URNE FUNERARIE - La battaglia dei manifesti elettorali: dovunque e comunque. Logiche mediatiche dei partiti e harakiri sulle scelte d’immagine
di Francesco Guarino


- Santini elettorali
Finalmente è finita. Basta parenti, affini e vaghi conoscenti, che si affacciano sulla soglia della porta di casa offrendo il pacchetto all-inclusive sorriso prestampato più frase fatta “Ciao, quanto tempo! Ti ricordi di me, vero?”. Basta interminabili strette di mano con procacciatori di preferenze, abilissimi a dissertare delle malefatte altrui, ma ben poco esaustivi nell’avanzare le proprie proposte. Basta cassette della posta intasate di fac-simili e album Panini di santini elettorali (ce l’ho, ce l’ho, manca). Basta campagna elettorale: da stamattina alle 7 fino a domani pomeriggio alle 15 sono aperte le urne. Il popolo schiavo ritorna, seppur per poche ore, a essere sovrano. I resti della battaglia, però, sono ancora visibili attorno a noi e la terza ed ultima puntata del nostro viaggio (le prime due le trovate qui: parte 1 e parte 2) è tutta dedicata ai segni dello scontro. All’epidemia elettorale che, in corrispondenza della corsa al voto, miete molte più vittime delle pandemie stagionali: il virus dei maninfetti elettorali. Volti di cellulosa, che sorridono penduli dagli spazi designati alle affissioni. Ma anche faccioni 6 metri per 3, che ammiccano dai camion-vela e dai i muri di periferia, e cassonetti-sponsorizzati in crisi d’identità (la monnezza è quella che ho dentro o quella che mi hanno affisso fuori?). Quello dei manifesti è l’unico, vero virus che non guarda in faccia a nessuno.
TACCHI ALTI E MAKE-UP – Il dibattito politico delle Regionali, infiammato da scandali listini ed invasioni di campo, doveva essere sembrato troppo monotono ai nostri rappresentanti in Parlamento. Così, per movimentare la campagna elettorale, quest’anno è saltata fuori un nuovo tipo di polemica sui manifesti: quella suicida. Per il primo harakiri, in ordine di tempo, dobbiamo ringraziare Rifondazione Comunista. Nella campagna di tesseramento pre-elettorale rivolta alle donne, Rifondazione sceglie un manifesto con una scarpa (ovviamente rossa) con vertiginoso tacco a stiletto, marchiato con falce e martello. Lo slogan reca la scritta “Mi iscrivo a Rifondazione perché sono una donna di classe”, dove il delizioso gioco di parole accomuna la lotta popolare di sinistra all’eleganza della suddetta scarpa.

- Il manifesto “incriminato” di Rifondazione Comunista
Apriti cielo: le “compagne” rifondarole sono insorte, attaccando l’immagine deviata della donna di Rifondazione che quel manifesto suggerirebbe. Il blog Femminismo a Sud è una delle voci portanti del dissenso, con discussioni accese che spaccano in due il popolo di sinistra (come se non ce ne fossero già abbastanza di frazionamenti…): il manifesto offenderebbe le donne e ne sminuirebbe l’immagine, omologandola a quella proposta dalle “veline elettorali” di centrodestra. Inoltre, dice qualcuna, l’immagine di una bella mobilitazione femminista in piazza sarebbe stata ben più calzante dello scomodo tacco a spillo. Dall’esterno, ci limitiamo a due semplici considerazioni: innanzitutto, in un partito col 20/30% di preferenze è anche normale incontrare divergenze di vedute, giustificate da una possibile disomogeneità dalle facili spiegazioni numeriche. In un partito che, invece, veleggia ai suoi minimi storici (e che è pur sempre uno dei frutti dell’infinito processo di frammentazione delle sinistre italiane), cercare motivi di spaccatura e disaccordo, anche sul manifesto della campagna di tesseramento, è veramente come andare a fare jogging su un campo minato. Seconda e ben più importante annotazione: signore mie, dov’è finita l’ironia? Un piccolo colpo di genio cartellonistico può mai essere soffocato dalla stereotipata immagine della donna di sinistra dura e pura? È possibile che nel 2010 l’immagine della “compagna” non debba comprendere tacco a spillo, gonna corta e make-up, ma solo sana lotta di classe, una bella kefiah attorno al collo e se non ci si depila su gambe e braccia è anche meglio? Le trinariciute sessantottine ringraziano, noi, invece, anneghiamo uno dei colpi di genio ironici della campagna elettorale nell’ennesimo piangersi addosso. Continua a leggere ->


- Il “poco mediatico” Rocco Palese
PHOTOSHOP E PHOTOSHOCK – Le divergenze di vedute, per la fortuna di chi vuol trovare motivi validi per ironizzare, non mancano nemmeno in quel di centrodestra. L’Oscar per la miglior sceneggiatura originale, va alle posizioni agli antipodi di PdL e Lega Nord in tema di manifesti: vero e proprio culto dell’immagine alla base delle scelte degli azzurri del Premier, il nome prima di tutto per gli adepti del senatùr. Il Popolo delle Libertà è probabilmente il maggior finanziatore mondiale della Adobe, per l’utilizzo massivo e selvaggio del Photoshop sui propri manifesti elettorali. Rughe sparite sotto il pennello del fotoritocco, occhi che risplendono di colori surreali o, nel peggiore dei casi, semplice ricorso ad immagini di una decina d’anni fa. Il caso di Rocco Palese è emblematico per seguire le linee guida del PdL. Il candidato alla poltrona di governatore nella Regione Puglia, infatti, è stato al centro di una vera e propria disputa estetica, che inizialmente ha visto schierarsi addirittura Silvio Berlusconi contro il medico-chirurgo di Lecce. Il motivo? Rocco Palese sarebbe “poco mediatico”. Tradotto in soldoni, le sopracciglia alla Elio del povero Palese male si sarebbero accostate, nella raffigurazione grafica, all’affabulante sorriso di Nichi Vendola, che quindi avrebbe vinto la propria partita elettorale già sui manifesti. Così il buon Palese si è messo in disparte, assieme ai suoi 20 anni di attività politico, ed ha atteso che i piani alti deliberassero. A sparigliare le carte è stata la discesa in campo da autonoma della Poli Bortone (non una velina da manifesti, ma una donna avrebbe fatto pur sempre un altro effetto per i pidiellini), che ha spalancato le porte della candidatura a Palese. In Puglia, tuttavia, c’è gente che dice di essersi imbattuta in Bin Laden, ma non in manifesti col volto del candidato del Popolo delle Libertà. La Lega, il problema, preferisce risolverlo alla radice: niente volti sui manifesti. Sin dall’inizio dell’avventura politica dei figli di Pontida, Umberto Bossi ha imposto il rigoroso rispetto del proprio mantra, fatto di manifesto verde, sole delle Alpi e nome del candidato a caratteri cubitali. I pochi autonomi che si auto-affiggono alle pareti, sorridendo col proprio volto dai manifesti battenti simbolo di Alberto da Giussano, vengono redarguiti personalmente dal senatùr e richiamati all’ordine. L’immagine è zero, la sete (di vittoria) è tutto.

- Sabrina Ferilli, sostenitrice PD
«CI VORREBBE UN PO’ DI GNOCCA» - La frase parla da sola. A pronunciarla è stata una storica elettrice PD, che è ascrivibile sicuramente all’elenco delle parti in causa dell’affermazione, trattandosi di Sabrina Ferilli. L’attrice romana non si risparmia mai sortite politiche, e la polemica-manifesti interna al PD è stata l’occasione per esprimere il proprio punto di vista. Ineccepibile dal punto di vista estetico, magari discutibile da quello squisitamente politico. Il Partito Democratico, per la campagna regionale 2010, ha puntato tutto sull’indefinitezza delle immagini e su slogan di forte impatto, probabilmente dopo aver ascoltato gli ammonimenti di Luttazzi che in passato ha paragonato la capacità mediatica del PD allo charme di Marzullo. Risultato? Una sonora martellata sulle dita: Maria Grazia Falciatore, commissario della ASL Napoli 1 ed ex-coordinatrice di segreteria del Governo Bassolino, ha storto il naso di fronte ai manifesti approvati da Bersani. Lo stesso naso che, accusa la Falciatore, manca in quei manifesti: «Con onestà: non mi piacciono. Ci sono questi visi di donne senza naso, con le bocche quasi cucite da cerotti, con le sopracciglia non curate. Si può essere leggeri nella forma, ma profondi nei contenuti. Se non capiamo questo saremo perdenti». Brava Maria Grazia. Ti pare giusto mandare al massacro un’anonima donna senza naso contro gli occhi da cerbiatta della Carfagna e le curve sinuose di Nicole Minetti, igienista dentale del Cavaliere e candidata nel listino Formigoni per indubbi meriti politici? Dateci un po’ di gnocca, al programma di Governo ci pensiamo dopo.
La procedura di atterraggio è iniziata, il nostro viaggio giunge al termine. Non potevamo, però, lasciarvi scendere dall’aeromobile senza prima avervi regalato il brivido di un atterraggio turbolento. Avrete forse notato che qualche Comune si è degnato di incollare sui manifesti irregolari, che hanno trasformato le nostre città in una sorta di Art Attack politico, i cartelli “AFFISSIONE ABUSIVA”. Ebbene, sappiate che è stata tutta fatica sprecata. Con voto bilaterale, il Parlamento ha approvato un emendamento al decreto Millepropoghe di inizio anno, nel quale è stata inclusa una sanatoria per tutte le affissioni abusive. La cifra? 1000 euro per ogni singolo partito, per ogni provincia che abbia dichiarato la presenza di affissioni irregolari. Nella peggiore delle ipotesi, poco più di 50mila euro di multa, per partiti che hanno fatto segnare attivi di bilancio nell’ordine delle decine di milioni di euro. Multe che, giova ricordarlo, non finiranno nelle casse dei Comuni imbrattati, ma dello Stato imbrattatore. Una sorta di donazione, mettiamola così. Poi dite che i politici non sono generosi…
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