La sorte di Gerusalemme Est è sospesa: scontri sulla spianata delle moschee, nuovi insediamenti, tensioni diplomatiche tra Usa e Israele e tra Israele e Hamas si pongono come ulteriori ostacoli sulla via della pace
di Silvia Nosenzo
Dopo un anno di mercanteggiamenti e pressioni, Palestinesi e Israeliani avevano finalmente deciso di riavviare il dialogo di pace. Eppure, l’annuncio di Israele circa la nuova espansione che prevede 1600 insediamenti aggiuntivi a Gerusalemme Est (effettuato durante la visita in Israele del vicepresidente statunitense John Biden), nonché le tensioni degli ultimi giorni per l’inaugurazione della sinagoga Hurva a soli 700 m dalla moschea di Al-Aqsa, hanno seriamente minato la possibilità di riaprire le trattative.
Fino ad oggi, nonostante la condanna internazionale agli insediamenti arrivata unanimemente da Europa e Usa, Netanyhau non ha ritirato il suo progetto: ha semplicemente espresso il suo dispiacere per il tempismo sbagliato dell’annuncio. In un discorso al Parlamento, lo scorso lunedì, ha affermato che la costruzione “continuerà a Gerusalemme, così come è successo durante gli ultimi 42 anni”. Dore Gold, ambasciatore israeliano all’Onu, ha rafforzato tale dichiarazione dicendo: “Dobbiamo dire al Governo americano che ci sono cose che possiamo fare e altre che non possiamo fare. Congelare gli insediamenti è una di quelle che non possiamo fare”.
La scorsa settimana, Hillary Clinton ha definito l’annuncio israeliano di costruire nuovi insediamenti “un insulto agli Stati Uniti”, e la stampa israeliana non ha apprezzato queste dichiarazioni, assumendo una posizione difensiva. Le pagine del Jerusalem Post scrivono: “Ci sono sinistri segnali che per ovviare ai loro fallimenti, le strategie della Casa Bianca stiano cinicamente distanziandosi da noi per acquisire popolarità, traendo vantaggio dall’odio anti-israeliano che ha inghiottito il mondo”.
Negli scorsi giorni, la Clinton ha ammorbidito i toni, affermando che Israele e Usa “condividono valori e impegni comuni per un futuro democratico del mondo”. Robert Gibbs, portavoce della Casa Bianca, sulla scia delle parole della Clinton ha proseguito: “Relazioni bilaterali mature possono incontrare delle divergenze d’opinione, e questo è uno di quei casi; tuttavia questo non rompe l’indistruttibile legame che abbiamo con Israele”. Infine, anche Obama oggi ha utilizzato parole rassicuranti: “Israele è uno dei nostri alleati più stretti; abbiamo col popolo di Israele un rapporto speciale che non può mutare. Ma anche tra amici è possibile non essere d’accordo, a volte”.
David Axelrod, un alto ufficiale della Casa Bianca, ha ipotizzato che le affermazioni del premier israeliano siano state appositamente calcolate per minare i prossimi colloqui di pace: in effetti, il suo partito e i partner della coalizione non riconoscono che i cosiddetti Territori Occupati siano palestinesi, né tanto meno occupati. Se quindi Netanyhau bloccasse gli insediamenti, la sua coalizione di governo collasserebbe; d’altronde, anche toccare la questione dei rifugiati produrrebbe grandi dissensi nella maggioranza israeliana.
La volontà di costruire nuovi insediamenti urta con le condizioni richieste dai palestinesi i quali sostengono che i negoziati di pace non potranno andare avanti fino a che il progetto non sarà cancellato. In un tale clima di tensione, la flebile speranza di una ripresa delle trattative sembra allontanarsi sempre più.
Ad acuire le tensioni, poi, sono intervenuti gli scontri di martedì sulla spianata delle moschee, dove i palestinesi, su iniziativa di Hamas, hanno cominciato a lanciare pietre contro i soldati israeliani, che, a loro volta, hanno risposto con lacrimogeni e granate. La polizia, infatti, aveva bloccato l’accesso alla spianata delle moschee (riaperta ieri), tanto che pochissimi fedeli erano riusciti ad accedervi per la preghiera; inoltre, la polizia israeliana, per ragioni di sicurezza, aveva anche chiuso i valichi tra Cisgiordania e Israele, temendo che Hamas scatenasse violenze in occasione dell’inaugurazione della sinagoga Hurva, uno dei luoghi più sacri per l’ebraismo. Essa non solo si trova nei quartieri della Città Vecchia, cuore del conflitto israelo-palestinese, ma secondo alcune profezie ebraiche rappresenterebbe anche il preludio alla costruzione di un nuovo tempio ebraico al posto della moschea di Al-Aqsa.

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