11 settembre: cosa resta degli USA, dodici anni dopo

Il memoriale di Ground Zero occupa lo spazio lasciato vuoto dal crollo delle torri (Foto di Gian Piero Bruno)

Il memoriale di Ground Zero occupa lo spazio lasciato vuoto dal crollo delle torri (Foto di Gian Piero Bruno)

New York – La crisi economica che sembra via via ritrarsi sotto le continue iniezioni di moneta della Federal Reserve, la disoccupazione che scende sotto l’8%, ma anche Detroit che dichiara bancarotta, e poi la pena di morte, Barack Obama che dichiara guerra alla Siria e la gente che fa la fila per acquistare il nuovo iPhone.

Molto (ma forse nulla) è cambiato dall’11 settembre 2001, quando quei quattro aerei, manovrati dai terroristi di Al Qaeda, si andavano a schiantare contro le due torri del World Trade Center, l’edificio del Pentagono e in un campo incolto nella Virginia, uccidendo quasi 3.000 persone e mettendo fine a un’epoca, economica e sociale.

Sono passati dodici anni da quel giorno, quando l’America si risvegliò più debole e l’Europa interruppe tutto il suo consueto tran-tran postprandiale per seguire nelle edizioni straordinarie dei telegiornali le immagini di quelle due altissime torri, tra le più alte al mondo, che venivano prima trafitte e poi, come in un inverosimile film di fantascienza, si accasciavano al suolo con il loro carico di macerie, ceneri e vittime inermi.

Le misure antiterrorismo hanno pervaso ogni aspetto della vita degli statunitensi (e di chiunque si rechi negli Stati Uniti d’America, che sia per turismo o lavoro), rendendo i trasporti aerei non più un piacere o uno svago, ma una lunga trafila che impedisce il trasporto di flaconi più grandi di una certa dimensione, costringendo le persone a passare sotto metal detector praticamente ovunque (anche a Ground Zero, dove ormai non c’è più nulla da abbattere, se non una dolorosa memoria conservata in due enormi fontane, che sorgono a posto dei grattacieli gemelli) e sentirsi insicuri anche a pochi chilometri dalla propria abitazione.

La libertà, cardine dell’America che, ribellandosi alla longa manus di Giorgio III proclamò la libertà nel 1776 – e proprio questo numero, in piedi, sarà l’altezza della Freedom Tower che sorgerà sulle ceneri del World Trade Center – è ormai un’utopia, o forse un desiderio inarrivabile. La minaccia di Al Qaeda e quella di Bashar Al Assad, la disillusione per un presidente che incarnava il cambiamento e ha finito per restare impantanato nei meccanismi consueti, sono tanti gli scenari che dominano il 12° anniversario degli attentati alle Torri Gemelle.

Il senso più profondo, più banale forse, ma più consistente, visitando Ground Zero, è quello del vuoto. Il vuoto enorme delle due piscine a ricordare le due torri, con i nomi segnati di tutte le vittime dell’attentato, anche questi scritti svuotando il metallo che le circonda. Mentre i bambini corrono tra gli alberi e le aiuole piantate tutt’intorno. Il vuoto, accompagnato da un’inesorabile calma, costellata di dolore e senso di riscossa.

Dall’inesorabile vuoto che riempie tutto intorno, la consapevolezza di trovarsi nella città più grande e incredibile del mondo. La Freedom Tower lì, dietro l’angolo, a ricordare ai visitatori e al pianeta cosa intende New York per rinascita e libertà. Ground Zero è una ferita aperta, un’enorme cicatrice ben curata mostrata con decoro, gigantesca e che non potrà mai rimarginarsi .

Non sono serviti dodici anni, non serviranno altri dodici e anche se vivessimo per altri mille anni non si riuscirebbe comunque a trovarci un senso (Dal racconto del nostro inviato a New York, Gian Piero Bruno)

La New York che si ferma composta davanti al National September 11 Memorial & Museum (con quest’ultimo che sarà inaugurato proprio oggi), a quei 2.974 nomi di vittime, riflette e rimugina ancora sulle ragioni di quell’attentato, nuotando in un mare di dietrologie che celano la triste realtà: quella di chi ha perso la vita, tra dipendenti degli uffici posti nelle torri, turisti, Vigili del fuoco e soccorritori vari, che pure erano estraneo a ogni strano meccanismo che governa le alte sfere del potere. Come a New York, così come in Siria, Afghanistan, e ovunque scoppi un’inutile strage chiamata guerra.

Stefano Maria Meconi

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