“L’impressionismo e la moda”, esposizione al Musée d’Orsay di Parigi – VIDEO

Parigi – Il termine Impressionismo deriva dall’epiteto spregiativo (“impressionnistes”) coniato nel 1874 da L. Leroy (1812-1885), critico del giornale Le Charivari, contro i pittori che, respinti dai Salons ufficiali (il movimento nacque in opposizione alla pittura accademica, ufficialmente accettata nella Francia del Secondo Impero), avevano esposto le loro opere a Parigi nello studio del fotografo Nadar. L’epiteto era a sua volta derivato dal titolo di un quadro di C. Monet, Impression: soleil levant (1872), ed ebbe tanta fortuna che gli stessi artisti cui era diretto finirono per accettarlo.

Motivi prediletti erano gli aspetti della vita contemporanea, nella certezza di poter trovare un valore di bellezza in tutti i momenti e in tutti gli oggetti della quotidianità. L’assunto degli impressionisti era quindi essenzialmente naturalistico, e per questo rifiutavano ogni nozione acquisita dell’oggetto e si affidavano all’immediata impressione del vero.

Essi tendevano perciò a cogliere gli effetti di luce che colpivano immediatamente l’occhio dell’artista; negavano l’illuminazione uniforme e artificiosa dell’atelier, studiata al fine di ottenere effetti di chiaroscuro e di rilievo plastico; propugnavano la necessità di dipingere all’aria aperta (plein-air), di rinunciare al chiaroscuro per far uso di ombre colorate e di usare una maniera estremamente rapida e sciolta, capace di fermare nel quadro l’istante dell’impressione.

É. Manet, Le déjeuner sur l'herbe, 1863

Del gruppo facevano parte C. Monet, J.-F. Bazille, A. Sisley, É. Manet, C. Pissarro, P.-A. Renoir, P. Cézanne, H.-G.-E. Degas, B. Morisot, ai quali va accostato il percorso originale di V. van Gogh.

Manet, che già si era segnalato tra gli artisti più liberi e più decisamente rivolti alla ricerca di nuovi modi espressivi, divenne la figura dominante del gruppo. Fu infatti lui a volgersi per primo allo studio dell’arte spagnola e olandese per intenderne il profondo senso pittorico.

Lo scandalo suscitato da dipinti come Le déjeuner sur l’herbe di Manet (1863, Parigi, Musée d’Orsay) o Impression: soleil levant (1872, Parigi, Musée Marmottan Monet) di Monet rappresentò il vero punto d’arrivo della rivoluzione preparata da Corot, da Courbet, da C.-F. Daubigny (1817-1878).

L’impressionismo, con la sua ansia di illustrare la vita contemporanea, ha privilegiato la rappresentazione della figura umana nel suo ambiente quotidiano e ha raffigurato l’uomo “moderno” nelle sue attività consuete, in città come in campagna. Pur non curandosi di fornire una rappresentazione dettagliata della fisionomia, delle usanze e degli abiti, ha fornito così un’idea delle mode e delle abitudini del loro tempo ritraendo la “metamorfosi giornaliera delle cose esterne”, per riprendere l’espressione di Charles Baudelaire nel Pittore della vita moderna.

Dalle loro posizioni estetiche, la realtà dell’uomo degli anni 1860-1880 e del suo abbigliamento subisce un’incontestabile trasfigurazione, in una volontà di analisi e di scoperta che si riflette in una bella mostra d’autunno, da poco inauguratasi nella nota cornice del Musée d’Orsay di Parigi.

C. Monet, Impression: soleil levant, 1872

C. Monet, Impression: soleil levant, 1872

L’esposizione in questione, che non a caso si chiama proprio L’impressionnisme et la mode riprende alcune delle direttrici che unirono i pittori del periodo al complesso discorso legato ai codici di abbigliamento e permetterà ai visitatori che vi si recheranno, fino al 20 gennaio 2013, di immergersi in un vero e proprio percorso a ritroso e ritrovare alcune particolarità del dress code di fine XIX°, inizio XX° secolo.

Un’immersione che ha il sapore dolce degli abiti d’epoca e la leggera nostalgia di un tempo che fu, come testimonia l’estratto del film “Impressionnisme. Eloge de la mode” di Anne Andreu e Emérance Dubas, realizzato in coproduzione da Cinétévé, ARTE France, e dal Musée d’Orsay.

Natalia Radicchio

Foto via www.glamjam.co

 

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