Nell’aula di tribunale non si entra col burqa. Diritto all’uguaglianza o repressione della differenza?
di Silvia Nosenzo
Occorre vietare l’uso di simboli religiosi nei luoghi pubblici in nome di laicità e uguaglianza fra tutti i credi. Per questo in Spagna è stato vietato ad un avvocato di entrare nell’aula di tribunale con il velo islamico. Un caso che stupisce, soprattutto se viene dalla Spagna progressista, dove temi ancora tabù come matrimonio gay o aborto sono trattati con la massima apertura.
Ma era già accaduto qualcosa di simile qualche anno fa in Francia, quando era sorto il dibattito sul divieto di indossare il velo islamico in classe; mentre solo di qualche settimana fa è la sentenza della Corte dei Diritti dell’Uomo che considererebbe l’uso del crocifisso nelle aule scolastiche europee una violazione alla libertà di credo.
È il solito problema: quello del ruolo del sacro nelle società moderne.
Libertà, Uguaglianza, Laicità sono i valori che abbiamo ereditato dall’Illuminismo e dalla Rivoluzione francese, e rappresentano i fondamenti su cui si basano lo Stato e la nostra società. Ma è proprio qui che si annida il paradosso: da una parte lo Stato laico vuole garantire uguaglianza e libertà per tutti, dall’altra vuole regolarle in modo autoritario, quasi potesse costituire un motivo di disordine.
Ma che fine fa così il diritto alla libertà d’espressione e alla differenza?
E soprattutto, perché la laicità, che è profondamente radicata nelle istituzioni e nella coscienza dei cittadini, dovrebbe trovarsi improvvisamente ad essere minacciata dal velo piuttosto che dal crocefisso? Perché sono considerati simboli religiosi così eclatanti?
Forse perché implicano una differenza di cultura, di storia, di concezione della vita, che non siamo in grado di comprendere, che ci fa paura, come se costituisse una minaccia alla nostra identità. Crediamo che eliminare fisicamente le differenza sia il primo passo verso l’integrazione, l’omogeneità, una vera società multiculturale. Ma è solo un meccanismo pericoloso che porta alla marginalizzazione, o nel migliore dei casi a un’ assimilazione superficiale.
Uguaglianza non significa rendere l’altro una copia di noi stessi, ma apprezzarne e valorizzarne la differenza, conoscendola, e non mettendola al bando.
