‘Happy family’: scrittura esorcizzante

Debolezze e potere creativo a confronto nel nuovo lavoro di Gabriele Salvatores  

di Stefano Gallone

Locandina

Voglio scrivere un film. Meglio: un film d’autore, che però incassi. Mancherebbe l’idea ma…fa niente”. Così il faccione sornione di Ezio (un Fabio De Luigi inedito alla macchina da presa del regista partenopeo) ci introduce nel suo mondo interiore scavato in sprazzi di rabbia sociale e autoritarismo esercitato in merito alle proprie convinzioni personali. L’idea, in effetti, c’è eccome, ma, per afferrarla, bisogna andare a rovistare in quel bagaglio di desideri e sogni nel cassetto che ogni comune mortale nutre nella speranza di veder realizzata anche solo una sua piccola intenzione. Il tutto espresso per mezzo di un discorso registico autoreferenziale che fa tesoro della propria funzione di cantastorie per evidenziarne il lato più sincero e disperato, nonostante le apparenze decise e dirette verso una sorta di superomismo artistico che altro ruolo non ha se non quello di mascherare le incertezze umane.

Il trentottenne Ezio è un autore di soggetti cinematografici svogliato e fannullone che, da un momento all’altro, decide di scrivere un film tutto suo. Battezza, come protagonisti, i membri costituenti due famiglie di caratteri e stili di vita completamente opposti: l’una elitaria (Fabrizio Bentivoglio e Margherita Buy, con una sorprendente Valeria Bilello), l’altra estirpata alla generazione dei figli dei fiori con tanto di nevrosi da cannabinoidi e figli ipercinici nel loro non saper cosa volere (Diego Abatantuono e Carla Signoris). Questi due mondi, apparentemente incompatibili, vengono invece ad unirsi in linea complementare per mezzo delle intenzioni matrimoniali dei figli adolescenti. Ma è proprio qui che la storia, partita da un pretesto narrativo funzionale e in piena via di sviluppo, si interrompe per esplicita volontà dell’autore, facendo in modo che i personaggi, anche quelli secondari, vengano fuori pirandellianamente a fare pressione sul loro creatore affinché la trama si svolga secondo le loro predilezioni, con tanto di psicologie profonde e impulsi motivazionali. Ma tutto è votato ad un unico scopo riassumibile nelle ultime inquadrature in dettaglio su oggetti sparsi, tra i quali spicca un foglio di carta con su la scritta “preferisco leggere o vedere un film piuttosto che vivere: nella vita non c’è una trama“, firmato Groucho Marx. 

Fabrizio Bentivoglio, Diego Abatantuono

L’interpellazione spettatoriale, forse, al di là dei richiami emozionali di capolavori come “Marrakech express” o “Mediterraneo”, non è mai stata così chiara e diretta nel cinema di Salvatores, tanto da rendersi estrema in questo esperimento ben riuscito nell’intento di giocare con cinepresa, frammentarietà narrativa e personaggi stessi nei continui sguardi in macchina e nell’interminabile messa in scena di un sostanziale parallelo realtà/immaginazione votato a trasformarsi in un unico assemblaggio di concetti, opinioni e punti di vista appartenenti al vero protagonista delle immagini proiettate sullo schermo. Lo stile di regia è indubbiamente indiscutibile: Salvatores muove la macchina da presa in maniera assolutamente libera ed espressamente personale, come fosse davvero una sorta di occhio interiore che egli stesso spalanca e confessa materializzando visivamente ogni sua impressione sul grande dio del cinema, proprio come il buon Ezio fa in un meccanismo denso di riflessi e costruzioni fatte di storie nelle storie, di trasferimenti di benefici e colpe da padre artistico a figlio personaggio. A fare da sfondo e da pilastro portante, regna l’imperterrita necessità (pregio e difetto insieme) di racchiudere in pagine macchiate da inchiostro ogni forma di desiderio, anche (e soprattutto) il più semplice e ingenuo, nascosto nelle più pure ma timide intenzioni umane, celate wellesianamente nell’intenzione di far credere falso il vero che si annida nel bisogno di fare dell’immaginazione una sorta di scappatoia dalle difficoltà reali.

 

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Una risposta a ‘Happy family’: scrittura esorcizzante

  1. avatar
    Adriano Ferrarato 09/04/2010 a 01:18

    Ottima recensione per un film che di spunti ne offre davvero molti! Il senso di tutto è secondo me racchiuso in una frase che Abantuono pronuncia durante una delle ultime scene del film: “Il mare non pensa, però c’è sempre stato”: la vita umana che tende a chiudere e categorizzare tutto non può infatti nulla al costante e lento scorrere delle cose. E non è quindi una casualità che essa, non riuscendo a fluire, abbia una suo inizio e una sua fine.

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