Thursday, July 29, 2010

Per l’eternità insieme a Fido e Co.

Post di claudia.vallini On gennaio - 31 - 2010 AGGIUNGI COMMENTO

Il crescente numero di richieste da parte dei proprietari di amici a quattro zampe ha condotto, in Gran Bretagna, alla creazione di una serie di cimiteri misti per coloro che vorranno rimanere accanto al proprio pet anche dopo la morte.

di Claudia Vallini

La notizia arriva dalla contea del Linconshire che la scorsa settimana ha approvato la creazione di cimiteri misti per uomini e animali. Un cimitero misto già esiste in Cornovaglia, gestito da Penny Lally, un tempo esclusivamente crematorio e cimitero per animali, e ad oggi vi sono sepolti già 30 padroni insieme ai loro amici a quattro zampe. Al Woodland Burial Place di Penwith le sepolture miste hanno avuto inizio nel 2003 e attualmente si contano più di 120 prenotazioni. Tra queste quella della signora Carole Mundy, che ha già acquistato degli appezzamenti di terra per sé, suo marito e i restanti membri quadrupedi della famiglia, al fine di poter riposare insieme a Dylan, il loro amatissimo golden retriver, morto nel 2008 all’età di 17 anni.

 In base ai dati forniti dall’Association of Private Pet Cemeteries and Crematoria nel Regno Unito muoiono ogni anno circa 1,5 milioni di cani e gatti dei quali si stima che 300 mila circa vengano seppelliti in giardini privati, 1 milione in cimiteri per animali e gli altri cremati. Dei 19 campi santi per animali presenti in Gran Bretagna, pochi sono quelli che per adesso forniscono la possibilità di essere sepolti con i propri pet. Si tratta di un fenomeno a cui non si sarebbe nemmeno pensato solo 30 o 40 anni fa. La prima sepoltura mista si è infatti avuta nel Lancashire nel 1995, ma si sta assistendo ad un considerevole aumento di richieste. Un fatto che non dovrebbe affatto stupire se consideriamo che per queste persone perdere il proprio amico e animale domestico equivale a non avere più un importante membro della famiglia, e pensiamo anche alle persone anziane e sole per cui il proprio cucciolo rappresenta l’unica fonte di compagnia e affetto.

 Indubbiamente il crescente interesse verso le “sepolture miste” deriva dal fatto che le persone si sono rese conto che è una cosa divenuta possibile. Ma non è una novità: nell’antico Egitto i Faraoni venivano sepolti accanto ad animali mummificati in quanto si riteneva che passassero nell’aldilà esattamente come gli umani. I cavalieri Anglo-Sassoni venivano invece  accompagnati nell’aldilà dal proprio cavallo come scoperto nel 1991 grazie ai ritrovamenti di alcuni scavi archeologici  a Sutton Hoo nella contea di Suffolk, Inghilterra orientale. Questa pratica venne però abbandonata in epoca cristiana in quanto considerata di origine pagana, e  in Gran Bretagna gruppi religiosi si stanno opponendo a questa riscoperta dei cimiteri misti.

Un cimitero per animali
Un cimitero per animali

 L’amore per gli animali è molto diffuso in Inghilterra e nei secoli ha accompagnato la storia di questo Paese. E’ sufficiente ricordare la smisurata tenerezza per i cani della regina Vittoria e la richiesta, non accolta, di Lord Byron di riposare in pace vicino al proprio amato terranova Boatswain.

Così recita l’epitaffio scritto dal poeta inglese sulla tomba dell’animale: “In questo luogo sono deposti i resti di colui che possedette bellezza senza vanità , forza senza insolenza, coraggio senza ferocia e tutte le virtù dell’ uomo senza i suoi vizi. Questa lode, che sarebbe misera adulazione se fosse iscritta su ceneri umane, non e’ che un giusto tributo alla memoria di Boatswain, un cane, che nacque a Terranova nel maggio 1803 e morì a Newstead il 18 novembre 1808. Queste pietre segnano il posto di un amico. Uno solo ne ho conosciuto e qui riposa”.

Come non innamorarsi di un essere vivente dolce e affettuoso, che in cambio di un po’ di cibo, di acqua fresca, di una cuccia e di qualche carezza ci ricompensa con un donarsi incondizionato? E’ prezioso e fedele, non ci giudica, non ci sgrida, non ci critica, non fa caso al nostro aspetto fisico, siamo tutto il suo mondo. Numerose le testimonianze dell’amore cane-padrone, come quella di Hachiko, leggendario cane giapponese recentemente portato sul grande schermo da Richard Gere. Quando si perde un amico di tale portata un pezzo del nostro cuore lo segue e allora perché abbandonarlo dopo la morte?

 

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Art First 2010. A Bologna è di scena il contemporaneo

Post di Laura Dabbene On gennaio - 31 - 2010 1 COMMENTO

Fino al 31 Gennaio il capoluogo emiliano è città d’avanguardia per l’arte del Novecento

di Laura Dabbene


Bologna - il centro storico

BOLOGNA – In una città che è stata nelle ultime due settimane sotto la pressione dei riflettori politici, principalmente per lo scandalo dell’ex sindaco Flavio Delbono, una ventata rinvigorente d’aria fresca è certamente stato l’evento che, insieme alla Biennale di Venezia, rappresenta in Italia il principale appuntamento per l’arte contemporanea: Bologna Art First.

Uscendo dagli spazio del quartiere fieristico, non certo angusto con i suoi circa 200 stand tra espositori e galleristi italiani e stranieri, questa edizione della kermesse ha invaso e coinvolto anche il centro storico, la Bologna dei portici e dei musei, delle chiese e dell’antica Università. Here and Now si chiama infatti il percorso cittadino di opere site specific, create cioè appositamente per il luogo in cui sono temporaneamente collocate, che si snoda tra l’Archiginnasio, dove l’installazione contemporanea dialoga con la cinquecentesca volta affrescata, e il Museo Archeologico, che ospita, a fianco dei più antichi reperti restituiti dagli scavi, le opere di artisti neo-pop. Coinvolto anche Palazzo d’Accursio, sede del comune, con una scultura al centro del cortile ed un’opera luminosa nell’area del porticato.

In un Paese come l’Italia, che assiste periodicamente all’inaugurazione in pompa magna di nuove istituzioni per l’arte contemporanea, da ultimo il MAXXI di Roma, ma che manca di un’attenzione e di un organico programma culturale con più ampio respiro a livello politico, la Fiera bolognese rappresenta, citando le parole del Direttore artistico e storica dell’arte Silvia Evangelisti, “un punto di riferimento per il mondo dell’arte italiana e, sempre più, anche internazionale” oltre a testimoniare “che l’Italia è ancora e sempre una fucina straordinaria d’arte e cultura (nonostante tutto)”. Ne sono chiarissimo esempio non solo le iniziative che costituiscono il corollario dell’Art First, dai convegni ai dibattiti, fino al concorso che premia il miglior talento under 30 presente in fiera, ma anche il fermento culturale e l’innovazione rappresentato dalla presenza di gallerie molto giovani (meno di 5 anni di vita), provenienti da realtà in cui è difficile proporre un qualcosa come l’arte contemporanea, oppure consorziatesi in un intraprendente collettivo per fronteggiare la difficoltà, anche economica, di affacciarsi su un mercato così particolare.

Arvo Pärt

L’apertura della Fiera ha visto, nell’Aula Magna dell’Università, la performance dell’artista americano Bill Viola e del musicista estone Arvo Pärt, in cui suoni e immagini si sono fusi in un unico canto, stabilendo una forte relazione tra tutti gli elementi in gioco, compresi l’architettura e la particolare aura dello spazio, ex chiesa di Santa Lucia. L’arte di Bill Viola, la sua sensibile attenzione per la pittura italiana di Pontormo, Rosso Fiorentino e l’iconografia del passato, ne fanno uno dei protagonisti del XXI secolo più adatti a riflettere il valore di un evento come l’Art First bolognese: la massima contemporaneità della creazione artistica in una delle città di più consolidata tradizione medievale che tutti ancora chiamano, accanto a la “rossa”  e la “grassa”, la Dotta.

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Nuovi contrasti fra USA e Cina in seguito alla decisione dell’amministrazione Obama di vendere armamenti a Taiwan

di Marco Luigi Cimminella

Sono passati solo alcuni mesi dal viaggio di Obama in Oriente. Lo scetticismo di coloro che ritenevano inutile qualsiasi tentativo di sciogliere gli antichi dissapori, accumulati in anni di storia, fra le due potenze, si è dimostrato abbastanza fondato. Il discorso del presidente agli studenti di Shangai, nel novembre 2009, non è riuscito a far dimenticare quella profonda discrasia politica, economica, culturale, che separa due universi diametralmente opposti l’uno all’altro. Il pragmatismo della Casa Bianca è cozzato contro la dura intransigenza del dragone cinese, lasciando le richieste americane inascoltate. Le questioni scottanti che dividono irrimediabilmente Washington e Pechino sono tante. Pensiamo al problema dei diritti umani, alla vicenda del Tibet e alle tensioni commerciali e finanziarie che caratterizzano i rapporti fra i due paesi. E naturalmente, la riapertura della questione taiwanese non migliora la situazione.

Pochi giorni fa, Washington ha deciso di vendere nuove tecnologie belliche al governo di Taipei, provocando una scontata reazione di opposizione da parte di Pechino. Obama ha così deciso di seguire la politica del suo predecessore, il repubblicano G.W.Bush, rifornendo le forze militari taiwanesi e riaprendo una brutta ferita nella recente storia cinese. In particolare, secondo il portavoce del ministero della difesa di Beijing,  Washington avrebbe violato l’accordo quadro sino-americano riguardante la questione dello stretto di Formosa. In tale ambito, infatti, gli Stati Uniti si erano impegnati a riconoscere il diritto della Cina di giungere ad una riunificazione pacifica con l’isola di Taiwan: l’invio di nuove forniture militari avrà inevitabilmente l’effetto opposto, comportando l’acuirsi delle ostilità fra mondo occidentale ed estremo orientale.

Il problema è solo la punta dell’iceberg che cela un’ineludibile dualismo fra le due potenze. Un antagonismo di fondo che, lungi dall’essere appianato con belle parole e vaghe promesse di riconciliazione, può essere particolarmente pericoloso per gli interessi americani. Se la potenza statunitense infatti ha raggiunto l’apice della sua grandezza e si appresta ora a vivere una fase di maturazione e graduale declino, l’ex impero celeste, nuovo motore dell’economia mondiale, sta conoscendo uno sviluppo e una crescita travolgente, tale da  minacciare quella posizione di primato internazionale che Washington pensava di conservare gelosamente per sempre. Con i suoi 800 miliardi di dollari investiti in buoni del tesoro americano, a gran voce Pechino fa valere le sue rivendicazioni e le sue esigenze. E la Casa Bianca ha 800 miliardi di buone ragioni per non deteriorare ulteriormente i rapporti con il dragone.

Blackhawk UH-60

In più, il governo di Washington deve affrontare il difficile problema della proliferazione degli armamenti nucleari. Grazie al supporto tecnologico e finanziario cinese, Teheran e Pyongyang hanno conseguito ottimi progressi nei processi di arricchimento dell’uranio e nella realizzazioni di armi nucleari. Minacciata l’egemonia americana dal punto di vista economico, politico e militare, l’amministrazione Obama, seguendo un istinto di realpolitik, ha cercato di rafforzare le proprie postazioni in Asia. Il portavoce del dipartimento di stato americano, Philip Crowley, rivela che l’accordo, realizzato dalla Defense Security Cooperation Agency del Pentagono, prevede la vendita di elicotteri Blackhawk UH-60, di missili Patriot a “Capacità Avanzata” (PAC-3), missili antinave ed equipaggiamento per le comunicazioni dei cacciabombardieri. Inoltre, aggiunge Crowley che questo supporto militare è esplicazione concreta dell’aiuto che il governo di Washington offre a Taiwan per garantire la difesa delle frontiere nazionali. Dichiarazioni che mostrano evidentemente come gli alti vertici militari non hanno mai creduto possibile una collaborazione pacifica fra Stati Uniti e Cina in estremo oriente.

Poco tempo dopo i laceranti contrasti sino-americani per la vicenda google, la questione taiwanese getta altra benzina sul fuoco, in un climax ascendente di ostilità che rende sempre più ostico il dialogo fra le due potenze. In particolare, il rafforzamento militare cinese e nordcoreano, che si traduce in una escalation di sgomento per l’intensa proliferazione degli armamenti atomici, e le continue iniezioni americane di avanzate tecnologie belliche a favore di Taipei mostrano eloquentemente come quell’accordo di programma, che auspicava la realizzazione di una costante partnership per affrontare sfide comuni, è destinato, almeno per il momento, a rimanere purtroppo sulla carta.

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Per la Cassazione l’ordine di arresto è legittimo ma non si può renderlo esecutivo fino a quando il sottosegretario, protetto dall’immunità parlamentare, non terminerà il suo mandato politico

di Sabina Sestu

Nicola Cosentino

Il nostro ordinamento giuridico è ispirato al principio dell’eguaglianza di tutti i cittadini davanti alla legge, sancendo in tal modo l’obbligatorietà della norma penale. Di conseguenza, all’interno dei confini dello Stato, essa deve essere applicata -a prescindere dalla nazionalità e dalle condizioni personali del reo- a tutti coloro che si vengano a trovare al suo interno.  Ma nel nostro Paese esistono cittadini che pretendono di essere immuni alla norma penale in quanto ricoprono delle cariche che, nella loro idea di democrazia, li rendono speciali nei confronti degli altri.

In quest’ottica la Camera ha respinto, il 10 dicembre scorso, la richiesta dei magistrati di Napoli di poter procedere all’arresto di Nicola Cosentino in quanto sospettato di avere stretti rapporti con il clan dei Casalesi. Un documento, quello votato dai deputati, approvato a larga maggioranza e che ha goduto dell’appoggio di 51 voti in più rispetto al numeri di deputati della maggioranza (Pdl più Lega).

Ad accusarlo è l’imprenditore Gaetano Vassallo  in merito alla società Eco4, che gestiva la raccolta e lo smaltimento dei rifiuti in alcune zone della Campania, e che di fatto era in mano alla camorra. Le accuse rivolte a Nicola Cosentino, sottosegretario all’Economia, coordinatore regionale del Pdl ed (ex) candidato alla presidenza della Regione Campania, sono gravi e suffragate dalle testimonianze dei pentiti, ma si dovrà attendere la fine del mandato parlamentare per poterlo arrestare. Cosentino è solo l’ultimo caso di una lunga serie di autorizzazioni a procedere  richieste dalla magistratura al Parlamento e  che sono state costantemente negate.

La più famosa è quella di Bettino Craxi che durante la bufera di Tangentopoli si è visto difeso dal Parlamento contro le insistenti richieste da parte del pool di mani pulite affinché venisse processato. Ma sono state davvero tante le richieste della magistratura che non hanno ricevuto la tanto anelata autorizzazione parlamentare: su 1225, presentate negli anni 1948-1993, solo 262 sono state infatti accolte.

I reati chiamati in causa si possono distinguere in tre filoni principali: reati contro la Pubblica Amministrazione (abuso d’ufficio, concussione, corruzione, falso ideologico, peculato, violazione finanziamento pubblico ai partiti e altre), reati d’opinione  o connessi con pubbliche manifestazioni (diffamazione, diffamazione a mezzo stampa, ingiuria, oltraggio a pubblico ufficiale, riorganizzazione del disciolto partito fascista, calunnia, istigazione a delinquere, minaccia) e reati comuni (associazione a delinquere di stampo mafioso,  associazione a delinquere semplice, danneggiamento, delitto colposo di danno, violazione di norme sull’igiene del lavoro, incendio, lesioni personali colpose,  omessa tenuta di scritture contabili e di ritenute d’acconto, omesso versamento di ritenute d’imposta, violazione di norme di protezione sanitaria dei lavoratori, simulazione di reato, raggiro, truffa ai danni dello Stato).

Originariamente l’immunità parlamentare era stata pensata dai costituenti affinché “I membri del Parlamento non possano essere chiamati a rispondere delle opinioni espresse e dei voti dati nell’esercizio delle loro funzioni”, come recita l’articolo 68 della Costituzione.

Ma secondo il premier Berlusconi i reati per cui i parlamentari non devono essere perseguiti penalmente, durante l’esercizio delle loro funzioni, sono tanti (se non tutti) e infatti ritiene che i magistrati, scelti in base all’articolo 106 della Costituzione per concorso pubblico, non hanno diritto di processare chi e’ eletto dal popolo, anche se corrompe, commette abusi o appartiene ad associazioni di stampo mafioso. È questa vera democrazia?

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Cosa c’è a pranzo? Torta rustica ricotta e spinaci

Post di Valentina Gravina On gennaio - 31 - 2010 AGGIUNGI COMMENTO

Ingredienti per 4 persone

2 Rotoli pasta sfoglia
200 gr Spinaci cotti al vapore
150 gr Ricotta fresca
200 gr Parmigiano grattugiato
2 Uova
Pepe e Sale

VIDEO RICETTA

Torta rustica ricotta e spinaci
Mettete la ricotta in una boule, lavoratela con una spatola di legno, aggiungete gli spinaci, le uova, il parmigiano, un pizzico di sale, un po’ di pepe macinato e amalgamate tutto bene
Stendete un rotolo di pasta sfoglia e fatelo aderire ben ai bordi
Aggiungete il composto di spinaci e ricotta, stendetelo bene, adagiatevi sopra l’altro rotolo di pasta sfoglia e fate aderire la sfoglia al composto
Togliete la sfoglia in eccesso dai bordi e unite i due bordi della pasta sfoglia su tutta la lunghezza della teglia
Bucherellate la torta con una forchetta, facendo una leggera pressione
Mettete la teglia in forno preriscaldato a 190 gradi e fate cuocere per circa 20/30 minuti
Dopo 30 minuti tirate fuori la torta dal forno e fatela raffreddare finchè non raggiunge temperatura ambiente
Quando sarà a temperatura ambiente, toglietela delicatamente dallo stampo aiutandovi con la carta da forno sotto la torta e fatela scivolare dolcemente nel piatto. Tagliate e servite.

FOTO E VIDEO Italianfoodnet.com

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Anche le scimmie parlano

Post di giovannamiceli On gennaio - 31 - 2010 AGGIUNGI COMMENTO

La scoperta di un gruppo di etologi in Costa d’Avorio

di Giovanna Miceli

Che il linguaggio fosse solo una prerogativa degli esseri umani, è una convinzione comune. Ma a sfatare questa opinione ci ha pensato un gruppo internazionale di ricercatori dell’Università di Rennes (Francia), St. Andrews (Scozia) e Cocody-Abidjan (costa d’Avorio) che sono riusciti a tradurre in significato i versi di un cercopiteco africano, la scimmia di Campbell.

Ad ogni suono corrisponde un significato diverso, una sorta di sintassi primitiva che mai prima d’ora era stata osservata in un essere non umano. Il professor Klaus Zuberbuhler, che ha guidato lo studio, era convinto da tempo della capacità linguistica dei primati, ma la prova indiscutibile si è avuta solo adesso. ”Il linguaggio delle scimmie esiste e possiede gli stessi meccanismi di base del linguaggio umano”, ha aggiunto il professore.

In particolare, gli etologi sono riusciti a decifrare tre vocalizzazioni tipiche di questa graziosa scimmietta arboricola che vive nella fitta vegetazione della Costa d’Avorio e che forse, proprio per la difficoltà visiva data dal loro habitat, è stata costretta a sviluppare un tipo di comunicazione vocale.

I suoni identificati fanno più o meno così:

Boom! E’ il verso più frequente e serve per avvertire il gruppo a traslocare in un’altra area della foresta più sicura.

Krak! Significa “pericolo, leopardo in vista!”

Hok! E’ invece usato per avvisare i compagni della presenza di un altro pericoloso predatore, l’aquila coronata.

Ma i loro discorsi non finiscono qui. I ricercatori hanno anche scoperto che, accanto a queste 3 semplici espressioni vocali, le scimmie di Campbell usano unire una sorta di suffisso che fa all’incirca “oo” e che trasforma il significato della parola iniziale.

Così “Krak” con l’aggiunta del suffisso “oo” diventa un avvertimento generico, non più indicativo del leopardo. Mentre “Hok-oo” si trasforma in “Attenzione, c’è qualcosa tra gli alberi”.

In una seconda ricerca poi gli studiosi hanno osservato anche il come le scimmie utilizzano i vocalizzi. Ne è emerso che raramente usano versi isolati ma, al contrario, sono capaci di elaborare delle “rudimentali frasi”, mettendo in sequenza i vocalizzi fino ad un massimo di 25. Riescono così a comunicare ai loro compagni una gran quantità di informazioni, come ad esempio la presenza di un pericolo, la natura del predatore ed infine il modo per evitarlo.

Questa scoperta è un’ulteriore conferma alle teorie di Darwin riguardo all’evoluzione,. I primati sono nostri lontani cugini, con cui abbiamo condiviso un antenato comune circa 30 milioni di anni fa. E grazie al loro linguaggio, forse comprenderemo meglio l’origine del nostro linguaggio umano.

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Milano presenta l’autobus a idrogeno

Post di claudia.vallini On gennaio - 30 - 2010 AGGIUNGI COMMENTO

L’annuncio di un futuro a emissioni zero per la città lombarda, dove  da oltre 16 giorni  il Pm10 supera la soglia di allarme

di Claudia Vallini

Autobus ecologico

Il 20 gennaio ATM ha presentato in piazza Duomo tre nuovi autobus a idrogeno che a partire dal 2011 svolgeranno regolare servizio di linea. La sperimentazione fa parte del progetto CHIC (Clean Hydrogen in European Cities) a cui hanno aderito anche Torino, Londra, Oslo e Aargau/St.Gallen (Svizzera). Per il progetto sono stati finora investiti 15 milioni di euro, 5 stanziati da ATM, 5 dalla regione Lombardia e 5 dal comune di Milano, ed entro il 2011 si prevede che l’investimento, in quello che viene considerato l’obiettivo di motorizzazione del futuro, raggiungerà i 639 milioni di euro. Ci vorrà tempo per sostituire completamente il parco mezzi dell’ATM, ma a Milano sono già in servizio 130 ECObus con tecnologia EEV (Enhanced Environmentally-friendly Vehicle), a cui se ne aggiungeranno altri la prossima primavera, e 4 bus ibridi diesel/elettrici. La città si conferma quindi tra le prime in Italia e in Europa per numero di mezzi alimentati ad energia pulita. Questi nuovi autobus, essendo alimentati ad idrogeno, emettono solo vapore acqueo, azzerando le emissioni di Pm10. Prodotti dalla Mercedes, sono lunghi 12 metri e dotati di 7 serbatoi.

Acqua - due atomi di idrogeno uniti ad uno di ossigeno

Una rivoluzione nei trasporti che sembra diventare possibile. Se è vero che l’aspettativa di vita di un milanese è inferiore di due anni rispetto alla media e che nel capoluogo lombardo si registrano ogni anno 1000 morti per effetto dell’inquinamento da smog o per patologie croniche ad esso legate, c’è da augurarsi che l’alimentazione dei motori ad idrogeno divenga una realtà non solo per il trasporto pubblico, ma anche per quello privato. Sono in molti a sostenere la necessità di ricorrere ad un’economia basata sull’idrogeno per non soffocare col veleno il nostro pianeta, già ammalato, e tutti i suoi abitanti.

Altri fattori, oltre lo smog, spingono verso un’accelerazione della sperimentazione dell’idrogeno, soprattutto la consapevolezza che il petrolio è una risorsa sempre più scarsa e situata per lo più in aree geopolitiche instabili. Quando i combustibili fossili si esauriranno occorrerà un’alternativa: l’Unione Europea sostiene che l’economia dovrà essere orientata verso l’idrogeno, che occorre però produrre in maniera pulita ed economica. Esso infatti, pur essendo l’elemento chimico più abbondante dell’universo, non esiste allo stato puro sulla Terra, dove si presenta come un gas inodore, incolore e altamente infiammabile. Per essere prodotto in maniera ecologica deve essere ottenuto dall’acqua (composta da due atomi di idrogeno e uno di ossigeno) tramite l’elettrolisi, da realizzarsi a sua volta attraverso l’uso di fonti di energia rinnovabili. All’Università di Berkeley, in California, un gruppo di ricercatori è riuscito a creare un particolare tipo di alghe verdi ogm in grado di triplicare la capacità di produzione dell’idrogeno, ma per sfruttare a livello tecnologico tale scoperta si dovranno attendere almeno 5 anni. L’idrogeno potrà essere utilizzato per diversi scopi, addirittura per caricare la batteria del cellulare!

Un punto critico della diffusione dell’idrogeno come carburante sarà però costituito dall’adeguamento della rete distributiva. Nel mondo vi sono infatti poco più di 200 distributori di idrogeno. Milano ha inaugurato il primo il 21 settembre 2004: situato all’interno della Tecnocity di Milano Bicocca consente l’utilizzo ad autobus e veicoli privati. Proprio questo distributore ha consentito al comune del capoluogo lombardo e ad ATM di avviare la sperimentazione di un parco veicoli a idrogeno. Shell ha già affermato che la conversione e l’adeguamento delle stazioni di servizio potrebbe essere completata tra il 2015 e il 2025. Forse tra non molti anni guideremo anche noi un mezzo ad idrogeno, ma per la completa sostituzione del parco auto circolante, pubblico e privato, sarà necessario qualche decennio.

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iPad: è tutto oro quello che luccica?

Post di Nicola Gilardi On gennaio - 30 - 2010 AGGIUNGI COMMENTO

Luci ed ombre dell’oggetto «magico e rivoluzionario» presentato da Steve Jobs. Si apre così la «terza via» fra pc portatili e palmari

di Nicola Gilardi

Steve Jobs durante la presentazione

Il fermento attorno alla nuova presentazione di Steve Jobs era davvero alle stelle. In molti avevano lanciato previsioni su nomi e applicazioni, ma la sorpresa è comunque stata tanta. Il toto-nomi aveva lanciato molte proposte: da iTablet a iSlate, ma poi la scelta è stata diversa.

iPad si propone di essere un ibrido in grado di aprire una nuova via di sviluppo. Oltre ad essere un e-reader, cioè un lettore di libri virtuali, consente di accedere ad Internet tramite una connessione Wi-Fi. Lo schermo è rigorosamente multi-touch e permette di ruotare l’iPad per usarlo nel miglior modo che ci piace. La novità è rappresentata dalla possibilità di vedere film, video, ma anche di giocare, lo schermo da 9,7 pollici (1024×768, 132 ppi) sembra perfetto per lo scopo. Jobs ha poi tenuto a dichiarare l’attenzione della sua azienda per l’ambiente, molte sostanze tossiche sono state evitate nella produzione.

Ma si tratta davvero di una novità? Per quanto riguarda l’aspetto degli e-reader no. La concorrenza è davvero tanta in questo settore e soprattutto la durata della batteria dell’iPad sembra dare preoccupazioni, infatti, è di 10 ore, molto inferiore agli altri lettori.
Alcuni, ironicamente, dicono che il nuovo prodotto di Apple sia un iPod passato sotto un rullo compressore. In effetti la somiglianza estetica è molta, ma non solo. A livello di software, infatti, siamo rimasti a quello del predecessore telefonico. A far sorridere è poi il nome, infatti, in Inghilterra “pad” significa assorbente.

Le critiche più roventi, comunque, riguardano lo scopo. L’iPad non ha una sua prerogativa principale, ma racchiude elementi diversi, ma che hanno anche altri lettori, palmari o pc portatili. Il mondo dei lettori di e-books sta vivendo uno sviluppo imponente, ed il vantaggio dello schermo di Apple, che è a colori, potrebbe esaurirsi presto.

Note positive sono, invece, rappresentate dalle applicazioni scaricabili dal sito dell’azienda di Cupertino, si vocifera che siano addirittura già 140mila, ma che gli sviluppatori siano a pieno regime per crearne delle altre. Apple, poi, scende in campo anche come distributore di e-books e potrebbe creare scompiglio ai dominatori storici del settore come Amazon.

Se sia una novità oppure no, l’iPad ha creato attorno a sé una grande attesta. Nei prossimi mesi si avvierà la commercializzazione e quindi la prova effettiva della presa sul consumatore. Già in passato i prodotti di Apple avevano lasciato qualche dubbio sull’originalità, ma in milioni hanno poi deciso di comprare. Una carta importante è quella dei futuri sviluppi. Come spesso avviene, le successive versioni potrebbero essere migliorate ed i punti negativi, risolti.

Non ci resta che attendere l’esito degli acquisti. Perché in fondo, che sia un buon prodotto, oppure no, quello che conta è quanti pezzi ne vengono venduti.

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La legge che imponeva ai comuni di piantare un albero per ogni neonato è stata totalmente dimenticata

di Chantal Cresta

Alzi la mano chi se ne ricorda: nel 1992 Francesco Rutelli, all’epoca già coordinatore nazionale della Federazione dei Verdi di cui, poi, divenne capogruppo alla Camera, propose la legge n. 113/92 che prevedeva “l’obbligo per il comune di residenza di porre a dimora un albero per ogni neonato, a seguito della registrazione anagrafica”. Dodici mesi di tempo, dal momento della nascita, perché il comune interessato provveda a piantare un nuovo albero e quindici mesi perché l’ufficio anagrafe relativo registri sul certificato di nascita, il luogo esatto in cui l’albero sorge.

A distanza di 18 anni da quel lontano 29 gennaio del ‘92, giorno in cui la proposta divenne legge, è interessante capire che fine abbia fatto la norma e, soprattutto, lo slancio ecologista da cui era scaturita.

Già nel 1995, infatti, su 2 milioni di bambini nati nei diversi comuni italiani mancavano all’appello 1,6 milioni di alberi. Oggi, la situazione non è migliore, anzi, se è possibile è peggiorata: su 9 milioni e 300 mila bimbi nati da residenti italiani dal ‘92 al 2008, le stime parlano di non più di 1 milione di alberi nuovi. Desolante.

Eppure la legge sembrava chiara: i comuni avrebbero dovuto agire in sinergia con le Regioni e il Corpo forestale dello Stato. I primi dovevano scegliere le tipologie arboree più consone al tipo di territorio nel quale sarebbero state piantate. Ai secondi spettava garantire un piano di coltura ed arredo ambientale in armonia con le necessità urbane e la tutela dei boschi.

Tuttavia, le aspettative sono state del tutto disattese, si pensi che nel solo comune di Roma dal ’93 a oggi, dopo 7 anni di amministrazione rutelliana, non è stato piantato un solo albero e la mancanza di verde è, ormai, un’emergenza.

Ora, le ragioni dell’abbandono della legge sono da ritracciarsi nell’impianto stesso della norma, che in più punti è vaga e priva di termini precisi entro i quali agire.

Innanzitutto, la registrazione dell’albero sul certificato di nascita implica uno scontro di competenze tra l’ufficio anagrafe – unico a tenere i dati reali dei nuovi nati  - e il Ministero dell’Interno. Esiste, infatti, una norma del regolamento anagrafico (art. 12) secondo cui l’inserimento di altri dati nelle schede anagrafiche, oltre a quelli previsti, possa avvenire solo dopo l’autorizzazione del Ministero dell’Interno con l’intesa dell’Istituto Centrale di Statistica. Un particolare omesso nella legge Rutelli e che, dunque, inficia a monte ogni possibilità di adempimento della norma.

Non basta. A rendere inattuabile la legge è anche il complesso iter burocratico al quali i comuni sarebbero stati soggetti per ogni richiesta di nuova pianta. I comuni avrebbero dovuto fare domanda alle Provincie, le quali avrebbero demandato le richieste ai Vivai delle Regioni. Un iter lungo e dispendioso che avrebbe implicato anche spese per l’individuazione di zone idonee ad accogliere le aree boschive ed una manutenzione costante a cui i comuni avrebbero dovuto provvedere con l’aiuto dello Stato. Nel 2008 la Finanziaria aveva previsto per la tutela del decoro ambientale dei comuni, circa 150 miliardi di euro per un periodo di 3 anni, soldi spariti dopo il provvedimento taglia – ICI.

Inoltre, la legge 113 non prevede in alcun caso un qualsiasi tipo di sanzione o d’obbligo d’imposta per i comuni inosservanti e, tanto meno, offre incentivi a chi la rispetta. Il che fa di questo regolamento più una enunciazione di intenti a carattere ecologista, che una normativa inderogabile.

Eppure la legge Rutelli, se seguita, avrebbe oggi il suo valore aggiunto e quantificabile economicamente. Infatti, non solo un albero di media grandezza è in grado di assorbire 12 Kg di anidride carbonica in un anno ma il Protocollo di Kyoto prevede per ogni paese la sottrazione dall’ imposta sul totale delle emissioni di gas serra prodotto, del legno delle proprie foreste. Un alleggerimento delle sanzioni internazionali di circa 1 miliardo di euro in 5 anni.

Tuttavia, è bene osservare che l’Italia non è poi così sguarnita di vegetazione. Il vice-questore del Corpo forestale dello Stato, Enrico Pompei sostiene che sul territorio nazionale esiste un albero ogni 200 abitanti, ovvero circa 12 miliardi di piante. Una cifra elevata che pare essere in aumento a seguito dell’abbandono delle aree agricole, le quali stanno tornando naturalmente al loro stato boschivo.

Ad ogni modo, queste aree dovranno essere mantenute e tutelate, cosa possibile solo con uno stanziamento di fondi adeguato. Nel frattempo, dal ’92 a oggi, sono circa 8 milioni gli alberi mai piantati a seguito della mancata osservanza della norma: una perdita inqualificabile.

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La famiglia di Salvatore Crisafulli, paralizzato dal 2003, annuncia la disperata decisione

di Roberta Colacchi

Salvatore Crisafulli insieme al fratello Pietro (Ansa)

CATANIA- Ad un anno dalla morte di Eluana Englaro scoppia di nuovo il caso eutanasia. Martedì 9 febbraio, in Belgio, in una clinica vicino a Bruxelles, a Salvatore Crisafulli verrà praticata un’iniezione letale. Una scelta sofferta che la famiglia del quarantacinquenne paraplegico catanese, entrato in coma vegetativo nel 2003 in seguito ad un incidente stradale, e risvegliatosi nel 2005 rimanendo un disabile gravissimo, ha preso dopo anni di lotte e sollecitazioni allo Stato Italiano al fine di ottenere un piano ospedaliero personalizzato a casa, che non è mai arrivato.

«Siamo rimasti soli e non possiamo più aiutarlo, perché Salvatore ha bisogno di aiuto 24 ore su 24. Non possiamo fare altro, ci hanno abbandonati al nostro destino, allora meglio farlo morire: lui è al corrente di questa nostra decisione ed è d’accordo». Sono queste le parole che il fratello Pietro, che già in passato aveva minacciato di staccare la spina degli strumenti che tenevano in vita Salvatore. ha usato per annunciare la scelta presa.

C’è chi lo accusa di falsità, perché fu proprio lui ad avere un ruolo chiave nella vicenda Englaro, accusando il padre di Eluana, di cui era diventato amico in seguito ad una puntata di Porta a Porta sull’eutanasia di cui entrambi erano ospiti, di essersi inventato la storia che la figlia avrebbe voluto morire nel caso si fosse ridotta allo stato vegetale, dichiarandosi disponibile a ripetere ai magistrati la sua testimonianza. Un parallelo questo che Pietro respinge, sostenendo che la sua non è una battaglia per la morte, come quella condotta da Beppino Englaro, ma per la vita.

«Camminerò con la testa alta perché ho combattuto per la vita di mio fratello. Lui non morirà di stenti, ma se ne andrà via dormendo», non risparmiando poi di incolpare la politica, il premier e il Presidente della Regione Sicilia per le promesse mai mantenute, e la Chiesa per la sua indolenza.

Il clamore suscitato dalla dichiarazione della famiglia Crisafulli, ha spinto Ignazio Marino, presidente della Commissione d’inchiesta sul sistema sanitario del Senato, ad aprire un’istruttoria. I Nas, carabinieri del Nucleo Antisofisticazione e Sanità, sono stati inviati ad effettuare un’ispezione per accettarsi delle reali condizioni di vita del paraplegico. Marino infatti, nonostante la sua ferma opposizione verso l’eutanasia, vuole garantire il rispetto dell’articolo 32 della Costituzione che prevede, in caso si disponga di tutte le risorse sanitarie necessarie, la libertà di scelta rispetto alle terapie.

Chiacchiere inutili quelle di Marino e del Governo per la famiglia Crisafulli, che si chiede come mai non siano intervenuti prima per salvaguardare una “persona ridotta ormai ad un cadavere”. «Un ulteriore e gravissimo caso che coinvolge la sanità italiana e che denota una totale mancanza di rispetto per i cittadini meno fortunati», come afferma il vice presidente della commissione d’inchiesta sul Ssn, Laura Bianconi. La speranza dei Crisafulli è che il caso di Salvatore serva a smuovere le fondamenta di un “sistema sbagliato”. « Ci sono famiglie che non riescono a farsi sentire, che non vengono mai assistite e che come noi subiscono sulla loro pelle una eutanasia di Stato: speriamo che il sacrificio di Salvatore possa contribuire a migliorare la loro condizione”.

Sette anni e mezzo è durato il calvario di Salvatore, che ora sta giungendo alla fine. E intanto riaffiorano le domande che poco più di un anno fa affliggevano il paese, e che sembrano tornare ciclicamente aspettando di essere una volta per tutte affrontate. La vita è un diritto o un dovere? Cosa significa morire con dignità? Come devono comportarsi i medici e le istituzioni di fronte alla disperata richiesta di morte che per alcune persone sembra essere un’inevitabile via d’uscita? Insomma l’uomo che può disporre della sua vita, può arrogarsi il diritto di scegliere e decidere della sua morte? Oppure, se non si è lasciato un testamento biologico, deve scegliere a qualcun altro? La religione, la politica, possono impedire ad una persona che per anni ha vissuto autonomamente la sua esistenza, formandosi e valutando sempre da solo le sue decisioni, di disporre della sua fine, tenendo conto del fatto che chi arriva a supplicare per la propria morte, dopo anni di grave disabilità, si sente come tradito, imprigionato in un contenitore che non riconosce più come il proprio corpo, come la propria vita?

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I Pronostici di Wakeupnews

Post di rkf On gennaio - 30 - 2010 4 COMMENTI
di Riccardo Rossi

A partire da questa settimana vi offriremo i nostri pronostici sulle partite di Serie A, senza la presunzione di azzeccarci sempre ma con la speranza di essere almeno piu attendibili del Mago Herrera e del mitico pendolino di Maurizio Mosca!

La 22° giornata del massimo campionato offre,come sempre, scontri interessanti e molto equilibrati.

L’ormai famoso “spezzatino” del fine settimana calcistico potrebbe risultare molto gustoso per gli scommettitori grazie ai pronostici di Wakeupnews.
Allora….siete pronti a seguirci?

Bari – Palermo

Ora o mai più!
Questo sembra essere l’imperativo per la compagine di Delio Rossi e di SuperZampa.
Eh si… questo Palermo sembra davvero poter superare l’ennesimo esame di maturità e puntare dritto – dritto a un posto in Champions.
Il Bari, anche a causa dei troppi infortuni, pare aver esaurito l’entusiasmo della prima scintillante metà del campionato e sembra essere in un momento di assestamento….
Pronostico: 2
Uomo partita: Pastore

Cagliari – Fiorentina

SuperMatri, Nenè , il “violino” del Gila, Jo –Jo e Mutu tutti pronti ad impallinare i malcapitati Marchetti e Frey. Proprio gli attaccanti delle due squadre, tutti in gran forma, dovrebbero essere decisivi in un match che si annuncia ben giocato, ricco di gol e colpi di scena.
Pronostico: X
Uomo Partita: Matri

Catania – Udinese

La super 3M catanese (Martinez –Mascara- Morimoto) non ha alcuna intenzione di fermarsi ma di fronte si troverà un Udinese rinfrancata dal bel successo in Coppa Italia contro il Milan.
Occhio al probabile esordio a gara in iniziata del nuovo acquisto Maxi Lopez.
Pronostico: X
Uomo Partita: Handanovic

Chievo – Bologna

Attenzione a questo Bologna. Si sta facendo “squadra” partita dopo partita e se capitan di Vaio ricomincia a segnare con il ritmo della passata stagione…
Il Chievo di Mimmo di Carlo è sempre solido, organizzato e con qualche giocatore che sembra aver deciso finalmente di esplodere, vero Bentivoglio…?
Pronostico: X
Uomo Partita: Yepes

Juventus – Lazio

Silurato finalmente il povero “Ciruzzo”, la Juve dopo mille tentennamenti, si affida al “traghettatoreZac che torna a Torino, sponda bianconera,  dopo la non esaltante esperienza del 2007 sulla panca dei cugini granata.
Ce la farà a rianimare questa derelitta Juve? La Lazio del mangiapalloni Zarate e del “solare” (!??) Ballardini saprà approfittare della situazione e dare il colpo di grazia alla Vecchia Signora?
Pronostico: 2
Uomo Partita: Muslera

Milan – Livorno

All’apparenza sembrerebbe un turno facile per la Leo Band ma visto il Milan alla Camomilla del derby e di Coppa Italia il match potrebbe riservare sorprese.
Cosmi, dopo aver fatto pace con Spinelli, torna alla guida del Livorno dopo una settimana travagliata. Saprà trasmettere ai suoi la giusta grinta per resistere a Ronnie e compagni?
Pronostico: 1
Uomo Partita: Ambrosini

Napoli – Genoa

Gasperson contro Mazzarri. Due belle squadre,che giocano bene ma il Genoa a volte perde totalmente la sua identità lontano dalla cuccia del Ferraris.
Il Napoli del pararigori Desanctis e di Van Basten-Maggio sogna già il girone di Champions del prossimo anno…….
Pronostico: 1
Uomo Partita: Quagliarella

Parma – Inter

Che dire? Sperare che il Parma possa frenare l’HUMMER-Inter di Mou?
Onestamente non pare possibile…..visto anche che gli emiliani attraversano un periodo di poca brillantezza.
Il pronostico ,quindi, appare scontato.
Pronostico: 2
Uomo Partita: Milito

Roma – Siena

Ultima spiaggia per Malesani, alla ricerca disperata di 3 punti che possano ridare speranza al suo Siena. Anche un pareggio potrebbe non bastare quindi BigMac e compagni cercheranno il colpo grosso all’Olimpico.
Impresa che pare davvero ardua di fronte alla Roma del nuovo “Bomber” De Rossi che scoppia di salute…
Pronostico: 1
Uomo Partita: Perrotta

Sampdoria – Atalanta

Forse la partita più imprevedibile della giornata. Del Neri, con la mossa dell’esclusione a sorpresa di Fantantonio, pare aver responsabilizzato la squadra. A Udine capitan Palombo e compagni hanno dato un gran bel segnale ma non sarà facile ripetersi di fronte ad un Atalanta con disperato bisogno di punti e con un Chevanton che pare essere tornato quello dei bei tempi di Lecce.
Pronostico: x
Uomo Partita: Chevanton

Buona giocata a tutti!

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Il dolce del giorno – Le chiacchere di Carnevale

Post di admin On gennaio - 30 - 2010 1 COMMENTO

Ingredienti

350 gr di farina

2 uova

50 gr di burro

1 bicchierino di liquore

2 bustine di vanillina

1 pizzico di sale

Olio di semi di girasole

Zucchero a velo

VIDEORICETTA

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Corsica, l’ultima spiaggia del popolo migratore

Post di Marta Di Nuccio On gennaio - 30 - 2010 AGGIUNGI COMMENTO

L’accordo Roma – Tripoli ha tracciato nuove rotte che la spregiudicatezza degli scafisti non esita a far percorrere

di Marta Di Nuccio

Il 22 gennaio un barcone con 123 migranti, tra cui donne incinte e 38 bambini, è sbarcato sulle coste meridionali della Corsica, richiamando l’allerta degli isolani, più avvezzi a tollerare i vichinghi di “asterixiana” memoria che gli stranieri (francesi compresi).

I clandestini, che sembrano essere di etnia curda, hanno dichiarato di provenire dalla Siria e dal Maghreb e secondo il procuratore della Repubblica di Ajaccio, Thomas Pison, la loro destinazione avrebbe dovuto essere la Scandinavia.

Il Presidente Nicolas Sarkozy, cavalcando l’onda propagandistica delle prossime elezioni regionali, si è affrettato a commentare duramente con un’intervista durante il tg delle 20: “Non lascerò la Francia disarmata di fronte al fenomeno degli sbarchi di clandestini come quelli che ha conosciuto l’Italia”.

Nicolas Sarkozy

La scelta di nominare il nostro Paese non è casuale. In primo luogo perché i francesi sono rimasti molto colpiti dalle immagini giunte da Rosarno (probabilmente per la loro assonanza con le banlieue). In secondo luogo c’è da considerare che lo sbarco sulle coste corse è un fatto nuovo, diretta conseguenza dell’inasprimento della politica adottata dall’Italia e che prevede il respingimento dei clandestini. Una misura che – come documenta il video recentemente pubblicato sul sito de L’Espresso -  in molti casi equivale alla loro condanna a morte. E poi c’è quel “vizietto”, al quale i parigini non sanno proprio rinunciare, di salire in cattedra e fare la lezione a chi sbaglia un attimo prima di loro.

Sarkozy sul canale Tf1 aveva incalzato: “Noi curiamo queste persone, le rifocilliamo, le confortiamo”, ma una volta stabilita la provenienza “le riportiamo a casa loro”.

Fatto sta che i clandestini sono stati prima trasferiti in una palestra di Bonifacio, poi spediti nei centri di detenzione di Lione, Nimes e Marsiglia e, grazie alla legge per i rifugiati politici, applicata dagli organi giudiziari, sono tornati tutti in libertà in attesa di sapere se gli verrà concesso il diritto all’asilo che in Francia assomiglia sempre più a un privilegio.

Se per libertà si intende una vita che comincia irrimediabilmente alla deriva.

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Ferrara al capolinea. Alla Juve arriva Zaccheroni

Post di Francesco Guarino On gennaio - 29 - 2010 AGGIUNGI COMMENTO

Si concretizza l’esonero più annunciato dell’anno. Zona Champions ed Europa League gli obiettivi del neo-tecnico

di Francesco Guarino

A guardarlo adesso, il 2-1 contro l’Inter a Torino della 15a giornata sembra lontano anni luce. Un altro 2-1 con i nerazzurri, stavolta al passivo, ha sancito l’eliminazione dalla Coppa Italia della Juventus, ma soprattutto ha scritto la parola fine sull’avventura bianconera di Ciro Ferrara. Un crollo verticale quello dei vice-campioni d’Italia, che hanno inanellato una serie negativa di sette sconfitte consecutive (sei in campionato, una in Coppa Italia) che non si accusava addirittura dal 1961-62, quando le partite senza portare a casa nemmeno un punto furono altrettante, ma tutte in campionato.

Alberto Zaccheroni

L’eliminazione di ieri sera, in una partita per la quale il risultato non spiega abbastanza la differenza tra i valori scesi in campo, è stata semplicemente l’ultima tappa del calvario di Ferrara, il cui finale era già scritto sin dal pomeriggio. Si erano infatti intensificati i contatti della dirigenza bianconera con l’attuale allenatore del Liverpool Rafa Benitez, in odore di esonero a fine anno. Di fronte all’impossibilità di portare subito il tecnico spagnolo sulla panchina all’ombra della Mole, è stata formalizzata la scelta del traghettatore che condurrà la squadra sino all’ultima di campionato. Il nome annunciato dal presidente Jean-Claude Blanc è stato quello di Alberto Zaccheroni, che ha già raggiunto Vinovo nel pomeriggio per il primo allenamento. Il tecnico romagnolo ha vinto il ballottaggio con l’ex ct dell’under 21 Claudio Gentile, a cui sfavore ha giocato la mancanza di esperienza nelle squadre di club, essendo il campione del mondo di Spagna ’82 reduce dalla sola esperienza in panchina con gli azzurrini. Zaccheroni torna invece ad allenare a distanza di quasi tre anni dall’esonero rimediato sull’altra panchina dello stadio Olimpico, quella del Torino.

Un compito tutt’altro che facile attende il neo-allenatore juventino, che dovrà sbrogliare i fili di una matassa fisica, tattica e psicologica. La questione psicologica sarà sicuramente la più gravosa da affrontare, per una squadra abituata a veleggiare sempre tra i quartieri alti della classifica ed ora relegata a quattro lunghezze dalla zona Champions. Solo i risultati fanno morale e ai bianconeri serve una vittoria subito, a partire dal posticipo di domenica sera contro l’altra nobile decaduta di questo torneo, la Lazio. A livello tattico Zaccheroni non potrà probabilmente tenere fede al suo cavallo di battaglia, il 3-4-3, a causa dell’inadeguatezza del reparto offensivo della Juventus ad interpretare al meglio questo modulo. Non mancano i perni centrali (Amauri, Trezeguet, Iaquinta in convalescenza post-operatoria), ma è difficile immaginare Diego e Del Piero, o il neo-acquisto Paolucci, come mezzepunte esterne. Ultimo, ma tutt’altro che secondario, il problema fisico: una preparazione estiva a dir poco fallimentare ha prodotto infatti dall’inizio dell’anno oltre quaranta infortuni, che non possono non pesare sull’economia del gioco di una squadra di vertice, per di più impegnata su tre fronti. Zac avrà quindi gli uomini contati per il suo inizio e, seppur con la Coppa Italia finita in archivio, c’è la Europa League che incombe per provare a salvare l’annus horribilis bianconero. Bisognerà inoltre riportare in fretta la squadra in zona Champions, obiettivo minimo fondamentale. Un anno senza la massima vetrina continentale sarebbe ben più di un semplice fallimento per la società di Corso Ferraris.

A sentire ripetere ossessivamente la parola traghettatore, a Zac saranno probabilmente venuti i brividi. Se la sua avventura juventina non dovesse essere delle migliori, il paragone con un certo Caronte verrebbe fin troppo facile.

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Flavio Delbono si è dimesso. Ufficialmente. Con una laconica dichiarazione durante il Consiglio comunale di ieri pomeriggio, riunitosi per l’approvazione del bilancio 2010

di Vincenzo La Camera

Flavio Delbono

Partono così i venti giorni in cui Delbono resterà ancora in carica. Termine che può essere interrotto con un decreto d’urgenza da parte del Ministero degli Interni. Il ministro Maroni si è detto disponibile a questa mossa per far sì che a Bologna si possa già tornare alle urne in concomitanza con le elezioni regionali del 28 (domenica delle palme) e 29 marzo. «A patto che tutte le parti politiche siano d’accordo», ha precisato Maroni. Su questo pare non ci siano dubbi. Infatti lo stesso consiglio comunale di Bologna ha votato una mozione bipartisan che invita il Ministero degli Interni a prodigarsi affinché la città possa evitare un lungo commissariamento.

E comunque le ultime decisioni di Delbono sono state un continuo dietrofront. Prima sulle dimissioni, da lui stesso più volte scongiurate, e poi anche in queste ore sulle modalità da seguire per abbandonare Palazzo D’Accursio.

Infatti, l’altro ieri, per bocca del vicesindaco Claudio Merighi le dimissioni ufficiali di Delbono erano state posticipate a data da destinarsi: «Delbono non si dimetterà prima di avere adempiuto tutti gli atti amministrativi necessari a lasciare la città in ordine prima dell’arrivo del commissario. È in corso un monitoraggio degli uffici. Quanto ci vorrà? Non lo so». Facendo infuriare il centrodestra: «Delbono ci sta prendendo per i fondelli. Vogliono il commissariamento perché hanno paura di perdere», tuonava il leghista Manes Bernardini.

Fino a che ieri il professore non ha ufficialmente gettato la spugna.

Delbono aveva annunciato nei giorni scorsi le sue dimissioni da sindaco stretto nella morsa del Cinzia-gate che lo vede indagato per peculato, abuso d’ufficio e truffa aggravata in merito ad una storia di rimborsi illeciti per alcuni viaggi svolti tra il 2003 e il 2008 (in compagnia dell’ex fidanzata e segretaria Cinzia Cracchi) quando ricopriva la carica di vicepresidente della Regione Emilia Romagna. Ed è di queste ore la notizia che Delbono risulta indagato anche per aver esercitato pressioni  sulla Cracchi alla vigilia del primo interrogatorio della signora davanti alla pm Morena Plazzi. Benzina sul fuoco.

Flavio Delbono

Ma intanto sotto le due Torri è gia toto candidato. Si preannuncia una vera e propria bagarre politica. Certo a  Bologna la tradizione del centro sinistra è ancora forte, ma allo stato attuale delle cose non sarà facile per il Pd confluire verso un candidato forte e credibile.

Nonostante tutto, pare ci siano già cinque o sei nomi che circolano nei salotti della politica bolognese e qualcuno anche nei bar. Se si dovesse votare a marzo si fanno insistenti le voci che vorrebbero in corsa Maurizio Cevenini. L’attuale vicepresidente del Consiglio è ben visto in città e l’appellativo di “mister preferenze” lo conferma.

Un altro nome che circola è quello di Virginio Merola, già sconfitto da Delbono durante le primarie dell’anno scorso. Ma in questa corsa, Merola potrebbe avere il sostegno dell’ex sindaco di Bologna Sergio Cofferati.

L’ipotesi più accreditata resta quella delle primarie lampo in casa Pd (forse il 14 febbraio). Ed in questo caso prenderebbero piede esponenti politici a capo di veri correntoni. Come l’assessore regionale alle attività produttive Duccio Campagnoli e l’attuale vicesindaco Merighi.

Dal centrodestra, invece, spunta (in queste ore) l’ipotesi Giancarlo Mazzucca (ex direttore de Il Resto del Carlino). Il deputato Pdl potrebbe essere trasferito dalla corsa alla presidenza regionale a quella per la prima poltrona di Palazzo D’Accursio.

E intanto Cinzia: «Se Di Pietro me lo chiedesse potrei anche scendere in politica».

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La cucina italiana entra a far parte della grande catena americana McDonald’s

di Claudia Landolfi

Carne, olio extravergine d’oliva, Asiago Dop, bresaola della Valtellina Igp, pancetta della Val Venosta, grano saraceno, cipolle di Tropea e carciofi romani. Ecco i nuovi ingredienti, firmati made in Italy, che entreranno a far parte della cucina del McDonald’s.

L’iniziativa è stata lanciata in questi giorni dalle cucine del fast-food di Piazza di Spagna. Ad aprire la campagna due testimonial d’eccezione, Luca Zaia, Ministro delle politiche agricole alimentari e forestali,  e l’amministratore delegato di McDonald’s Italia, Roberto Masi. Protagonisti della giornata due nuovi panini e un’inedita insalata preparati esclusivamente con alimenti provenienti dalle nostre terre. Per ora il progetto interesserà unicamente la penisola italiana, ma i suoi promotori sono fiduciosi e sperano di poter allargare presto il nuovo menù a tutto il mercato mondiale.

“Questo nuovo panino ha grandi ambizioni – dice il ministro Luca Zaia – a partire da quello di movimentare mille tonnellate di nostri prodotti in un mese per un controvalore di 3,5 miliardi di euro. E poi – continua Zaia – siamo per la tutela del Made in Italy, per la difesa della nostra identità, e proprio per questo non possiamo fermarci alle modalità di distribuzione. Dobbiamo guardare alla qualità, globalizzando il gusto italiano e dando una svolta identitaria alla nostra agricoltura”.

Nonostante i buoni auspici del Ministro, l’iniziativa fa storcere un po’ il naso a chi di gusto e tradizioni se ne intende. In effetti mal si sposa la parola globalizzazione con ciò che annovera il tradizionale, e se resta indiscussa la manovra commerciale, che sicuramente porterà i suoi benefici, qualche dubbio solleva l’idea di qualità “brandizzata” sotto il marchio McDonald’s. L’Italia è da sempre conosciuta nel mondo per il suo alto profilo culinario, e vien da chiedersi, se non ci fossero canali alternativi per sponsorizzare e risollevare le sorti del mercato alimentare italiano. La globalizzazione è il segno della standardizzazione, e nonostante i tempi corrano in quest’unica direzione, sarebbe forse il caso di rinunciare a questa corsa per puntare piuttosto sull’etica della qualità che ha sempre contraddistinto il nostro territorio.

Oggi, è quanto mai difficile avvicinare le nuove generazioni all’amore per il tradizionale ed al recupero di una preparazione artigiana. In quest’ottica la manovra appare come uno scivolone verso il basso. Oltre tutto, la “qualità” è sempre stato l’ultimo vagone in coda nel regime McDonald’s, e vien difficile immaginare sorte diversa per quello che riguarderà le future pietanze servite nel fast-food, pure se di origine italiana. Il trasporto su larga scala del sapore nostrano rischia di abbassare miseramente il livello qualitativo, e la cattiva fama che con sé porta il marchio Mc, non fa sperare nulla di buono.

È del 2004 la produzione di un film-documetario, “Super Size Me”, diretto e interpretato da Morgan Spurlock. Il regista si presta ad un esperimento, filmando se stesso, durante trenta giorni consecutivi di alimentazione forzata di McDonald’s. Il risultato di questa indagine porta a degli effetti disastrosi, incidendo gravemente sulla salute fisica e psichica dello stesso regista. Spurlock si trovò a provare improvvisi e repentini cambi d’umore, disfunzioni sessuali e danni al fegato, i quali lo portarono in condizioni critiche alla fine dell’esperimento. A detta dei tre diversi medici che lo visitarono (e che compaiono nel film) la causa di tali problemi fu l’eccessiva quantità di calorie assunte, in aggiunta alla grande quantità di caffeina ingerita e soprattutto agli zuccheri e grassi contenuti nei cibi. L’intento di questo film-maker era quello di esplorare l’enorme potere che la cultura del fast-food ha nell’incoraggiare un’alimentazione povera per massimizzare il proprio profitto.

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È scomparso all’età di 91 anni l’autore del libro cult Il giovane Holden

di Laura Dabbene

J. D. Salinger

Il miglior tributo alla morte di uno scrittore come Salinger sarebbe probabilmente il silenzio. Non articoli a piena pagina sui principali quotidiani, né servizi televisivi sulle reti nazionali, ma un unico epitaffio, scarno e diretto, preso a sua volta dalla struggente epigrafe di un autore svedese suicidatosi a soli 31 anni, Stig Dagerman: “Dimenticatemi spesso”.

Lo scrittore americano aveva infatti scelto nel 1953, due anni dopo la pubblicazione del romanzo che ne decretò il successo di pubblico e critica, di abbandonare la sua città, New York, emblema per eccellenza della metropoli in cui tutto succede o può succedere e in cui ancora oggi i talenti creativi convergono. Vivere a New York è di per sé cool e lì desidera essere chi ambisce alla fama, anche quella letteraria. Ma Salinger vi aveva preferito il lontano ed anonimo New Hampshire. Alla “pienezza” della 57ma Strada di Manhattan aveva sostituito il vuoto e il nulla della campagna di Carnish, tenendo nascosto l’indirizzo, staccando il telefono, erigendo steccati che impedissero ad eventuali ammiratori di avvicinarsi.

Il suo libro più noto è senza dubbio The Catcher in Rye, titolo che diede filo da torcere all’editore italiano che ne acquistò i diritti nel 1961, 10 anni dopo la prima edizione negli Stati Uniti. Ancora oggi infatti il volume Einaudi, dalla splendida copertina bianca che certo rispecchia l’autore, porta una Nota dell’Editore che spiega la difficoltà di traduzione di una formula che, alla luce di una della scene chiave del romanzo, sintetizza in modo magistrale il significato dell’opera, ma che nella nostra lingua non sarebbe certo suonata particolarmente appetibile. Letteralmente sarebbe potuto essere L’acchiappatore nella segale, mentre  traslando il significato dei termini in virtù di un loro uso comune nella lingua americana ne sarebbe derivato un ancor più buffo Il terzino nella grappa. A Torino si scelse, fortunatamente, Il giovane Holden.


Il giovane Holden - Einaudi

Il protagonista, Holden Caufield, è diventato un personaggio di culto per intere generazioni di lettori, di ogni età. Regalare il romanzo di Salinger, spesso da padre in figlio, è diventato un rito di passaggio, un momento chiave del processo di formazione di ogni individuo che diventa adolescente e poi adulto, rispondendo così a quello che il libro in fondo è, il Bildungsroman di un quattordicenne la cui vicenda non è solo personale, ma collettiva. Attraverso il suo sguardo si rivelò infatti un’America che, dietro i miti della crescita economica e del benessere, nascondeva paure e tetre angosce, quelle ereditate da una Guerra Mondiale che aveva segnato le anime in maniera indelebile e quelle nate nel clima di una nuova e meno palpabile guerra, quella Fredda.

L’ultimo saluto a Salinger va condiviso con il rispetto, in un mondo dominato dalla smania di apparire, per un genio ed un talento letterario che scelse l’esilio quando comprese che l’indifferenza era preferibile all’ammirazione.

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L’Inferno della (in)giustizia

Post di Benedetta Rutigliano On gennaio - 29 - 2010 AGGIUNGI COMMENTO

Sempre meno aria nei gironi dei dannati: allarme per il sovraffollamento delle carceri

di Benedetta Rutigliano

Certo, chi è dietro alle sbarre non merita il Paradiso. Ma neanche l’Inferno: non si parla di defunti che devono espiare i peccati nell’Ade, ma di vivi che potrebbero redimersi sulla Terra. E invece sopravvivono e basta, costretti in spazi che al posto di una persona ne ospitano sei, anziché tre ne accolgono otto, dieci: un’orizzontalità obbligata, quella del posto letto.

Le cifre sono spietate: sette i suicidi in cella dall’inizio del 2010, quando il sindacato di Polizia Penitenziaria (Sappe) preannunciava già a metà dicembre un “Natale difficile” per i detenuti, 65.774 in Italia. Al 10 dicembre, 34 dei 204 istituti penitenziari ospitavano più del doppio delle persone previste, pari al 16% del totale. Centosettantuno le carceri “fuori legge”, che superavano cioè la capienza regolamentare: l’83% del totale (ANSA 13 dicembre 2009).

Così il ministro della Giustizia Angelino Alfano, una settimana fa, propone di dichiarare al Consiglio dei Ministri lo stato di emergenza nelle carceri. “Vi sarà un piano di edilizia giudiziaria che ponga il nostro Paese al livello delle sue necessità – dice Alfano – vale a dire un livello di capienza attorno agli ottantamila posti. Saranno poi emanate norme di accompagnamento che attenuino il sistema sanzionatorio per chi deve scontare un piccolissimo residuo di pena e verranno assunti duemila nuovi agenti di polizia penitenziaria per migliorare la condizione complessiva delle nostre carceri”.

Parole audaci. Ma servono i fatti, poiché la situazione non è nuova né tollerabile: le rumorose proteste dell’anno passato sono sfociate ripetutamente in tentativi di suicidio alle volte portati a termine.  Alfano tocca di certo le note dolenti, ma il sovraffollamento è in buona parte causato proprio dall’inefficienza del sistema: spazi carcerari trasformati in uffici o magazzini, un apparato giudiziario mal funzionante e una carenza della polizia penitenziaria. È sì necessario edificare nuove strutture per aumentare la capienza, ma si potrebbe cominciare a liberare quelle sezioni destinate ai detenuti, attualmente utilizzate per altri scopi: operazione finalizzata a sopperire la mancanza del personale, carente soprattutto al Nord. Una migliore distribuzione degli agenti e una riappropriazione degli spazi recupererebbe circa un migliaio di posti, come dichiara Alfonso Sabella, ex direttore dell’ufficio centrale dell’ispettorato del Dap (Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria). La stessa istituzione aveva denunciato la mala amministrazione in Dossier rimasti riservati (“L’Espresso”, 21 gennaio 2010).

Sullo sfondo, una crescente penalizzazione e carcerizzazione: aumenta il numero dei comportamenti qualificati come reati e di quelli sanzionati con la detenzione in cella. E non sempre verso i soggetti giusti. Tra i detenuti, infatti, gli stranieri sono circa il 38%. Una percentuale elevatissima, spiegabile in parte col fatto che gli immigrati sono i meno garantiti: scarsa conoscenza della lingua e della legge, pochissimi gli avvocati di fiducia, prevalenza di custodia cautelare e detenzione in carcere, ridottissimo il ricorso alle misure alternative e ai benefici.

Da non sottovalutare poi il numero di persone recluse per violazione delle norme sugli stupefacenti: per lo più tossicodipendenti, il cui luogo di recupero non può essere certamente un carcere, essendovi strutture dedicate. Numerose e complesse quindi le cause di un sovraffollamento che porta sempre più all’esasperazione di peccatori negati della loro umanità, costretti a scontare un supplemento di pena oltre alla detenzione in quanto tale.

Per concludere, una notizia Ansa del 26 gennaio: una circolare del Dap sottoscritta dal capo Franco Ionta disporrebbe un “servizio di ascolto” composto da poliziotti penitenziari per far fronte al rischio suicidi tra i detenuti. Certo, i suddetti agenti sono le persone più presenti nella giornata del carcerato: ma non è anche la scarsità del loro numero a determinare una riduzione degli spazi e il conseguente sovraffollamento dei penitenziari? Non sarebbe meglio affidare un compito così delicato a figure competenti?

Pentole battono sulle sbarre. La protesta continuerà.

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Cosa c’è a pranzo? Shugada

Post di admin On gennaio - 29 - 2010 AGGIUNGI COMMENTO

INGREDIENTI

1 spigola grande

100 gr di acciughe

1 ciuffo di prezzemolo

2/3 spicchi di aglio

1 gambo di sedano

1 cipollina novella

1 bicchiere olio extravergine d’oliva

3 uova sode

Capperi

Limone

VIDEO RICETTA

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Cina: cosa c’è a tavola? Cane e gatto, ma ancora per poco

Post di Chiara Campanella On gennaio - 29 - 2010 1 COMMENTO

Presentata la prima bozza di legge che vieterà il consumo alimentare di carne di cani e gatti

di Chiara Campanella

PECHINO - Addio carne di cane e gatto dai menù cinesi.  A dichiararlo è il  nuovo disegno di legge presentato all’attenzione del governo che chiede il bando della vendita di cani e gatti per fini alimentari. Secondo il testo, questo commercio potrebbe essere punito con una multa fino a 5 mila yuan (500 euro) e un massimo di 15 giorni di prigione. L’autore della proposta è Chang Jiwen, ricercatore presso la governativa Accademia per le scienze sociali, che da 11 anni lavora per promuovere i diritti degli animali.

Il consumo di cani e gatti è molto diffuso nel paese della Grande Muraglia sia perché si suppone che in inverno questa carne riscaldi il corpo, sia perché è considerato il “piatto tradizionale”. Infatti, nel sud della Cina rimangono una delicatezza, tanto che persino Kim Jong-il, dittatore nordcoreano, nel corso di una visita ufficiale nel 2006, ordinò “del cane a portare via”. Si pensi che, secondo la Fondazione animali Asia, ogni anno vengono mangiati circa 10 milioni di questi animali. Inoltre, a seguito di un recente sondaggio online è emerso che il 63,2 per cento degli oltre 23.000 partecipanti ritiene “inopportuna” una simile legge. Nei vari blog e social network i contrari rivendicano la tesi che la carne di cane è un  piatto tradizionale in Cina, consumato anche in altri Paesi asiatici. Infine, i tanti cani e gatti randagi che popolano le città costituiscono un problema a cui trovare rimedio, in quanto distruggono i giardini:  catturarli e mangiarli garantirebbe tranquillità a molti cittadini.

Molti cinesi, dunque,  non accettano ancora il concetto di “benessere per gli animali”. Per procedere senza “far torto” alla cultura cinese, Chang Jiwen ha deciso di partire da un bando delle torture nei confronti degli animali, mentre il testo definitivo dovrebbe essere approvato ad aprile. Tuttavia, Chang Jiwen è ottimista e difende la sua scelta: “Bandire il consumo alimentare di cani e gatti non avrà un enorme impatto sociale. Il nostro stile di vita è sensibilmente migliorato, nel corso degli anni e sono sempre meno le persone che si nutrono di questi animali”.

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