“Welcome”, un nome che tutti calpestano

Il regista francese Philippe Lioret approda a Calais e ci racconta, con sguardo quasi documentaristico, la storia di un ragazzo curdo sullo sfondo della jungle

di Marta Di Nuccio

Che cosa si prova a restare con un sacchetto intorno alla testa che ti impedisce di respirare? A volte si muore, in altri casi vedi la morte in faccia e la riconosci.  Non c’è poi tanta differenza. È ciò che è accaduto a Bilal, giovane curdo che forse già morto lo è, e che prende lezioni di nuoto per tuffarsi in una nuova vita di cui riconosce appena i contorni, quelli delle bianche scogliere di Dover.

È morto quando la polizia turca l’ha tenuto otto giorni incappucciato e legato, è morto quando ha salutato per sempre la sua famiglia, è morto sotto un treno al quale si è aggrappato disperatamente per fuggire dalla guerra, è morto come il suo compagno di sventura dentro al camion, soffocato dalla paura di essere scoperto dai temibili flics. È morto come muoiono migliaia di profughi che ogni giorno scappano dalle bombe. La sua storia è infatti come quella di tutti quegli uomini che cercano di raggiungere Calais rischiando la vita con in tasca il sogno della terra promessa. E molto spesso la perdono in nome di quel desiderio.

Bilal è poco più che un bambino e in tasca tiene la foto della sua ragazza, Mina, curda anche lei che, nel “nuovo mondo”, c’è già arrivata ma con tutto il carico di quello che si è lasciata alle spalle. Sta  infatti per andare in sposa ad un cugino del padre in cambio di un posto come cameriere in un ristorante della periferia londinese. A Calais Bilal giunge con la sua ingenuità di adolescente convinto di potersi imbarcare, proprio come fanno i turisti, sul primo traghetto per l’Inghilterra, ignaro delle leggi razziali che vigono nel cuore pulsante dell’Europa Unita. Ignaro di avere dei diritti, primo su tutti quello all’asilo politico.

Prova a infilarsi in un camion, ma la polizia attraverso uno strumento diabolico che serve ad individuare il respiro umano, lo trova, lo arresta, lo marchia, gli fa un processo sommario e lo ributta nella jungle. Questo è quello che realmente accade a un passo da noi, è quello che si consuma ogni giorno nell’indifferenza generale della società occidentale.

Philippe Lioret, il regista, lo ha paragonato a quanto avveniva nel regime di Vichy, scatenando le ire dell’amministrazione Sarkozy. Fatto sta che oggi, come più di mezzo secolo fa, esiste in Francia una legge che punisce i cittadini francesi con pene che prevedono fino a cinque anni di reclusione per chi sfama o accoglie clandestini irregolari. A pagarne le conseguenze sullo schermo è Simon, un uomo con il viso marchiato anche lui a modo suo che, forse per solitudine o forse per riconquistare l’ex moglie Marion impegnata nel volontariato, decide di aiutare Bilal offrendogli un rifugio, pasti caldi e soprattutto insegnandogli a nuotare.  Gli regalerà una muta per permettergli di misurarsi con le correnti della Manica.

Ne nascerà un grande rapporto d’amore che li renderà uniti come padre e figlio. Questo legame sarà messo sotto accusa dal vicino di casa, proprio quello che davanti alla porta ha lo zerbino con la scritta “Welcome”, che lo denuncerà alla polizia interessata solo a punire un colpevole, chiunque esso sia (ricalcando il motto“colpirne uno per educarne cento”).

In un periodo culturale nel quale si assiste a timidi tentativi di fare un cinema “sovversivo”, rappresentato dal recente “Videocracy” o dal rumeno “Francesca”, che spesso si nasconde dietro al problema reale spettacolarizzandone (per mancanza di coraggio) solo l’aspetto più frivolo, ecco un film che spiazza che per la sua semplicità, che riesce a far paura grazie alla sincerità con cui è condotto. Lioret, che viene dal suono, dimostra di avere una sensibilità capace di cogliere l’essenziale in mezzo al tutto, di definire le singole voci senza confonderle mai tra di loro. C’è quella della polizia francese, dei cittadini della destra, dell’immigrato “buono” e di quello cattivo, c’è la realtà di chi ha già varcato la frontiera, c’è l’immagine dei volontari che spesso si limitano a servire ad una mensa sottostando alle leggi assurde che ledono la dignità e i diritti di chi aiutano.

Lioret e Lindon

Gli attori sono figure scolpite in un contesto che sembra appartenergli da sempre. Mina e Bilal sono due volti che sembrano raccolti dalle strade polverose di un paese (uno qualunque) in guerra, Vincent Lindon è straordinario nel dipingersi il volto di una sofferenza antica. Ognuno è magistralmente rappresentato con una nitidezza che non lascia spazio a dubbi, ogni individuo è rappresentato per quello che innegabilmente è.

Nel finale vediamo un intervento alla tv del Presidente Sarkozy che dichiara alla nazione di volersi assumere le responsabilità per ciò che ha “detto e fatto”, riferendosi probabilmente alle conseguenze che ha avuto la legge che prevede “un’immigrazione scelta e non subita”. Forse questo film gli chiarirà quali sono stati gli effetti, o forse no, ma di sicuro mostra a tutti cosa significa subire un’immigrazione non scelta. Benvenuto Philippe Lioret.

Share and Enjoy

  • Facebook
  • Twitter
  • Delicious
  • LinkedIn
  • StumbleUpon
  • Add to favorites
  • Email
  • RSS

Ti è piaciuto questo articolo? Fallo sapere ai tuoi amici

Lascia un Commento

L'indirizzo email non verrà pubblicato.

È possibile utilizzare questi tag ed attributi XHTML: <a href="" title=""> <abbr title=""> <acronym title=""> <b> <blockquote cite=""> <cite> <code> <del datetime=""> <em> <i> <q cite=""> <strike> <strong>

 
Per inserire codice HTML inserirlo tra i tags [code][/code] .

I coupon di Wakeupnews