Rientra l’emergenza Lambro, ma ambientalisti ed ecologisti avvertono di non abbassare la guardia: i danni all’ecosistema non vanno trascurati
di Silvia Nosenzo
È lunga circa 50 chilometri e spessa 10-15 centimetri. L’odore è nauseante. È l’onda nera di migliaia di metri cubi di idrocarburi, partita martedì dall’ex raffineria Petroli della Brianza di Villasanta, in provincia di Monza, riversatasi prima nel fiume Lambro, uno dei più inquinati d’Italia, e poi nel Po, in provincia di Piacenza.
La paura sollevata nei giorni scorsi dal ministro dell’Ambiente, Stefania Prestigiacomo, che ha sorvolato la zona, era che la chiazza arrivasse fino al delta del Po, riversandosi nell’Adriatico, creando enormi danni sia per l’ecosistema che per l’economia umana. La Protezione Civile e la Guardia Costiera sono intervenute per porre un argine alla catastrofe. Il primo compito della Protezione Civile è stato quello di proteggere le rive dei fiumi, posizionando barriere di difesa in grado di assorbire il petrolio prima che si depositasse su argini e terreni. I comuni colpiti dall’onda di idrocarburi, poi, hanno vietato l’uso di acqua proveniente dal Po e la pesca.
Oggi, il capo della Protezione Civile Guido Bertolaso ha dichiarato che l’emergenza sta rientrando, poiché la barriera di Isola Serafini ha tenuto, e la piccola percentuale di petrolio e gas che è riuscita a passare è stata trattenuta dalle barriere mobili dissolventi collocate lungo il corso del Po, e poi aspirata. Anche il delta del Po sembrerebbe salvo, poiché l’ultima barriera, quella di Polesella, sta funzionando bene. «Nelle prossime ore occorre mantenere costante il livello di attenzione, ma tutto sta andando bene ed è ingiustificato ogni allarmismo», ha affermato Bertolaso.
Intanto è polemica sulla tempestività dell’intervento all’alba del disastro ecologico. A sollevare le critiche è stato il candidato del centrosinistra alle regionali Filippo Penati, che ha parlato di «ritardi e inadeguatezza» come «cause dell’estensione del disastro ambientale». «Se il piano d’emergenza per contenere la macchia oleosa di petrolio che è stata versata nel Lambro non fosse scattato con 48 ore di ritardo – sostiene – oggi non saremmo di fronte al disastro ecologico delle dimensioni che conosciamo, che ha investito anche il fiume Po e numerosi territori». Ma la Regione replica immediatamente:«Le azioni per fronteggiare lo sversamento del petrolio nel fiume Lambro sono state tempestive e hanno utilizzato tutte le modalità più adeguate a disposizione. Nulla può essere rimproverato né ai vigili del fuoco né alla protezione civile né a nessun ente territoriale, come hanno riconosciuto lo stesso Ministro Prestigiacomo e il sottosegretario Bertolaso».
Ma a parte le polemiche, la questione più preoccupante è quella relativa agli strascichi dell’onda nera. Secondo Dario Savini, ricercatore del Dipartimento di Ecologia del Territorio all’Università degli Studi di Pavia, ci vorranno almeno trent’anni per distruggere completamente gli idrocarburi cancerogeni che si sono riversati nel Lambro. «Si tratta di composti xenobiotici cancerogeni che si decompongono in tempi lunghissimi – ha spiegato all’ADNKRONOS – si parla di una trentina d’anni». Nel frattempo, questi composti, contenuti negli oli, si possono sciogliere nei tessuti degli animali che vivono lungo i fiumi, rischiando di contaminare tutta la catena alimentare, fino all’uomo. Anche le piante dei fondali risentiranno di questo disastro ecologico, poiché la chiazza nera impedirà alla luce del sole di penetrare nell’acqua, non permettendo la fotosintesi, e danneggiando la vita di insetti acquatici e pesci.
Ora che l’emergenza sembra rientrare, Bertolaso ha dichiarato che nel Lambro sarà sufficiente fare un intervento importante di bonifica. Ma altri enti, come il WWF, non sono d’accordo: «Per rimediare a questo disastro ambientale non basterà bonificare le macchie nere, si dovrà anche ricreare un habitat naturale capace di sostenersi – ha dichiarato Stefano Leoni, Presidente del WWF Italia – Il Lambro è da più parti dato per morto, ma il rilancio dei 130 km del fiume non solo è possibile ma soprattutto necessario per il benessere di tutto l’ecosistema del Po e delle attività, anche umane, che da esso dipendono».
La Procura di Monza, intanto, ha aperto un fascicolo contro ignoti per disastro ambientale: secondo gli investigatori, infatti, si tratta di un’azione dolosa da parte di persone che sapevano come azionare le valvole e sapevano anche quali erano i serbatoi pieni. Allo scopo di identificare i responsabili, verranno verificati i nastri di videosorveglianza della ditta, anche se le speranze sono poche, in quanto le telecamere erano posizionate lontano dai serbatoi.
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