I campi profughi libanesi: luoghi chiusi, sospesi, in cui giovani si esprimono suonando la cornamusa. Una melodia che la scorsa estate ha fatto il giro d’Italia per non farci dimenticare
di Silvia Nosenzo
ROMA – Scuotere le coscienze e mettere in moto le emozioni: è questo lo scopo del progetto presentato il 23 febbraio a Roma da Olga Ambrosanio, membro di ULAIA Arte Sud Onlus, durante l’incontro dal titolo ”Per non dimenticare Gaza”. Si tratta di un progetto che parte dall’esperienza dei campi profughi libanesi, dove Olga ha trascorso alcuni mesi della sua vita, impegnata a diffondere “semi di pace e di solidarietà”. Nel campo di Burj al Shemali, a Beirut, è venuta in contatto con la GUIRAB, un gruppo di ragazzi e ragazze palestinesi che con le loro cornamuse eseguono musiche tradizionali, musiche che parlano dell’amore per la loro terra, del dolore per il sangue che la infanga, della speranza di poter un giorno metter fine alla folle lotta tra due popoli che per anni hanno convissuto in pace. Un grido di speranza, insomma, nell’assurda realtà del campo profughi ai cui abitanti la Costituzione libanese non riconosce nemmeno i più elementari diritti umani: il diritto alla salute, al lavoro, allo studio. La legge impedisce loro di accedere a settanta tipi di occupazione, dal gioielliere, al meccanico, al commesso. I braccianti e gli operai hanno bisogno di uno speciale permesso per lavorare, e solo lo 0,3% delle richieste viene accolto. Le uniche attività consentite ai profughi sono sottopagate, spesso in nero, e per questo i ragazzi devono abbandonare la scuola e andare a lavorare per aiutare economicamente le famiglie. Le scuole all’interno dei campi, poi, sono sovraffollate e il livello medio dell’istruzione è sempre più basso, a causa dei continui tagli dei fondi. L’Unrwa offre solo l’istruzione primaria, e i licei e le università libanesi ammettono un numero limitato di stranieri e al triplo delle tasse, una cifra astronomica per i profughi.
Come può un ragazzo pensare al futuro in questa situazione? Il progetto dell’ULAIA Arte Sud Onlus si colloca proprio nello spazio vuoto di questa domanda: nell’estate 2009 ha organizzato un tour itinerante dei ragazzi della GUIRAB in varie città italiane, dove hanno potuto esibirsi, facendosi conoscere e conoscendo, in un clima in cui solidarietà e arte si davano la mano. Dalla tournèe è nato un Cd dal titolo “Fuori dal campo”: i proventi delle vendite serviranno a finanziare due borse di studio per i ragazzi del gruppo, così da dargli la possibilità di realizzarsi, facendo l’università all’estero.
L’incontro di martedì ha sicuramente incitato a riflettere sui campi profughi libanesi, tristemente famosi per la strage di Sabra e Shatila del 1982. Sono 450 mila i profughi, diluiti in 12 campi: 40m2 ogni 10 persone con acqua, elettricità e fognature sufficienti solo per la metà di loro. Il 60% vive sotto la soglia di povertà, il 20% è afflitto da una malattia cronica. Illuminante al riguardo è l’intervista di Francesca Borri per Peace Reporter a Kassem Aina, Direttore generale della Beit Atlaf Soumound, l’associazione palestinese che dà assistenza ai profughi di qualunque nazionalità che affollano i campi profughi del Libano. “Molti campi, in realtà, non sono più palestinesi. Chiunque può trasferirsi qui. Ed è una scelta sempre più frequente per i disoccupati, gli immigrati, i disperati di altre guerre, come gli iracheni[...] l’umanità del sottosuolo. Ed è qui che la condizione palestinese si fa metafora del nostro tempo. Questa non è più semplicemente la periferia di Beirut, ma una delle infinite discariche della globalizzazione[…] Nessuno sa con precisione quanti siamo, e dove, a fare cosa, e con quali intenzioni. Siamo l’ombra in agguato all’angolo della vostra vita[…]. Paghiamo tasse come tutti, ma niente pensione, niente assicurazione. Niente ferie e malattie. Non abbiamo neppure la libertà di riunione e di associazione. Proprio in questo si fa chiaro quanto la questione sia politica, e non umanitaria[…].Dall’inizio si pensò a offrire ai Palestinesi situazioni alternative, e lasciare che il tempo sbiadisse il ricordo del ritorno. I terreni per i campi furono presi in affitto per cento anni – ma la giustizia non è in vendita. E così, come l’Unifil, l’Unrwa ha contribuito a congelare la situazione, e a trasformarci da rifugiati in ostaggi. Né insediamento, né ritorno: solo sopravvivenza, mentre la politica è altrove[…] Ma vogliamo diritti, non sacchi di riso[...] E le Ong non sono tutte trasparenti, poi, è amaro dirlo, in genere sbarcano qui con progetti preconfezionati: semplicemente in cerca di manodopera indigena. Una forma raffinata di colonialismo[…] È anche il momento di smentire una leggenda: perché non siamo mai stati finanziariamente sostenuti dall’Autorità Palestinese, né prima dall’Olp.Le risorse dell’Autorità Palestinese, da sempre, sono finite a Fatah. Ancora adesso riceve denaro solo chi è legato a Fatah o Hamas. Quelli nel mezzo, come noi, sono semplicemente dimenticati”.


