da stabilire.
Francesca Schiavone
La Fed Cup, gestito dalla Federazione Internazionale Tennis, ricordiamo, è il più importante torneo di tennis femminile (equivalente alla Coppa Davis per quello maschile). Il torneo ha una struttura complessa: esistono tre diverse categorie, poste in ordine gerarchico in cui vengono disposte le squadre nazionali a seconda dei risultati ottenuti nelle varie gare. La categoria più alta è la World Group costituita da 8 squadre delle quali la vincitrice ad eliminazione diretta sarà campione della Fed Cup. Non è la prima volta che la nostra squadra femminile sfida quella d’oltreoceano in finale Fed Cup. Già lo scorso novembre, infatti, le azzurre di Corrado Barazzuti e le statunitensi di Mary Joe Fernandez si scontrarono in finale a Reggio Calabria concludendo con la vittoria delle italiane. “E’ un’emozione incredibile essere di nuovo in finale” sono le parole della Pennetta dopo la bella vittoria sulla Kvitova. “Abbiamo fatto un’altra grandissima cosa per il tennis italiano. Siamo euforiche, i nostri risultati sono un messaggio importante non solo per il tennis ma per tutto lo sport italiano”.
Le nuove tecnologie applicate all’arte svelano colori e prospettiva delle opere giottesche
di Benedetta Rutigliano
La conferma della regola
ASSISI – Dopo il boom di “Avatar” e “Alice in the Wonderland”, la terza dimensione manifesta pubblicamente le sue potenzialità anche in ambito artistico. Si è inaugurata l’11 aprile, infatti, la mostra-evento “I colori di Giotto”: fino al 5 settembre, ad Assisi, sarà possibile immergersi nell’opera del maestro che visse a cavallo tra il XIII e il XIV secolo, introducendo i primi rudimenti del concetto di prospettiva tra i suoi contemporanei e attuando una vera e propria rivoluzione pittorica.
La trecentesca architettura di Palazzo del Monte Frumentario, infatti, ospita due “mostre virtuali”: la prima, sul “Giotto com’era“, propone in scala ridotta, ricostruito al computer, il ciclo francescano realizzato dall’artista alla fine del Duecento nella Basilica Superiore di San Francesco ad Assisi. La seconda è un’installazione ad alta interattività che si sofferma su una sola scena del ciclo.
Le puntate della vicenda del santo vengono mostrate sia al loro stato attuale sia secondo il loro aspetto originario, con i colori brillanti e corposi che si potevano ammirare alle fine del Duecento. Ciò è stato reso possibile dalle indagini altamente scientifiche con lampade fosforescenti e luci radenti che hanno consentito di individuare i pigmenti originari usati dal maestro: operazioni condotte dall’équipe dell’Istituto Centrale del Restauro diretta da Giuseppe Basile, già responsabile dei restauri pittorici della chiesa dopo il terremoto, in collaborazione con Fabio Ferretti. Manca solo il racconto della “canonizzazione di San Francesco”: frammento mal ridotto e privo di dati sufficienti, impossibile da ricomporre al computer.
Dopo questo trionfo di colori, corona il ciclo l’istallazione multimediale ad alta immersività che descrive “La conferma della Regola di San Francesco”: il visitatore si ritrova in prima persona nel momento in cui Papa Innocenzo III, i vescovi e i prelati autorizzano l’ordine francescano e benedicono Francesco, sorridente con i suoi undici discepoli. La scena è drammatizzata: quando i personaggi trovano collocazione nella stanza, ha inizio un breve dialogo tra Francesco e il Papa, ricostruito facendo diretto riferimento alla fonte letteraria cui anche Giotto attinse: la Legenda major di San Francesco, scritta da San Bonaventura da Bagnoregio.
La conferma della regola - versione 3D
Il progetto, curato da Eva Pietroni (Consiglio Nazionale delle Ricerche) e Francesco Antinucci (Istituto di scienze e tecnologie della cognizione), permette al visitatore di interagire all’interno dello spazio virtuale con il solo movimento del corpo. Un sistema di cattura del movimento, attuato mediante una videocamera a infrarossi installata sul soffitto, identifica lo spettatore attivo e ne traccia gli spostamenti: l’utente diventa un vero e proprio joystick e, camminando, determina la mutazione del punto di vista della scena divenendone un attore. Tutto proiettato in scala 1:1 su uno schermo di metri 5 x 4. L’architettura, gli oggetti, le figure umane, gli effetti di chiaroscuro sono ricostruiti a partire dall’indagine puntuale dell’affresco giottesco: l’analisi dei punti di vista, delle proporzioni dei vari elementi inclusi e delle forme hanno costituto le linee guida per la resa volumetrica delle geometrie; la tessitura cromatica giottesca è stata invece impiegata per la “mappatura” cromatica (il “texturing”) dei modelli digitali tridimensionali. Gli spazi sono mappati anche dal punto di vista sonoro: rumori d’ambiente, frammenti di musica antica e suoni elettronici, il rumore dei passi del fruitore, sono spazializzati nelle tre dimensioni. L’applicazione consente l’interazione di una sola persona alla volta, ma il pubblico (fino a quindici persone circa) può assistere e alternarsi nella “performance”.
Tale progetto è stato realizzato grazie alla creazione di un gruppo multidisciplinare che ha messo insieme storici dell’arte, esperti di tecnologie digitali applicate ai beni culturali, cognitivisti, artisti della grafica, musicisti, esperti di riprese video, informatici comunicatori. La resa a 3D ha richiesto un software costato 100mila euro.
All’interno di questa ventata di freschezza nell’arte, che si spera quanto meno possa servire ad avvicinare anche i non addetti ai lavori alle opere dei grandi maestri, è assolutamente necessario citare l’intervento di restauro coordinato da Sergio Fusetti. Grazie a tale operazione è possibile visionare gli splendidi dipinti murali della Cappella di San Nicola nella basilica inferiore di San Francesco. In occasione di tale mostra-evento, gruppi contingentati di persone hanno accesso ai ponteggi per poter ammirare gli affreschi da vicino.
Vale la pena di fare un viaggio nell’Assisi di oggi, per respirare la terza dimensione dell’Assisi di secoli fa. I Colori di Giotto è un’iniziativa promossa dal Comune di Assisi con la collaborazione del Sacro Convento, del Ministero per i Beni e le Attività Culturali attraverso la Direzione Regionale, le Soprintendenze dell’Umbria competenti e l’Istituto Superiore per la Conservazione ed il Restauro, la Regione Umbria e il Consiglio Nazionale delle Ricerche, con il sostegno della Fondazione Cassa di Risparmio di Perugia e il coordinamento organizzativo di Civita. Il catalogo è edito da Silvana Editoriale.
Tra rivendicazioni di esclusivismo e nostalgie fasciste, ancora una volta la Festa della Liberazione trova più motivi per dividere che per unire
di Francesco Guarino
Massimo Rendina, presidente Anpi del Lazio
25 aprile, festa della Liberazione. Festa di chi sa e di chi ricorda che il suolo natìo è imbevuto del sangue coraggioso dei partigiani. Festa di chi sa e di chi ricorda che, senza gli Alleati, solo il fato avrebbe potuto salvarci da un Olocausto nostrano. Festa dell’Italia intera. O almeno così dovrebbe essere.
LIBERAZIONE “ROSSA” –Porta San Paolo, nella capitale insignita medaglia d’oro della Resistenza, è il simbolo della lotta antifascista. Qui si festeggia ogni anno la Festa della Liberazione a Roma e qui, domenica mattina, i centri sociali di ultrasinistra hanno cercato di rivendicarne l’esclusività della memoria. Sul palco, invitati dal responsabile dell’Anpi (Associazione nazionale partigiani italiani) Massimo Rendina, storico comandante della “Brigata Max”, erano presenti il Presidente della Provincia Nicola Zingaretti (PD) e la neo-governatrice Renata Polverini (PDL). Proprio la presenza “eretica” della Polverini ha scatenato la rabbia dei militanti di estrema sinistra, che hanno dato libero sfogo alla violenza con fumogeni, lanci di monetine e uova. Il Presidente della Provincia ha preso il centro del palco per cercare di riportare gli animi alla calma e, per tutta risposta, si è preso un limone sul volto, che gli ha causato un’ampia tumefazione all’occhio. Basiti gli ex deportati presenti alla cerimonia, a dir poco sconvenienti i commenti a margine di Stefano Pedica dell’IdV e di Fabio Nobile della Federazione della Sinistra: «Presenza inopportuna quella della Polverini, la sua era una provocazione». L’illogica ed anacronistica equazione destra = fascismo non appartiene solo alla piazza forcaiola. Bell’esempio, non c’è che dire.
"Nostalgie" fasciste a Giulino di Mezzegra
CELEBRAZIONI ”NERE” – Il problema è che per qualcuno quest’equazione vale davvero e non fa nulla per smentirla. Anzi. A Roma, mentre i “nemici” rossi contestavano, i “neri” attacchinavano. La polizia ha sequestrato un migliaio di manifesti con l’immagine del Ducee la frase “Un’idea è al tramonto quando non trova nessuno più capace di difenderla”. Arrestato un 30enne attivista di Forza Nuova. A Giulino di Mezzegra, teatro della fucilazione di Mussolini, ogni anno il 28 aprile se ne “celebra” invece l’anniversario della morte. Solita roba, dicono gli abitanti annoiati dal clamore: ormai si vede solo qualche skinhead coi muscoli pompati e pochissimi reduci del periodo, che ripetono a microfono lo stantìo mantra del Ducechedàlaluce e dei treni che arrivavano sempre in orario. Quest’anno, però, la nostalgia del fascismo (che è un po’ come sentire la mancanza di una malattia infettiva) ha preso la svolta della gita fuoriporta (dis)educativa: come se non bastasse l’infelice festeggiamento anticipato alla domenica precedente – guarda un po’, giusto il 25 aprile -, i fanatici del saluto romano per l’occasione si sono portati appresso la prole, con tanto di maglietta nera su misura e basco con lo stemma dell’RSI. Una bimba che non avrà dieci anni scatta foto alla striminzita folla, mentre uno scricciolo in maglietta gialla impugna la Nintendo DS e inquadra il ritratto commemorativo di Mussolini, per fotodocumentare un momento che fisserà nella memoria reale ben più a lungo che in quella digitale. Finite le celebrazioni, tutti distesi sull’erba tra calzoni alla zuava e stivali lucidi, mentre i bambini tornano a fare il loro dovere. Rincorrere un pallone in mezzo al prato, mica scattare foto del “nonno Benito”.
LACRIME –L’immagine più triste di un unità spaccata in due arriva però da Milano: qui alcuni giovani del centro sociale Cantiere si fanno largo tra la folla e la polizia, usando un autocarro come ariete. Dal cassone, bicchieri di vino alla mano, arrivano sputi sulla folla, che finiscono addosso agli ospiti dell’Anpi e al portavoce provinciale dell’associazione Carlo Smuraglia. Il Presidente della Provincia Podestà e il sindaco Moratti devono lasciare la piazza quando il corteo celebrativo (quello vero) in piazza non è ancora arrivato del tutto. Un’ora prima della marcia commemorativa dei partigiani, le forze dell’ordine avevano già dovuto sedare i primi tafferugli con il corteo dei centri sociali, nei quali erano intervenuti persino dei volontari di Emergency e un trafelato Gino Strada a cercare di riportare la calma. Quel po’ di celebrazione che si è tenuta, è stata completamente subissata dai fischi dei contestatori “moderati”. Annullati del tutto i discorsi ufficiali delle autorità. Un anziano partigiano è in prima fila avvolto nel tricolore, ha gli occhi gonfi e le guance rigate di lacrime. Gli scappa via solo una parola a voce bassa, mentre abbandona la piazza: «Vigliacchi».
Un vino particolare permette a due ragazzi, dopo un solo sorso, di fare brevi viaggi nell’aldilà, un aldilà che si rivelerà essere un limbo bizzarro e irrazionale