Quello che manca alla Sanità italiana: intervista a Mario Pappagallo – II PARTE

Mario Pappagallo

Milano – Riportiamo qui di seguito la seconda ed ultima parte dell’intervista rilasciataci da Mario Pappagallo, caposervizio della cronaca nazionale del Corriere della Sera, in merito alla comunicazione in medicina, con un approfondito sguardo panoramico sulla Sanità italiana.

Il giornalismo scientifico, quello corretto, ha sicuramente aiutato tutti ad essere più coscienti di molte patologie. Però spesso si assiste ad ondate di fantomatiche pandemie, che creano falsi allarmismi: parliamone.

Alla base di questo meccanismo, ci sono degli interessi commerciali volti a creare un bisogno, come per esempio accade nel campo dell’abbigliamento. Come funziona il sistema? Poniamo il caso che ci sia una casa farmaceutica che ha uno psicofarmaco per bambini e vende il giusto, considerando la percentuale di diffusione di quella determinata patologia e ritenendo che lo specialista lo prescriva solamente a chi ne ha una reale necessità. Tu che cosa fai? Inizi a creare un meccanismo di bisogno, attraverso la scrittura di articoli su quella determinata patologia, che sostieni ora sia in aumento. Ti faccio un esempio molto pratico, facendo riferimento alla patologia dell’ADHD, la sindrome da deficit di attenzione e iperattività: fino a qualche anno fa, di questa malattia si sapeva poco, poi, creando una comunicazione pilotata ed investendo su questo aspetto, si è fatto in modo che si creasse un bisogno e questo si capisce vedendo l’aumento della vendita di farmaci come, per esempio, il Ritalin. Quei sintomi, che inizi ad identificare e a comunicare attraverso gli articoli, allargano di molto il tipo di soggetto che rientra nei criteri specifici: il problema è che tutto questo lo si fa volutamente. Poi, alle Olimpiadi, per esempio puoi dare un po’ di soldini alla mamma di Phelps e farle dire che da piccolino, a 4 anni, suo figlio aveva l’ADHD e veniva preso in giro dai suoi compagni a scuola, ma poi, grazie al Ritalin, è riuscito a vincere tutte quelle medaglie d’oro. Attraverso questi messaggi, fai girare la notizia: finisci nelle pagine sportive e non solo ed il gioco è fatto. A pilotare tutto questo, ovviamente, ci sono le case farmaceutiche.

E’ questa l’unica tattica “vincente”?

Oltre alle ragioni economiche, puoi anche creare un allarmismo per ragioni di Stato, vedi la pandemia relativa all’H1N1: probabilmente è stata creata ad hoc dall’ Oms (Organizzazione mondiale della sanità) perché, anche se non è ufficiale, sembrerebbe che avesse preso degli impegni con alcune case farmaceutiche, rispetto ad eventi precedenti come la Sars o l’aviaria. Insomma, serviva un’epidemia. Sull’H1N1, bisogna aprire una parentesi però: se questa malattia avesse davvero dato origine ad una pandemia, avremmo realmente assistito ad un’ecatombe, anche “grazie” alla cattiva informazione, sia governativa che sul web. Infatti, che cosa è successo? Il 95% dei blog si è schierato contro la vaccinazione e questi siti non sono stati assolutamente controllati dagli organismi sanitari, anche perché non riuscivano a stare dietro a tutto il tam-tam. Negli ultimi anni, è aumentato il popolo degli anti-vaccino, ma bisogna ricordarsi che ogni vaccino è fatto a modo suo e che vaccini, come quello anti-epatite B, sono stati una delle scoperte più importanti per la nostra salute. Per ovviare a questo problema, bisogna saper spiegare bene come sono fatti i vaccini e perché uno è fatto in un modo e l’altro in un altro: ci sono virus stabili ed altri no, oltre che batteri e altri organismi. Bisogna togliere l’idea che, quando scrivi la verità, crei allarmismo: il lettore deve imparare a capire di quali informazioni fidarsi e di quali no, leggendo bene di che cosa si sta parlando. L’allarmismo non deve frenare l’informazione: deve essere moderato, nel senso che è necessario spiegare sia i pro che i contro, per esempio, dell’utilizzo di un nuovo farmaco appena messo in commercio, facendo anche riferimento a esperti scientifici slegati dall’azienda farmaceutica in questione. Il giornalismo deve sempre e comunque vigilare sulla veridicità della notizia.

Spesso, però, ho l’impressione che molti giornalisti si siano dimenticati del concetto di etica giornalistica.

E’ vero, spesso manca, perché molti giornalisti non hanno un contratto fisso e sono dei collaboratori che guadagnano poco: se arriva un’azienda farmaceutica che gli paga addirittura il viaggio a Chicago, certo, gli può far comodo. E il giornalista, anche se magari non riceve nulla, si sente comunque in debito, oppure gli nasce una simpatia nei confronti di quella determinata casa farmaceutica, per cui non sarà più così critico nei confronti dei suoi prodotti.Tutto questo però è sbagliato: le norme etiche devono sempre essere rispettate. Al giorno d’oggi, è necessario ristabilirle: ogni giornale dovrebbe avere un suo giornalista svincolato da questi ingressi, ovvero pagato bene dall’editore stesso, oppure avere a disposizione dei collaboratori pagati a pezzo, ma che l’editore controlla direttamente. Esempio pratico: se esce un nuovo prodotto, come per esempio il cerotto che allevia il dolore da Herpes, non devi omettere quali possono essere le conseguenze, né che può non funzionare. E poi, già che ci sei, puoi anche cercare di spiegare, in modo molto semplice, come funziona questo nuovo prodotto.

Lei riesce a parlare di argomenti scientifici complicati, usando un linguaggio molto semplice. Qual è il suo vademecum per un buon articolo scientifico?

Bisogna cercare di sciogliere le frasi scientifiche, il “medichese” insomma. Ci sono poche “regole”: devi trovare dei sillogismi e dei sinonimi, in grado di rendere il tutto più comprensibile; devi costruire un concetto scientifico avvalendoti anche dell’utilizzo di una situazione parallela, spesso di più facile comprensione, e ricordarti sempre di costruire una frase in modo lineare.

Bisogna snodare il linguaggio scientifico: lo devi ricostruire in modo più lineare e popolare, partendo proprio dalla costruzione della frase stessa. Devi usare delle immagini per spiegare il contenuto e, certamente, per farlo è necessario che, alla base, ci sia una buona comprensione dell’argomento di cui si sta parlando. E’ un po’ come quando arriva un professore all’università per spiegarti un certo argomento: se lui l’ha ben chiaro in testa, riesce a fartelo capire facilmente, ma, in caso contrario, la situazione si complica notevolmente. Il docente è bravo quando è padrone della materia che spiega.

Tornando alla Sanità italiana, secondo lei, come siamo messi?

La Sanità italiana funziona bene, ma purtroppo è stata abituata alle vacche grasse, tradotte in tangenti: quando è arrivata la riforma, negli anni Ottanta, non abbiamo saputo usare le carte che avevamo a disposizione e non abbiamo messo in pratica i punti relativi alla riabilitazione, alla prevenzione e all’acuto. Abbiamo avuto uno sviluppo immenso dell’ospedale, mentre, fino a cinque o sei anni fa, non ci siamo minimamente curati della riabilitazione e del recupero precoce di chi, per esempio, ha avuto un incidente stradale; senza dimenticare che non abbiamo mai preso in considerazione la prevenzione. Per molto tempo, la Sanità italiana è stata il terreno di gioco preferito dai politici, che l’hanno sfruttata per intascarsi le tangenti.
Oggi dobbiamo rifare i conti, anche perché c’è un’economia a cui far fronte: le tangenti saltano e bisogna ristrutturare tutta la macchina. La Sanità italiana deve cercare di diventare più competitiva e ragionare un po’ più all’americana, oltre che ricordarsi sempre che tu medico, o tu struttura sanitaria, quando curi un paziente non gli stai facendo un favore, né hai il diritto di trattarlo male perché “deve considerarsi già molto fortunato ad averti a sua disposizione”.


E poi, se tu in Lombardia investi trenta, quaranta o cinquanta milioni in apparecchiature super tecnologiche, giustamente da comprare, ma le acquisti tutte nella stessa regione, ovviamente togli i soldi alla prevenzione. Perché questo avviene? Semplice: perché il politico ottiene subito più voti se inaugura uno, due o tre Robot da Vinci, mentre non li avrà mai lui se punta alla prevenzione, dato che gli effetti si vedranno tra venti o trent’anni: quei voti andranno ad altri.
Il problema è che, ragionando in questo modo, noi abbiamo una medicina d’élite altissima, mentre siamo carenti sul territorio: ci perdiamo nelle piccole cose.
Tutto questo perché il Sistema sanitario non riesce a garantire a tutti quello che invece dovrebbe dare: e la regionalizzazione contribuisce ulteriormente ad allargare questo problema.
Come Servizio sanitario siamo tra i primi al mondo, ma solamente come rapporto costo-beneficio e non come efficienza: abbiamo ancora il miglior risultato al minor prezzo, grazie ad un sistema sanitario diffuso e radicato, però non è l’ottimo. Il Canada ci batte nettamente, l’Inghilterra un po’ meno, mentre ovviamente questo discorso non si può fare per gli Stati Uniti, dal momento che lì hai il top se paghi, ma poi hai un 30 % di popolazione senza nessuna assistenza.

Sicuro che rivoluzionare il sistema non sia una missione impossibile?

Bisogna avere fiducia nel Sistema sanitario. Questo te lo dico proprio da giornalista: bisogna reintrodurre, non solo nella sanità ma anche nel giornalismo, la meritocrazia. Dobbiamo tornare a favorire chi dimostra sul campo, con le pubblicazioni ed il proprio lavoro, di capirci qualcosa e non chi ha la tessera di un determinato partito.
A livello politico, bisogna iniziare a capire che così non si può andare avanti: è necessario rilanciare la ricerca pubblica. Certo, mancano i fondi, però, se tu riesci a trovare un’azienda farmaceutica che ritiene valido questo tuo studio e lo supporta, puoi fare una ricerca che ha un corpo.
E questi studi dovrebbero essere condotti negli ospedali e non nelle università, dove, salvo i Policlinici Universitari, non ci sono i pazienti. Perché, poi, che cosa succede? La casa farmaceutica dà i fondi al professore, che però non ha i pazienti e quindi cerca di appoggiarsi ad un ospedale, ma quest’ultimo pensa: “Perché devo fare il lavoro per lui, che poi si intasca i soldi?”. Ecco, questo è un po’ il problema del sistema attuale, anche se adesso con l’AIRC, Telethon e le altre associazioni si stanno avviando diverse imprese, in cui tutti i collaboratori vengono coinvolti e pagati adeguatamente.

Ripeto: bisogna puntare sulla ricerca clinica, oltre che su quella di base. Il lustro del nostro Servizio Sanitario Nazionale è stato il GISSI 1, 2, 3 e 4 (Gruppo Italiano per lo Studio nella Sopravvivenza nell’Infarto miocardio), uno studio svolto in tutti i Pronto Soccorsi italiani, considerato ora un punto di riferimento metodologico a livello internazionale. Infatti ha avuto pubblicazioni mondiali, proprio perché tutte le strutture hanno messo a disposizione i loro pazienti, fino ad arrivare ad oltre 60000 pazienti. E tutto questo è stato finanziato dall’Associazione Nazionale dei Medici Cardiologi Ospedalieri (ANMCO): ecco come dovrebbe funzionare il pubblico. Fai dei protocolli su un tema che coinvolga tutti: agisci insieme come pubblico, non come un’università a se stante. Questo ti farà sentire di nuovo prestigioso, riacquistando il rispetto del settore: infatti la Cardiologia italiana è quella più “arrogante”, proprio perché può farlo. Le carte ci sono, ora bisogna tirarle fuori ed imparare (di nuovo) ad usarle.

La ringrazio molto per questa interessante chiacchierata e per la sua disponibilità.

Grazie a voi.

Con una stretta di mano ed un cordiale saluto, concludiamo la nostra approfondita intervista a Mario Pappagallo.
A nome della redazione del Wakeupnews, lo ringraziamo per averci dedicato un così ampio spazio.

Nadia Galliano

Foto | via www.google.ithttp://www.mtmweb.it

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